30 novembre 2016

Quella sera nella piazzola della stazione.

Anche se non dormo: continuo a svegliarmi, la notte, per via di Roborowsky il criceto che corre come un dannato su quella cazzo di ruota.
Ho fatto il primo sogno bello, stanotte.
Eravamo in casa io e mia madre, come ieri quando abbiamo preparato ghirlande pungendoci con l'aspargina e la perfida rosa canina. Tu dovevi accendere la stella di carta della Lidl e a un certo punto salendo dalle scale io guardavo fuori dalla finestra ed era tutto bianco, di uno strato sottile, e cadeva la prima neve da anni.
Allora gridavo "bambini! venite!!" e poi più niente, ché mi sono svegliata.
Ma mi è rimasta addosso quella mia voce, mentre li chiamavo.

Anche se non so come sia là fuori per voi, ma qui c'è sempre qualcosa che rende il tutto un po' più complicato del previsto.
Anche se tu lavori troppo, ed io troppo poco.
Anche se la partita iva costa.
Anche se a fine anno abbiamo la rata della casa e al solo pensiero ma vegnan i ravìscc, come diceva Zia.
Anche se la macchina si è rotta e sta su per miracolo e anche quest'anno ci abbiamo buttato dentro un sacco di soldi, perché non ne abbiamo per comprarne una nuova.
Anche se il pensiero della notte mi fa ancora paura e in quei due giorni che tu sai avevo quel solito dannato mostro sulla schiena che mi giudicava, mi schiacciava, mi annientava, e per due giorni ho mollato, trascinata giù.
Anche se ho perso, tu eri lì.
Anche se non è cambiato niente ma un certo punto mi sono detta "ora basta", e sono risalita, aiutata invero da Bing Crosby e parecchia caffeina.

Anche se quella sera hai perso due treni.
Anche se avevo accumulato astio, e volevo trattarti male e starti lontana.
Anche se ho fermato la macchina nella piazzola e urlato ai bambini "ficcatevi in bocca questi dannati panini e non voglio più sentire un solo verso, neanche UNO: sono stata chiara??". E loro hanno frignato -spaventati- e sbriciolato ovunque, peraltro.
Anche se ero stanca, e ingiusta, e persa.
Anche se fino a qualche istante prima avevo meditato contro di te.
Quando poi ti ho visto vicino alla cabina, coi tuoi occhi stanchi sotto il berretto.
Quando mi hai sorriso e ho visto la tua barba striata di grigio, come un Ulisse arrivato a Itaca col suo bagaglio di coraggio e stanchezza e Ciclopi accecati nell'isola metropolitana, l'unica cosa che ho pensato è stata baciarti il più a lungo possibile, il più in fretta possibile.
Che l'aspettarti è lungo e crudele, delizioso.

Anche se quella sera alla piazzola ho dato il peggio, quello era il mio meglio.
Anche se non sembravamo noi, lo eravamo ancora.
Anche se c'era stanchezza e c'era amore, e un po' dovunque il peggio ed il meglio, di noi.
E loro due, sui sedili posteriori, addormentati, finalmente.





2 commenti:

Lisa ha detto...

Cara Susy, quando arriviamo a fine anno sembra che debba finire il mondo, si accumula tutto, stanchezza, frustrazione, voglia di mandare tutti a friggere patate... Credo che sia una reazione ancestrale ai giorni sempre più corti. E allora si cerca sostegno negli affetti. Se l'amore fosse una moneta, pensa che saresti milionaria! Pensa al sogno: in casa hai tutto e tutti quelli di cui hai bisogno, criceto incluso. Prenditi un momento di meditazione natalizia e guardati intorno per festeggiare quello e quelli che avete riunito finora. Un abbraccio forte!!

Federica R ha detto...

Passo di qui per caso e mi dispiace non esserci passata prima...un bellissimo post, toccante e veritiero e bello proprio per questo: per la sua veridicità e crudezza ma alla fine delicatezza di sentimenti! Un abbraccio