3 dicembre 2019

Feticismi e ritardi.

FETICISMI LETTERARI.

Ieri, il biondino.

"La maestra oggi ci ha chiesto di parlarle dei libri che stiamo leggendo. Cosa ci attrae, come li scegliamo."
"E voi cos'avete risposto?"
"Tutti i miei compagni hanno detto che scelgono dalla copertina, io sono stato zitto."
"Ma perché, Biondino? tu leggi tantissimo, non ho mai visto un bimbo leggere più di te! Avresti potuto ben dire la tua, no?"
"Meglio di no, ho fatto finta di scegliere come gli altri, per non passare sempre per quello strano.
Io la copertina la guardo, sì. Ma quello che mi a scegliere, mamma...è l'odore."
"Io...sì..."
"Hai presente, vero? l'odore dell'avventura, se leggo Robinson Crusoe ad esempio.
Ogni libro ha un odore. Sono tutti molto diversi e bisogna essere precisi: un libro di storia non ha lo stesso odore di un fantasy, è chiaro. Bisogna odorarli, i libri. Io è così che li scelgo. Odorandoli."

Figlio mio.
Sangue del mio sangue.
Gaudente sniffatore di libri a tradimento.


GIOSTRE CHE VANNO FERMATE, CHE BAH.

L'MTV unplugged a New York dei Nirvana ha compiuto 25 anni.
Dicono.
Malinformati, certamente.


IVO IL TARDIVO.

Tra circa 4 o 5 mesi ci sarà una sera su cui verranno tirate le pallide tendine del tramonto, una sera di primavera.
Le notti si prepareranno di lì a poco -tutto sommato- alle lucciole, e io avrò un altro bambino.
Perchè da un po' di tempo sono un pochino incinta.
Di nuovo.






24 luglio 2019

Sette (di altalene e crepuscoli).

Ieri sera sentivo silenzio, al piano di sotto.
Così sono scesa, quatta quatta, perché sapevo ti avrei trovata di nascosto davanti alla tv e volevo beccarti - sì, volevo beccarti in fallo.
Invece davanti alla tv non c'eri.

Oltre la portafinestra, ti ho vista.
I capelli lunghissimi che sfioravano l'erba, le gambe levate in alto.
Tu, l'altalena, il crepuscolo.
Non c'era altro.
Dondolavi forte, i piedini schizzavano verso la luna.
Tacevi e spingevi, non sapevi che ti stavamo guardando, al di qua del vetro.
Non ho mai visto - a parte le volpi occhi gialli, quelle che incrociamo di notte sulla strada verso casa - nulla di più libero, di più selvatico.

Per te il nostro giardino è bello di notte.
Per te lanciarti al volo sull'altalena partendo dalla sedia è un gioco tutto di testa: "Sai che ci vuole, mamma, per farlo? Solo due cose: credere in te stessa e poi saltare."
Per te "io sono nata per il circo, mamma."

Per te perdere un dentino davanti è bello,  la monetina ti rende ricca.
Per te ricca è poter giocarti la monetina al bar della piscina. E vincere, chiaramente.
Per te fare i compiti è bello.
A te, a parte tutto, basta un gatto.

A te io non riesco a credere.
Quanto sei semplice, come sei bella, perché tanto forte, da dove mai sarai uscita.
Perché a me, proprio a me fra tutte, che ti cerco davanti alla tv e non so nulla ma nulla invece, della tua notte e di come si fa - dannazione - a volare.






16 aprile 2019

Invero siete già meglio.

A 8 anni io ero una bambina dolcissima, timida e serenamente avviata verso una pre-adolescenza complessata.
Una bambina con moltissimi sogni, emozioni profonde, certezze poche e paure troppe.
Sapevo fare la ruota storta, finire i compiti con passione e mangiarmi le dita, giocare a tennis con l'ansia, perdermi nei libri e dimeticarmi, sentirmi piena di bellezza e fragile, nuotare male.
D'estate guardavo invasata Mimi Ayuara, Creamy e le incredibili forme teutoniche delle sorelle Kisugi,  sperandomi un giorno alta e gnocca.
Ascoltavo Who's that girl sculettando in salotto.
Amavo la musica, ma non la conoscevo.
Non guardavo il tg, perché il tg non arrivava, dove vivevo allora.
Conoscevo il francese piuttosto bene, mais je l'ai perdu et je ne sais pas pourquoi.
Sapevo dire grazie, prego, scusa - quest'ultima un po' troppe volte.
Ero veloce nella corsa, ma terrorizzata dalle gare.
Credevo in Babbo Natale con tutta la mia anima ed anche in Gesù.
Praticavo per natura ed educazione l'empatia verso ogni cosa. Ad esempio adoravo i cavalli ma se me ne facevi toccare uno, la vera verità è che io mi cacavo sotto.
Del mondo che mi circondava, non sapevo alcunché.
Di cose che sapevo veramente fare, nessuna che mi desse certezze.

Voi, voi sapete leggere uno spartito semplice o medio.
Sapete chi è Greta Thunberg e perché sciopera di venerdì, l'ascoltiamo insieme su YouTube.
Leggete la storia di Malala.
Non sapete esattamente cosa sia un canale tv, ma conoscete tutta la serie di Adventure Times su Netflix, il documentario di Leonardo di Caprio sul riscaldamento globale e quell'altra roba coi pupazzi colorati che intrecciano dialoghi assurdi e complessi.
Siete bambini ma il mondo adulto non vi è remoto.
Noi siamo il futuro, mi avete detto.
Sapete chi è Alfred Wegener, io non ricordo nemmeno ora se sia lui quello che è l'uomo più intelligente di cui non hai mai sentito parlare, mamma.
Conoscete il nome del presidente degli Stati Uniti (ma non di quello d'Italia).
Sapete fare una capriola sott'acqua. Completa.
Una di voi sa cavalcare un pony sotto gli occhi di tutti, quando chiamano il suo nome, senza batter ciglio.
Sapete dirlo, se avete paura.
Sapete suonare un brano, sbagliare un passaggio dietro l'altro, portarlo a termine lo stesso.
Sapete perdere.

Sapete un sacco di cose, ma non è questa la cosa più bella.
La cosa più bella è che le sapete anche fare.
Sapere e saper fare sono due cose profondamente connesse, ma tragicamente diverse e non necessariamente consequenziali.

Io voglio che impariate, e impariate a fare.
Desidero che sappiate cose, ma coltiviate dubbi, percorriate strade.
Voglio che ascoltiate musica e che la facciate, strumenti di voi stessi.
Questo desidero per voi, per questo insisto tanto: che sappiate tirare fuor le mani dalle tasche, per usarle ogni volta che occorrono.
Che sappiate pensare bene, e bene agire.
Desidero che nessuno possa fermarvi.
Desidero che sappiate riconoscere la paura, quando vi chiama, e sorriderle.

25 gennaio 2019

Quasi 9 (ripensando gli 8)

I primi otto anni da quella notte stanno per scadere.
Quella notte di luna e ghiaccio, ricordi?
Certo che no, è già troppo lontana per te.
Eppure qualcosa è rimasto, nel modo in cui strofini le orecchie.
Una delle prime cose che hai fatto, mentre succhiavi: allungare il braccio verso il mio orecchio.

Otto anni di un bambino vogliono dire tante cose.
Generalmente molte cose con la C, tutte quelle ti fanno sganasciare in macchina per intenderci.
Cacca, cacchina, caccole, caccoloso, culetto, culo, culino, chiappa, chiappino, schiappa.
Perché otto anni è l'età della stupidera coi tuoi amici, l'età di Adventure Times, l'età di Capitan Mutanda.
Ma siccome sei tu, e non un bambino a caso che non conosco, otto anni è anche molte altre cose:

Otto anni è l'inizio della storia, finalmente.
Il propulsore dell'Homo Sapiens.
Giordano Bruno e la Chiesa Cattolica, Cosmos a manetta mentre tua sorella si tira le scudisciate.
otto anni è quella sera di Maggio, i 13 km tra le lucciole - la notte in cui hai imparato che se c'è qualcosa da sfidare è te stesso, non tuo padre.
Nei tuoi otto, poi, ci sono anche i diesis, le note a due mani. La sempiternamente maledetta Les anges des campagnes.
C'è il tuo corpo nell'acqua che si fa lungo, forte - la tua testa che impara a sopportare.
Le ruote della bici, la strada lungo il fiume, il fiato. C'è la tua resistenza.
Le tue lacrime e le mie, sul divano, perché un film ci commuove e quell'altra ci guarda, pietosa.

A 8 anni c'è Jules Verne ed Harry Potter, c'è Cedric che muore e per te è la prima volta: che uno buono, giusto, leale, uno che non se lo merita proprio insomma, muore.
Mettiti l'anima in pace e armati di sacro coraggio - bambino- se vuoi intraprendere la bellissima, tremenda, strada della lettura.
A otto anni ci sono tutti i libri che leggi: tantissimi, più e più di quanti avrei potuto sperare, perché non è vero che sei come me. Tu sei peggio.

C'è - onnipresente- la tua pigrizia, il tuo virare verso il basso e noialtri due che ti recuperiamo costringendoti a guardare su, verso ciò che puoi diventare  - se solo te lo consenti.

C'è l'amicizia, la lealtà, la scuola dei numeri e dell'esistenza.
C'è il tuo primo amore, il diario segreto che non chiudi e chiunque può leggere, ci sono le tue prime parole per una ragazza (belle, peraltro - dannazione a te).
Ci sei tu senza vergogna, felice di ciò che sei anche col cappello di Finn in testa che sai essere imbarazzante - per gli altri. (Cè, in questo, tutta la mia ammirazione.)
Ci sono ancora - chissà per quanto- abbracci e dichiarazioni di amore eterno, promesse di baci che non cesseranno.
Non potrai mantenerle per sempre, ma tieni duro, ti prego.

Ci sei tu così come sei, isterico e istrionico, profondo e irraggiungibile, melodrammatico e selvaggio, pesante come una cozza, gentile, dolcissimo.

Dio quant'è bello, quant'è difficile, guardarti senza paura.


https://www.youtube.com/watch?v=_NMuEDq-sFo





4 luglio 2018

Comunque, volevo dirvi (lettera ai noi del '95).

Hei voi due.
Dico a voi.
Che state a bordo di quel campo, che vi sfiorate le punte dei capelli, appena appena.
Volevo dirvi.
Che quella cosa lì che sta per succedervi: di leggervi su libri diversi, di stare per baciarvi, di scrivervi a matita, di Kurt Kobain che muore e Wonder Wall che ancora non l'avete mai sentita. D'imparare Dante e dimenticar Manzoni, di sentirvi soli, ed unici, impotenti e prepotenti.
Quella cosa qui del vado via 3 giorni con i miei e quella del gioco duro e sporco dei professori dentro al liceo giallo, quella del che fai oggi, io niente studio c'ho mate, quella cosa dell'aspettarvi nel sabato pomeriggio, di  Gilgamesh e dell'elmo di Ettore.
Tutte quelle cose bellissime e inutili, effimere e indispensabili.
Quelle, passano.
Lasciano segni, spargono memorie, formano teste, ma passano.
Ad esempio quell'altra cosa stranissima che state per fare, di risplendere sotto il portico del municipio come solo due ragazzetti che giocano all'amore dei grandi sanno fare.
Pure quella passa.
[Che mica puoi pensare di risplendere per sempre: e sticazzi. Se ti va bene ti capita una notte in tutta l'esistenza, intorno ai 15 anni. Il resto è vita].


No io dicevo quell'altra.
Quell'altra cosa.
Quella, davvero rara, di avvicinarvi piano pianissimo.
Sembra quasi che fate per finta, che fate per gioco.
Quella cosa di temervi, fottutamente impreparati.
Quella d'incazzarvi, visto che amate. Altrimenti che amate a fare?
Quella di perdonarvi, dannazione.
Di aspettarvi quando gli altri sono già tutti a casa.
Soprattutto, questa cosa di essere un po' meno soli, mentre diventate adulti.
Volevo dirvi.
Ecco questa cosa qui, invece, resta.

Parrebbe che funziona.
Ancora.
Per ora.



20 aprile 2018

I doni della primavera.

I giacinti nell'aiula sono quasi passati, la camelia in vaso è piena di fiori, splendidi a vedersi e sentirsi.
La gatta selvatica ha partorito due micini, morti.
Il glicine è sbocciato, la bouganville - invece - temo non ce l'abbia fatta.

Al lavoro i progetti vivono di vita propria: issue, task e bug si moltiplicano come teste dell'Hydra di Lerna. Io le sfalcio ma quelle ritornano e l'ansia mi sotterra.
Il mio già scarso senso di adeguatezza è minato dal fatto che per la stanchezza faccio errori idioti, la cui colpa - io lo so- risiede nel fottutissimo file sul cloud- che però è un file perfetto, a detta di tutti, e io invece no.
Io sono una stanca tizia con maglietta dell'Atari e un grosso pile a quadri che cerca di non sprecare gli ultimi 12 mesi di fatiche e possibilmente dormirci su la notte.

Il biondino è riassumibile in un equilibrato mix di spensieratezza, cazzeggio e totale inettitudine all'antica e sottovalutata arte della calligrafia corsiva.
Nella descrizione della sua famiglia la sorella è la Regina dei Diavoli della Tazmania, suo padre è "sempre di buon umore", sua madre "invece mai", il che - oltre ad essere un evidente falso storico - è soprattutto una grossa pugnalata alle spalle.
Nina affronta ogni giorno come neanche tanto segretamente le invidio: spudorato ottimismo, dispotico controllo della situazione, imperturbabile scazzo di fronte all'inevitabile.

Possa la forza crescere in me, e la bouganville ripigliarsi.

1 marzo 2018

Quando dicono che mi somigli.

Quando dicono che mi somigli mi sopraggiunge un rivolino di sudore, perché lo so, cosa significa, essere te.
Quando dicono che mi somigli vado in pezzi, perché lo so, cosa significa, essere me.


Quando dicono che mi somigli, faccio pace col mio mento (cit).
Quando dicono che mi somigli, vorrei anche i capelli di grano e nocciole per occhi, già che ci sono.

Quando dicono che mi somigli prendo un grosso slancio e sbatto forte la testa la muro, perché so cosa ci aspetta.
Quando dicono che mi somigli vado alla mensola, prendo un libro e mi siedo ad aspettarti, perché è così che ci divertiamo, noi che ci somigliamo.

Quando dicono che mi somigli, non vedo l'ora che corri qui ad abbracciarmi.
Quando dicono che mi somigli gli rido in faccia, perché non è vero per niente: infatti tu conti velocissimo a mente.
Quando dicono che mi somigli mi metto una mano sulla coscienza e trovo un perché all'ansia perenne, agli occhi strabuzzati e a quella lieve tendenza al panico diffuso.

Quando dicono che mi somigli è come la neve: una notizia bellissima, ma un po' pericolosa.