8 agosto 2016

imbecillitas, -atis

Come si torna indietro? Come si cambia direzione? Come ci si ferma? Come ci si perdona? Come si diventa una persona più forte più bella più giusta?
Come s'impara la gratitudine? E la leggerezza? Come si accetta il cambiamento senza farne un'idra di Lerna? Come si riconosce la cosa giusta da fare? Dove si trova la forza di cambiare sè stessi quando non si sa nemmeno abbandonare la quarta stagione di orange is the new black perché ci deprime?
Come - davvero - ci si  manda un poco, ma pure tanto, al diavolo da sole?

Benvenuti nel favoloso psichedelico mondo della gran testa di fava della sottoscritta che va in vacanza con la paura della propria ombra. Razza d'imbecille.




21 luglio 2016

Il giorno che tutti vorremmo, 2.

La mattina dommo tutta ttòtta, con i piedi sul cussino, nel letto di mamma.
Mamma si azza e dopo un pochino mi chiama, ma io dommo.
Mi chiama, ma io dommo.
Mi chiama, e io dommo sempe. Eheh.
Poi mi chiama e io dico "Un attimo, eh!": pecchè mi vengono i nevvi, quando mi chiama così, quella là.
Mamma mi dà il latte ma io vojo lo yogut, no il tè, i biccotti al zoccolato, la tovaglietta con le fagole.
Mamma dize "hai tempo 2 minuti per scegliere, poi tiro via tutto così domani mattina magari facciamo prima, che dici?", alloa io finicco il latte.
Se mi va fazzo la siocchina con mio fatello gande, lui dize "mi vuoi lasciare in pace?", io mi ttuficco e alloa gli dò una bella manata e quello mi dà un pissicotto.
Mamma manda mio fatello in bagno, io piango mottissimo pecchè ho un doloe enomme alla mia gambina: fosse muio ed è coppa di mio fatello, ma pima vado in bagno e lo picchio a modino, così impaa.

Davanti al canzello della ccuola mamma mi baza e mi viene da pianzere checchè lei se ne va.
La mattina zoco con i miei amizi macchi e con la mia amica Zulia femmina. Pendo tantissimi vemmi e li metto in savvo nei zeppugli.
Mi compotto motto bene e le maette mi amano.
Tutti mi adoano, checchè sono una bimba bava e non fazzo socchezze come Zulio, che è uno ttùpido.
Sulla macchina dommo sempe.
Quando mi vvejio mamma è al compute ma poi mi vede sugli ccàlini e dize "Ma buongiorno! hai ben dormito?", io divento un rotolino sulla panza di mamma che mi abbazza e sto lì per un bel pochinino.

Poi fazzo tante coshe:
Guaddo i cattoni.
Zoco con Attuino: gli metto la cuffia della bambolina ma Attuino gaffia e va via. Che ttupido.
Sono sempe nuda e vado nella pissinetta in zaddino: se ho feddo mi ttendo sul pavimento caddo oppue su mio fatello che è caddo anche lui, ma mobbido.
Mio fatello ha un pisello, io la patatina.
I piselli si possono tiae fotte, ma i fatelli fanno un sacco di ssene.

Mamma mi fa la dozza la notte. Ma non i capelli, eh.
Il mio amico P. ha un bennoccolo sulla fonte. Io avevo i pidocchi, ma fosse no.
Mamma ed io lezzamo una ttòia: Ccodinzolo, Apunzel, Capuzzetto Osso, Guizzino.
Mamma dize "adesso basta, spegniamo" e a me viene sete.
Dopo la sete mi viene pipì: mamma fa grgrgrgr coi denti, come i lupi.
Dento al mio lettino mamma mi fa gattachenìn* e mi baza sul collo da dieto, ma io non mi accorgo, checchè zà dommo.






*gattachenin > "Gratta schienìn" > "gratta la schiena": noiosissima operazione di leggera carezza in punta di dita, volta ad ottenere un più rapido addormentamento.




7 luglio 2016

il giorno che tutti vorremmo.

La mattina mi sveglio e vado sulla panchina in cucina, la mamma mi dà una ciotolina con latte e cereali e un bicchiere di succo.
Se invece non mi sveglio subito mamma mi bacia sul collo e sui capelli, io apro un occhio e la vedo che mi prende la mano e dice "vieni, che è pronta la colazione".
Se invece non si sveglia lei urla "corri, corri! ho spento la sveglia! siamo in ritardooo!" io corro a lavarmi i denti perché non voglio arrivare in ritardo al campo estivo.
Prima di scendere dalla macchina indosso la mia corona di cartone e divento un pirata, perché devo combattere quei fetenti dei miei compagni.
Mamma non vuole che li chiamo così ma -diamine- io sono un pirata.
Quando è ora di pranzo torna la mia mamma, io sono contento quando la vedo oltre la siepe della scuola e ci chiamiamo ridendo fino al cancello.
In macchina fa talmente caldo e mia sorella ha combattuto così a lungo per tutta la mattina che di solito si addormenta. Io e mamma stiamo attentissimi a non fare rumore e ci strizziamo l'occhio perché quando Nina dorme noi ce la sgodazziamo.

Mentre mamma prepara la tavola io faccio la doccia e poi ritorno sulla panchina con le mutande pulite e una canotta.
A pranzo la casa è tutta quasi buia ma freschissima e il sole si vede solo da dietro le finestre.
Mamma mi dà il melone e oggi una ricotta bianca bianca e dolce che ci ha portato un pastore che ha le pecore. Ho chiesto "come si chiamava?" "chi?" mi fa mamma - "la pecora" dico io, "ah pensavo il pastore" - mi fa lei.
Dopo pranzo gioco ai lego e me la sgodazzo ancora, perché mia sorella dorme e non me li schiaccia.
Quando Nina si sveglia guardiamo i cartoni o facciamo il libretto dell'estate e mamma gira per casa e ci dice "spegni", oppure "che bello!" oppure "gelatino?" oppure "ti dò tempo fino al 3" se parla con Nina.
Quando fa un po' meno caldo usciamo in giardino o vediamo i nostri amici.
Spesso sono amici di Nina, perché Nina è una bambina che piace molto ai suoi amici e allora ci chiamano per giocare, anche se lei fa finta di non riconoscerli.
Quando mamma dice "Nina, ha chiamato E., il tuo amico, dice se andiamo in piscina con lui più tardi!Vi va, bimbi?"
Io dico: "Sì mamma, che bello!"
Nina dice: "Chi è E.?"

Alla sera mamma ci lava di nuovo perché siamo sudici e sudati, e anche perché la nostra amica C. l'altro giorno aveva le lendini - che sono le uova dei pidocchi- allora mamma ci controlla i capelli come una pazza e le vengono gli occhi di un gufo.
Alla sera io salgo su nel mio letto alto e mamma apre le finestre perché così entra il fresco della notte.
A volte vediamo il mio pipistrello che ho chiamato Familla gironzolare attorno al lampione laggiù nel prato. Familla è molto simpatico e non è pericoloso, morde solo le zanzare.
Se Nina non dorme bisogna leggere la sua storia per prima e poi aspettare che finisca il capriccio, se invece casca sul cuscino come morta io e mamma ci facciamo l'occhiolino un'altra volta e poi ci leggiamo Harry Potter 2 La Camera dei Segreti perché io amo molto la magia e a undici anni me ne vado a Hogwarts. Non adesso, perché sono piccolo. A undici anni. Ma manca ancora tanto, dice mamma.

Quando la luce si spegne c'è la notte fuori coi gufi e la luna sopra le canne e se ci vai dentro, alle canne, dove sono più verdi, ci trovi i cinghiali.
Ma io non ci vado, perché già dormo.




4 luglio 2016

Certe notti.

Che Nina ha due topini sulla testa: le insegnano come trottare a cavallo, cenano facendo i capricci, guardano la tv quando a lei è proibito.

Che il Biondino racconta favole: recita libri, modula voce e parole, stecca di brutto e da grande vuole fare il cantante, chiede "sono stato bravo, mamma?"

Che ieri sera le colline erano rosa mentre scivolavate nel sonno, lungo la strada a curve.

Che mi sono stretta a te per 10 giorni e 10 notti ed è stato bellissimo, senza mai lasciarti.

Che son tornate le cicale e le finestre aperte sulla notte.

Solo questo conta.

Volevo dirvelo, per non sbagliarmi, poiché son stanca di sonno e temo i sogni quando il letto è vuoto, come stanotte ad esempio.







22 giugno 2016

Alla fine del giorno più lungo.

Alla fine del giorno più lungo dell'anno hai soffiato 14 volte le candeline.
Hai raccontato barzellette a tavola.
Hai salutato e cambiato tutto un'altra volta.
Alla fine del giorno più lungo hai avuto paura e chiesto "non lasciarmi".
Io ho cercato la voce di mia madre che diceva "se ti dico che non me ne vado, io non me ne vado, hai capito? devono ammazzarmi per farmi andare" e l'ho ritrovata là dove l'avevo lasciata: verso i miei 6 anni.
Alla fine del giorno più lungo ti ho lasciata andare e hai ballato.
Alla fine del giorno più lungo hai baciato tuo fratello, provato un vestito, mangiato una ciocca di capelli.
Alla fine del giorno più lungo non sei stata in nulla diversa da ieri: allegrissima, importuna, sfacciata. Impavida.
Solo, alla fine del giorno più lungo, eri un po' più grande: un po' più tua, un po' meno mia.



Non potrei, anche volendo, amare di più.

17 giugno 2016

Negli ultimi giorni.

Negli ultimi giorni Susibita:


- ha assistito all'ultima festa dell'asilo del Biondino.
Non ci sono stati cappellini neri né consegne di diploma - cose che le danno l'idea di piacere più ai genitori che ai bambini - ma tanti sorrisi sdentati, stonature, magliette colorate, piccoli inciampi, sguardi che si cercavano e il discorso della maestra del suo cuore che - manco a dirlo- l'ha fatta piangere.

- ha letto sui giornali cose che le hanno fatto accapponare la pelle, mortificandola di far parte della razza umana. Ha quindi pianto.


- è capitata su questo video:


ha quindi pensato che l'umanità è bellissima, e poetica, e che ne vale la pena. Indi ha pianto.


- ha guardato il ritorno di Heidi alla baita dal nonno col Biondino. Hanno pianto entrambi.

- ha cominciato a preparare valigia, tenda, materiali da campeggio, vestiti da cerimonia per la vacanza con pausa matrimonio in un posto su cui Susibita ha enormi aspettative. In questo caso non ha pianto, ma lo farà tra oggi e domani quando -dopo l'odioso cambio degli armadi- non troverà l'abito giusto per la cerimonia.

Da cui se ne deduce che deve arrivarle il ciclo, come minimo.


1 giugno 2016

Se lui non c'è: i vantaggi della mamma single part-time

Che per buona parte della settimana sono sola, ormai lo sapete.
Quest'anno poi è stato lavorativamente devastante per lui, e ci siamo dovuti rimboccare le mani tutti, naturalmente.
Sapete anche già, perché a volte mi pare di non parlar d'altro, dei risvolti negativi che questo comporta: responsabilità solo tue, riunioni scolastiche solo tue, laboratori solo tuoi, feste degli amici solo tue, malattie e code dal pediatra solo tue, giorni solo tuoi e notti solo tue.
La cosa si potrebbe sintetizzare con: non avere alternative.
Ora lo so cosa mi direte voi: un'alternativa c'è sempre. Chiama la nonna. La babysitter. La au pair. Ri-trasferisciti (col cazzo, che mi ri-trasferisco. Pardonnez-moi le francesismo).
Ma non è vero: l'alternativa c'è, è vero, ma ogni tanto. Qualche volta chiami la nonna, l'amica, la vicina con figli. Meno spesso la baby sitter, che costa.
Però quello che t'ammazza è che nel restante 99% del tempo ci sei tu, E BASTA.
Tu il centro dell'universo. Tu il sistema solare.
Loro chiamano "mamma!" e a un certo punto smetti di guardarti in giro sperando che qualcuno risponda al posto tuo, perché sai che non esiste, che non ti è concesso un cambio: sei proprio tu, quella che stanno chiamando, e non serve nascondersi.
Quando c'è lui invece adoro caricare la lavastoviglie, ad esempio: tanto li addormenta lui.
Quando c'è lui posso lasciargliene uno e fare una spesa leggera solo con l'altra.
Quando c'è lui, delle 88volte in cui tra le 19 e le 21 mia figlia va in bagno, 44 se le smazza lui.
Per lui, all'opposto, c'è il fatto di essere privato di certa quotidianità. Il vedere la recita sul telefonino. La stanchezza del lavorare fino a tardi e chiamare a casa "che fai?" "esco ora, tu?" "li sto mettendo a a letto".
Comunque.
Sorprendentemente questa situazione ha anche dei vantaggi, che ho imparato a riconoscere  e non sottovalutare negli anni.

1. Impari a fare praticamente tutto.
In un mondo in cui ho scoperto -sgomenta- che molte donne ancora non guidano in autostrada perché "lo fa sempre lui, io non sono abituata", come madri single part-time imparerete la sublime arte dell'arrangiarsi. All'inizio tentennerete e aspetterete che "arrivi lui". Poi, siccome quando lui torna ha la reattività di un paramecio morto, vi rimboccherete le mani e farete da voi. E non importa che non siate brave, o non abituate: non lo sarete comunque, probabilmente, anche dopo averlo fatto. Almeno io continuo a non saper fare bene alcune cose, ma le faccio, semplicemente perché non ho alternative che non siano procastinare indistintamente, cosa che detesto. Così passo l'erba, poto la siepe, vango, riparo il sifone, parlo con l'elettricista, istruzioni alla mano faccio ripartire la lavatrice, ordino materiale edilizio, lo carico e lo scarico, all'occorrenza butto i miei figli in macchina e mi sparo 400 km da sola e fine delle danze.

2. Impari a lasciar andare.
Fino allo scorso anno lavoravamo spesso anche il sabato.
La casa, i panni, le cose che non eri riuscito a sistemare in settimana, la domenica.
Quest'anno mi ha insegnato a lasciar andare il superfluo.
Se abbiamo solo 36 ore da passare insieme, Santa Gesualda saranno le 36 h più belle che ci saremo concessi.
La casa non conta, il pavimento sbriciolato non conta, la mensola in camera che richiede di essere appesa da 6 mesi non conta (a meno che io non impari a trapanare, è un'opzione da non sottovalutare).
Conta invece: nuotare insieme, fare la pizza, uscire in bici, guardare un film, fermarmi e baciarti in bagno, disfare il letto appena fatto, comprarci il mobiletto da campeggio, piantare i pomodori, guardarli improvvisare uno spettacolo sui gradini, baciarti in giardino.

3. Impari a non dar nulla per scontato.
Non vedo i tuoi occhi pesti ogni mattino, e quando accade, si supera anche la fiatella delle 7.30.
La cena non è un rituale quotidiano da buttare là nella stanchezza di tutti: è qualcosa di prezioso, di bello, di atteso.
Il rumore del cancelletto che si apre e noi tre tutti in casa significa che sei arrivato, e la festa ha inizio, anche se è giovedì. Il fatto che ti aspettiamo, lo rende tale.
La gente oggi aspetta poco, o lo fa consumando in fretta le giornate in ansiosa attesa del weekend.
Noi invece consumiamo lentamente la nostra aspettativa, godendoci il tuo avvicinarsi: "che giorno è? quindi mancano 3 sere e 2 giorni e poi arriva papà, vero? Vado a preparare il lego che gli ho promesso".

4. Il sesso.
Facciamo che non l'ho detto, comunque vorrei vedervi a voi, dopo tutti 'sti giorni senza.