8 agosto 2016

imbecillitas, -atis

Come si torna indietro? Come si cambia direzione? Come ci si ferma? Come ci si perdona? Come si diventa una persona più forte più bella più giusta?
Come s'impara la gratitudine? E la leggerezza? Come si accetta il cambiamento senza farne un'idra di Lerna? Come si riconosce la cosa giusta da fare? Dove si trova la forza di cambiare sè stessi quando non si sa nemmeno abbandonare la quarta stagione di orange is the new black perché ci deprime?
Come - davvero - ci si  manda un poco, ma pure tanto, al diavolo da sole?

Benvenuti nel favoloso psichedelico mondo della gran testa di fava della sottoscritta che va in vacanza con la paura della propria ombra. Razza d'imbecille.




21 luglio 2016

Il giorno che tutti vorremmo, 2.

La mattina dommo tutta ttòtta, con i piedi sul cussino, nel letto di mamma.
Mamma si azza e dopo un pochino mi chiama, ma io dommo.
Mi chiama, ma io dommo.
Mi chiama, e io dommo sempe. Eheh.
Poi mi chiama e io dico "Un attimo, eh!": pecchè mi vengono i nevvi, quando mi chiama così, quella là.
Mamma mi dà il latte ma io vojo lo yogut, no il tè, i biccotti al zoccolato, la tovaglietta con le fagole.
Mamma dize "hai tempo 2 minuti per scegliere, poi tiro via tutto così domani mattina magari facciamo prima, che dici?", alloa io finicco il latte.
Se mi va fazzo la siocchina con mio fatello gande, lui dize "mi vuoi lasciare in pace?", io mi ttuficco e alloa gli dò una bella manata e quello mi dà un pissicotto.
Mamma manda mio fatello in bagno, io piango mottissimo pecchè ho un doloe enomme alla mia gambina: fosse muio ed è coppa di mio fatello, ma pima vado in bagno e lo picchio a modino, così impaa.

Davanti al canzello della ccuola mamma mi baza e mi viene da pianzere checchè lei se ne va.
La mattina zoco con i miei amizi macchi e con la mia amica Zulia femmina. Pendo tantissimi vemmi e li metto in savvo nei zeppugli.
Mi compotto motto bene e le maette mi amano.
Tutti mi adoano, checchè sono una bimba bava e non fazzo socchezze come Zulio, che è uno ttùpido.
Sulla macchina dommo sempe.
Quando mi vvejio mamma è al compute ma poi mi vede sugli ccàlini e dize "Ma buongiorno! hai ben dormito?", io divento un rotolino sulla panza di mamma che mi abbazza e sto lì per un bel pochinino.

Poi fazzo tante coshe:
Guaddo i cattoni.
Zoco con Attuino: gli metto la cuffia della bambolina ma Attuino gaffia e va via. Che ttupido.
Sono sempe nuda e vado nella pissinetta in zaddino: se ho feddo mi ttendo sul pavimento caddo oppue su mio fatello che è caddo anche lui, ma mobbido.
Mio fatello ha un pisello, io la patatina.
I piselli si possono tiae fotte, ma i fatelli fanno un sacco di ssene.

Mamma mi fa la dozza la notte. Ma non i capelli, eh.
Il mio amico P. ha un bennoccolo sulla fonte. Io avevo i pidocchi, ma fosse no.
Mamma ed io lezzamo una ttòia: Ccodinzolo, Apunzel, Capuzzetto Osso, Guizzino.
Mamma dize "adesso basta, spegniamo" e a me viene sete.
Dopo la sete mi viene pipì: mamma fa grgrgrgr coi denti, come i lupi.
Dento al mio lettino mamma mi fa gattachenìn* e mi baza sul collo da dieto, ma io non mi accorgo, checchè zà dommo.






*gattachenin > "Gratta schienìn" > "gratta la schiena": noiosissima operazione di leggera carezza in punta di dita, volta ad ottenere un più rapido addormentamento.




7 luglio 2016

il giorno che tutti vorremmo.

La mattina mi sveglio e vado sulla panchina in cucina, la mamma mi dà una ciotolina con latte e cereali e un bicchiere di succo.
Se invece non mi sveglio subito mamma mi bacia sul collo e sui capelli, io apro un occhio e la vedo che mi prende la mano e dice "vieni, che è pronta la colazione".
Se invece non si sveglia lei urla "corri, corri! ho spento la sveglia! siamo in ritardooo!" io corro a lavarmi i denti perché non voglio arrivare in ritardo al campo estivo.
Prima di scendere dalla macchina indosso la mia corona di cartone e divento un pirata, perché devo combattere quei fetenti dei miei compagni.
Mamma non vuole che li chiamo così ma -diamine- io sono un pirata.
Quando è ora di pranzo torna la mia mamma, io sono contento quando la vedo oltre la siepe della scuola e ci chiamiamo ridendo fino al cancello.
In macchina fa talmente caldo e mia sorella ha combattuto così a lungo per tutta la mattina che di solito si addormenta. Io e mamma stiamo attentissimi a non fare rumore e ci strizziamo l'occhio perché quando Nina dorme noi ce la sgodazziamo.

Mentre mamma prepara la tavola io faccio la doccia e poi ritorno sulla panchina con le mutande pulite e una canotta.
A pranzo la casa è tutta quasi buia ma freschissima e il sole si vede solo da dietro le finestre.
Mamma mi dà il melone e oggi una ricotta bianca bianca e dolce che ci ha portato un pastore che ha le pecore. Ho chiesto "come si chiamava?" "chi?" mi fa mamma - "la pecora" dico io, "ah pensavo il pastore" - mi fa lei.
Dopo pranzo gioco ai lego e me la sgodazzo ancora, perché mia sorella dorme e non me li schiaccia.
Quando Nina si sveglia guardiamo i cartoni o facciamo il libretto dell'estate e mamma gira per casa e ci dice "spegni", oppure "che bello!" oppure "gelatino?" oppure "ti dò tempo fino al 3" se parla con Nina.
Quando fa un po' meno caldo usciamo in giardino o vediamo i nostri amici.
Spesso sono amici di Nina, perché Nina è una bambina che piace molto ai suoi amici e allora ci chiamano per giocare, anche se lei fa finta di non riconoscerli.
Quando mamma dice "Nina, ha chiamato E., il tuo amico, dice se andiamo in piscina con lui più tardi!Vi va, bimbi?"
Io dico: "Sì mamma, che bello!"
Nina dice: "Chi è E.?"

Alla sera mamma ci lava di nuovo perché siamo sudici e sudati, e anche perché la nostra amica C. l'altro giorno aveva le lendini - che sono le uova dei pidocchi- allora mamma ci controlla i capelli come una pazza e le vengono gli occhi di un gufo.
Alla sera io salgo su nel mio letto alto e mamma apre le finestre perché così entra il fresco della notte.
A volte vediamo il mio pipistrello che ho chiamato Familla gironzolare attorno al lampione laggiù nel prato. Familla è molto simpatico e non è pericoloso, morde solo le zanzare.
Se Nina non dorme bisogna leggere la sua storia per prima e poi aspettare che finisca il capriccio, se invece casca sul cuscino come morta io e mamma ci facciamo l'occhiolino un'altra volta e poi ci leggiamo Harry Potter 2 La Camera dei Segreti perché io amo molto la magia e a undici anni me ne vado a Hogwarts. Non adesso, perché sono piccolo. A undici anni. Ma manca ancora tanto, dice mamma.

Quando la luce si spegne c'è la notte fuori coi gufi e la luna sopra le canne e se ci vai dentro, alle canne, dove sono più verdi, ci trovi i cinghiali.
Ma io non ci vado, perché già dormo.




4 luglio 2016

Certe notti.

Che Nina ha due topini sulla testa: le insegnano come trottare a cavallo, cenano facendo i capricci, guardano la tv quando a lei è proibito.

Che il Biondino racconta favole: recita libri, modula voce e parole, stecca di brutto e da grande vuole fare il cantante, chiede "sono stato bravo, mamma?"

Che ieri sera le colline erano rosa mentre scivolavate nel sonno, lungo la strada a curve.

Che mi sono stretta a te per 10 giorni e 10 notti ed è stato bellissimo, senza mai lasciarti.

Che son tornate le cicale e le finestre aperte sulla notte.

Solo questo conta.

Volevo dirvelo, per non sbagliarmi, poiché son stanca di sonno e temo i sogni quando il letto è vuoto, come stanotte ad esempio.







22 giugno 2016

Alla fine del giorno più lungo.

Alla fine del giorno più lungo dell'anno hai soffiato 14 volte le candeline.
Hai raccontato barzellette a tavola.
Hai salutato e cambiato tutto un'altra volta.
Alla fine del giorno più lungo hai avuto paura e chiesto "non lasciarmi".
Io ho cercato la voce di mia madre che diceva "se ti dico che non me ne vado, io non me ne vado, hai capito? devono ammazzarmi per farmi andare" e l'ho ritrovata là dove l'avevo lasciata: verso i miei 6 anni.
Alla fine del giorno più lungo ti ho lasciata andare e hai ballato.
Alla fine del giorno più lungo hai baciato tuo fratello, provato un vestito, mangiato una ciocca di capelli.
Alla fine del giorno più lungo non sei stata in nulla diversa da ieri: allegrissima, importuna, sfacciata. Impavida.
Solo, alla fine del giorno più lungo, eri un po' più grande: un po' più tua, un po' meno mia.



Non potrei, anche volendo, amare di più.

17 giugno 2016

Negli ultimi giorni.

Negli ultimi giorni Susibita:


- ha assistito all'ultima festa dell'asilo del Biondino.
Non ci sono stati cappellini neri né consegne di diploma - cose che le danno l'idea di piacere più ai genitori che ai bambini - ma tanti sorrisi sdentati, stonature, magliette colorate, piccoli inciampi, sguardi che si cercavano e il discorso della maestra del suo cuore che - manco a dirlo- l'ha fatta piangere.

- ha letto sui giornali cose che le hanno fatto accapponare la pelle, mortificandola di far parte della razza umana. Ha quindi pianto.


- è capitata su questo video:


ha quindi pensato che l'umanità è bellissima, e poetica, e che ne vale la pena. Indi ha pianto.


- ha guardato il ritorno di Heidi alla baita dal nonno col Biondino. Hanno pianto entrambi.

- ha cominciato a preparare valigia, tenda, materiali da campeggio, vestiti da cerimonia per la vacanza con pausa matrimonio in un posto su cui Susibita ha enormi aspettative. In questo caso non ha pianto, ma lo farà tra oggi e domani quando -dopo l'odioso cambio degli armadi- non troverà l'abito giusto per la cerimonia.

Da cui se ne deduce che deve arrivarle il ciclo, come minimo.


1 giugno 2016

Se lui non c'è: i vantaggi della mamma single part-time

Che per buona parte della settimana sono sola, ormai lo sapete.
Quest'anno poi è stato lavorativamente devastante per lui, e ci siamo dovuti rimboccare le mani tutti, naturalmente.
Sapete anche già, perché a volte mi pare di non parlar d'altro, dei risvolti negativi che questo comporta: responsabilità solo tue, riunioni scolastiche solo tue, laboratori solo tuoi, feste degli amici solo tue, malattie e code dal pediatra solo tue, giorni solo tuoi e notti solo tue.
La cosa si potrebbe sintetizzare con: non avere alternative.
Ora lo so cosa mi direte voi: un'alternativa c'è sempre. Chiama la nonna. La babysitter. La au pair. Ri-trasferisciti (col cazzo, che mi ri-trasferisco. Pardonnez-moi le francesismo).
Ma non è vero: l'alternativa c'è, è vero, ma ogni tanto. Qualche volta chiami la nonna, l'amica, la vicina con figli. Meno spesso la baby sitter, che costa.
Però quello che t'ammazza è che nel restante 99% del tempo ci sei tu, E BASTA.
Tu il centro dell'universo. Tu il sistema solare.
Loro chiamano "mamma!" e a un certo punto smetti di guardarti in giro sperando che qualcuno risponda al posto tuo, perché sai che non esiste, che non ti è concesso un cambio: sei proprio tu, quella che stanno chiamando, e non serve nascondersi.
Quando c'è lui invece adoro caricare la lavastoviglie, ad esempio: tanto li addormenta lui.
Quando c'è lui posso lasciargliene uno e fare una spesa leggera solo con l'altra.
Quando c'è lui, delle 88volte in cui tra le 19 e le 21 mia figlia va in bagno, 44 se le smazza lui.
Per lui, all'opposto, c'è il fatto di essere privato di certa quotidianità. Il vedere la recita sul telefonino. La stanchezza del lavorare fino a tardi e chiamare a casa "che fai?" "esco ora, tu?" "li sto mettendo a a letto".
Comunque.
Sorprendentemente questa situazione ha anche dei vantaggi, che ho imparato a riconoscere  e non sottovalutare negli anni.

1. Impari a fare praticamente tutto.
In un mondo in cui ho scoperto -sgomenta- che molte donne ancora non guidano in autostrada perché "lo fa sempre lui, io non sono abituata", come madri single part-time imparerete la sublime arte dell'arrangiarsi. All'inizio tentennerete e aspetterete che "arrivi lui". Poi, siccome quando lui torna ha la reattività di un paramecio morto, vi rimboccherete le mani e farete da voi. E non importa che non siate brave, o non abituate: non lo sarete comunque, probabilmente, anche dopo averlo fatto. Almeno io continuo a non saper fare bene alcune cose, ma le faccio, semplicemente perché non ho alternative che non siano procastinare indistintamente, cosa che detesto. Così passo l'erba, poto la siepe, vango, riparo il sifone, parlo con l'elettricista, istruzioni alla mano faccio ripartire la lavatrice, ordino materiale edilizio, lo carico e lo scarico, all'occorrenza butto i miei figli in macchina e mi sparo 400 km da sola e fine delle danze.

2. Impari a lasciar andare.
Fino allo scorso anno lavoravamo spesso anche il sabato.
La casa, i panni, le cose che non eri riuscito a sistemare in settimana, la domenica.
Quest'anno mi ha insegnato a lasciar andare il superfluo.
Se abbiamo solo 36 ore da passare insieme, Santa Gesualda saranno le 36 h più belle che ci saremo concessi.
La casa non conta, il pavimento sbriciolato non conta, la mensola in camera che richiede di essere appesa da 6 mesi non conta (a meno che io non impari a trapanare, è un'opzione da non sottovalutare).
Conta invece: nuotare insieme, fare la pizza, uscire in bici, guardare un film, fermarmi e baciarti in bagno, disfare il letto appena fatto, comprarci il mobiletto da campeggio, piantare i pomodori, guardarli improvvisare uno spettacolo sui gradini, baciarti in giardino.

3. Impari a non dar nulla per scontato.
Non vedo i tuoi occhi pesti ogni mattino, e quando accade, si supera anche la fiatella delle 7.30.
La cena non è un rituale quotidiano da buttare là nella stanchezza di tutti: è qualcosa di prezioso, di bello, di atteso.
Il rumore del cancelletto che si apre e noi tre tutti in casa significa che sei arrivato, e la festa ha inizio, anche se è giovedì. Il fatto che ti aspettiamo, lo rende tale.
La gente oggi aspetta poco, o lo fa consumando in fretta le giornate in ansiosa attesa del weekend.
Noi invece consumiamo lentamente la nostra aspettativa, godendoci il tuo avvicinarsi: "che giorno è? quindi mancano 3 sere e 2 giorni e poi arriva papà, vero? Vado a preparare il lego che gli ho promesso".

4. Il sesso.
Facciamo che non l'ho detto, comunque vorrei vedervi a voi, dopo tutti 'sti giorni senza.

24 maggio 2016

Programmi per il futuro.

Nina cosa vuoi fare da grande?

"La dottoressa degli animali.
No, l'insegnante di nuoto.
No, apetta, la fatina.
No, apetta, il bagnino macchio. Sì, il bagnino macchio va bene."

E tu, cucciolo?

"Io voglio fare l'Umpa Lumpa, mamma."





Vince lui, a mani basse.

19 maggio 2016

a qualcuno dovevo pur dirlo.

Il biondino studia Pompei, Ercolano e i calchi degli antichi romani, coltiva il sogno ed il timore di vedere, un giorno, il Vesuvio.
Susibita è in piena sindrome mestruale e piange di spaesamento e nostalgia per la mail in cui sposta Nina in un nuovo asilo.
Nina ha una nuova amica immaginaria: è una fata con cui si danno pesanti bordate e che si chiama Luigi. ("Mamma la fatina Luizi mi ha fatto male!!")

Che maggio sarebbe stato duro si sapeva, ma col ciclo è pure peggio.
È la seconda notte che mi rifugio nel loro lettino e a qualcuno dovevo pur dirlo.



12 maggio 2016

Cose che si sentono spiando.

Così lui, disteso accanto a lei sul letto, fuori dalle coperte:

"Non piangere, non essere triste. Io quando sono triste sai che faccio? Penso a una cosa bella."
"A cosha pensi, papà?"
"Penso a mamma."
"Anch'io."
"Sai che mamma ti ha fatto lei?"
" E tu no?"
"Io anche, ma solo un pezzettino all'inizio, il lavoro grosso lo ha fatto mamma. Non so come abbia fatto: noi maschi non siamo capaci. Lei invece mentre mangiava, dormiva o rideva, ti faceva.
Quando andava fare la spesa ti faceva questo piedino qui, mentre guardava la tv ti faceva questo nasino, mentre leggeva i libri ti faceva la tua bella testolina, e quel giorno che girava il sugo ti ha fatto queste labbra rosse qua."
"Anche gli occhi?", si caccia il dito negli occhi.
"Sì."
"Pure i capelli?", si tira una ciocca.
"Sì, tutto. Ma non so come abbia fatto."
"Io sì, che lo so."
"AH sì? e come?"
"Mi ha disegnata, e poi mi ha lassiato assiugare."




[a codesto punto quell'altra, quella affacciata a spiare, prendeva e gettavasi sul letto in lacrime]





5 maggio 2016

Dev'esser stato allora.

Dev'essere successo intorno ai sei anni.
Probabilmente avrò visto mia madre, nella penombra umidissima del primo pomeriggio, sdraiata sul letto con un libro in mano.
Ho un ricordo annebbiato di quegli anni africani sotto l'equatore: le magliette di cotone fresco che si afflosciavano dopo pochi minuti, gli scuri e le tende tirate, la semioscurità perenne di certi  pomeriggi eterni, coi moscerini intorno alla polpa emaciata dei manghi spiaccicati sul vialetto, il gatto boccheggiante all'ombra di qualche pianta verdissima ed enorme.
Una volta l'anno, partita dalla provincia a ridosso del confine svizzero, veniva a trovarci mia nonna: sorvolava il mediterraneo, attraversava mezz'Africa - lei che per viaggio di nozze era andata nel Varesotto, a 20 km da casa, presso le zie nubili di suo marito, quello bello come il sole e somigliante a Vladimir Ulyanov Lenin - e stava lì, su un terrazzino alle spalle dell'Atlantico, con 40 gradi e 99% di umidità, seduta su una poltroncina accanto al condotto del climatizzatore che buttava fuori aria calda, con un libro in mano.
Mia nonna leggeva la saga di Sho Gun, magari la Deledda o un vecchio Hemingway di mia madre.
Mia madre, lasciati in Italia certi libri di politica, leggeva Herriot, Sepulveda, Neruda, Eco, la saga di Sho Gun.
Sì credo sia stato allora: devo essermi annoiata drammaticamente.
Devo aver guardato quelle due terribili donne e aver fatto i miei calcoli.
Rispetto alla libreria dei miei figli, la mia di bambina faceva ridere.
Il primo libro che ricordi, non dico "Il leone e gli animali della savana" che tuttora conservo, dico il primo romanzo, fu l'Alice di Carrol: è andato perso e non l'ho amato per molti anni successivamente, avendolo solo di recente rivalutato grazie a quel dannato genio di Tim Burton; tuttavia ricordo le coperte di cotone ruvido sulle cosce, il lento sfogliare a pancia in giù, tra il bianconiglio e la lepre marzolina. L'inquietante imprevedibilità della regina, l'imbarazzo verso il bizzarro e l'ambiguo, il bislacco e il nevrotico.
Dev'essere stato allora, tra le zanzare e qualche lento buffare sulle foglie di palma, lunghe come lame.
Dev'essere stato allora che, senza amar la storia, m'innamorai dei libri.






27 aprile 2016

Zebre e caramelle.

Quando te ne sarai scordato ti ricorderò io del tuo sorriso sotto la porta ad arco in casa di nonna, tu che agiti il pugno in segno di vittoria e bofonchi qualcosa con gli occhi illuminati dalla gioia, io che non capisco.
Finché non vedo quel cratere enorme che hai al posto dell'incisivo e colgo, finalmente.
Hai raggiunto il gotha dei seienni, il traguardo che domani a scuola ti renderà che dico interessante, che dico ammirato, che dico invidiato: hai perso il tuo primo dente, fatto che vi rende, agli occhi di voialtri seienni, innegabilmente fichissimi per almeno 2 minuti.
E' passato un topino e ha lasciato una moneta: col tuo euro sei andato all'arci e hai comprato 10 goleador alla cocacola frizz, 5 per te e 5 per tua sorella.

Quando sarete grandi e parleremo male di tua sorella (ho idea che parleremo spesso male di tua sorella) a un certo punto uno di noi si ricorderà che Nina è sì una grandissima scassacazzi, ma è anche quella che ci dice le cose come stanno, e noi ne converremo tutti.
Perché Nina mi fa impazzire, ma è l'unica -tu non me lo dici mai, sei troppo gentile- che a un certo punto mi guarda e mi fa: "Io non zoco. Perchè non vojo che mamma mi fa la foto mente zoco. Vojo che mamma zoca con me."
Nina mi fa vergognare, ed è così che divento migliore.

Avete scelto i vostri nomi da supereroi.
Non Drago, Squalo, né Tornado.
Siete Zebra Luminosa e Marshmallow, e io vi amo, per questo.









14 aprile 2016

Me ne vado.

"No, Nina, non andartene, ti prego!" - lui, nel panico.
"'Lèvati che devo ussire. Zao, io me ne vado." - lei sul cancellino, zainetto in spalla.
"Ah, esci?"
"Sì, me ne vado di casha."
"Capisco. Che peccato, e come mai vai via?"
"Pecchè qui shiete tutti matti. I gatti mi gàffiano e ccàppano, mio fatello mi dà noia e quella là lavora shempre."
"Chi sarebbe "Quella-là"?
"Tu."
"Mmm. Mi spiace. E hai già deciso dove andrai?"
"Vado da A."
"Oh no: va da A. Se ne va, mamma."
"Sta bluffando, amore, non cascarci. E come mai proprio da A.?"
"Pecchè non shono matti come qui."
"In effetti non posso darti torto. Va bene, allora: salutaci tanto A. Mi raccomando, torna a trovarci qualche volta, però, perché credo ci mancherai tanto."
"Ma no mamma...sei matta? quella va..."
"Mpf. Ok. 'zao."
"Ciao."


10 minuti dopo.


"Non mi 'ttufie."
"Io non ti stufisco, ti abbraccio perché sei la mia sorellina e non te ne sei andata."
"Ah, ancora qui sei? non dovevi andare da A.? Bene: sono davvero contenta tu abbai deciso di restare, alla fine, anche se siamo un po' matti."
"Sì, ho deziso di rettare pecchè era solo uno cchezzo."
"Oh Nina, brava. Che bello! Pensavo andassi via davvero!"
"Ma fei matto? non me ne vado affolutamente."


Non se ne va, dopotutto.
Affolutamente.



6 aprile 2016

il tempo dei papaveri.

E' arrivato il tempo dei papaveri.
Il tempo delle gocce di luna tra l'erba, del verde che dardeggia, ferisce.
E' arrivato il tempo in cui dondola il dentino e ti restano appesi alle gambe i racconti che mi fai apparecchiando la tavola.
E' arrivato il tempo che Nina indossi vestiti e si levi le calze, il tempo delle collane di legno e dei baci di mela.

Quando c'è il sole lecchiamo un gelato e sbricioliamo nocciole, contiamo fino a sessanta più due.
Quando c'è l'ombra scendiamo nell'orto e cucino fiori o frittate.
Quando voi non ci siete lavoro tanto e vi aspetto: l'orologio gira e cambia la luce, io tolgo il maglione.
Quando voi ci siete noi siamo tre anche se siamo in sei.
Questo tempo qui che fa ballare i dentini, crescere i capelli e mette in bocca albicocche.
Questo tempo qui che passa sempre, ma poi ritorna.
Io non lo voglio guardare mai, senza di voi.



4 aprile 2016

Storia della pinzipessa Lola.

Z'ea una votta la pinzipessa Lola.

"Ohibò -dìssce- sono sola, non z'è il pinzipe!"

Incontò una zimize.

"AIUUUUTOOO! PUZZA! MODDE! è PEICOLOSA!!"

E la zimize la manzò, alla pinzipessa Lola.

"Ohibò -dìssce- sono sola, non z'è il pinzipe!"

Così feze un buco nella tetta della zimize con un bel cottellino, e se ne ussì dal buco, Lola.


E quetta è la fine della ttoia.
TTOP.



Da cui deduciamo che:

- incastonare parti di libri altrui -ad esempio le pulcette in giardino- e ficcarle dentro una storia di tua invenzione potrebbe effettivamente non ledere il copyright di alcuno, chiamandosi più propriamente "citazione". Anche a 3 anni e mezzo.

- Hoibò è un'interiezione eccentrica ma di fascino indubbio, e val la pena indulgere nel suo abuso.

- In mancanza di un principe, certe pinzipesse non si fanno troppi problemi a ricorrere a mezzi forse un po' splatter, ma invero efficaci.




29 marzo 2016

Situazioni.

Situazione app dei culi rassodati.

Molto bene.
Sono alla fine della mia seconda settimana.
Da sei.
Subisco ancora il fascino dei culi rassodati su instagram, ma l'entusiasmo va svanendo.
Credetemi io le ammiro e sono tutte quante parecchio, parecchio più volenterose di me.
Alla fine di tutto questo io arriverò al matrimonio apulo-russo (sì, siamo stati invitati ad un matrimonio apulo-russo) col mio culino flaccido e l'unica mia speranza è di non incontrare una di queste adepte in piscina.
Ma ci sono cose a cui io non posso arrivare, semplicemente.
Ad esempio queste asutralo-americane postano beveroni vegan che solo delle persone che non conoscano il significato della parola 'parmigiana', oserebbero. Avrei potuto postare pure io qualche foto di toast integrale con fettine d'avocado e hastag #yummy, ma in fondo in fondo mi vergognavo come un caimano.
Inoltre, al primo post di self-esteem e self-encouragement ero ammirata, al secondo sorpresa, al terzo perplessa, al quarto - alle 6.30 del mattino del lunedì- privata di ogni speranza: a quell'ora loro sono già tutte sudatissime e ispirate dal mantra yeah-wow-you rock-have a great gourgeous fitty week-you fucking beautiful as you are young ladies.
A me fa fatica girare lo zucchero nel quarto caffè e leggo i loro post così:


Situazione trovati un'alternativa.

Molto bene.
Ho disdetto l'app dei culi rassodati e trovato posto nel corso di acquagym parallelo alla lezione di nuoto dei bimbi.
Sarà una passeggiata: non dimentichiamoci sono alla sesta settimana di app per culi tonici, ormai sono allenata.
Per me è l'ideale perché ho un impegno fisso pagato e non posso sottrarmi con la scusa del sesto dito incarnito. Inoltre ho i bimbi vicino e poi tutti insieme sotto la doccia, cena veloce, nanna.
Poi è 2 volte la settimana, che mi sembra un gran bella roba se riesco a piazzarci ogni tanto pure qualche corsetta.
Mi piace che non sento il sudore, io detesto il sudore, e se non bastasse a fine lezione i bimbi entrano con me in vasca e sono tanto carini con le cuffie e i faccini arrossati dalle vasche e tutto il resto, eccetto che stasera lui ci ha vomitato dentro e io presa dal panico ho cominciato a sciacquettare con la mano tutt'intorno per disperdere i residui ma la bagnina ci ha sgamati.

Situazione vògliti bene, stai tranzolla.

Ci sto provando davvero.
Ci sto, in parte, riuscendo, complici alcuni piccoli successi e alcune grandi scornate.
Dormo bene da un po'.
Lascio andare un po'.
Lascio parlare, ma ascolto un po' meno.
Un po' è un po' il mio mantra, la mia personale ed adattatissima zona neutra di confine tra il tutto impossibile e il nulla di fatto:

Non mi perdono facilmente, ma mi sforzo di essere un po' più indulgente con me stessa.
Non mi compro alcun vestito, ma metto un po' di rimmel.
Non dormono con me nel lettone, ma un po' ci stiamo tra storie e bacini.

Potrei dire che tutto questo non mi cambia la vita, ma un po' sì però.











16 marzo 2016

I 3 desideri.

Sono le 8 di un mercoledì mattina, è un giorno ventoso di Marzo e tu hai 6 anni, lei 3, io 36.

Finisci il latte.
Smettetela di picchiarvi.
Tu cara mia oggi non ci vai a scuola, hai avuto la febbre fino all'altro ieri.
Vieni qui, hai il grembiulino storto.
Le bolle di sapone in casa no.
Non so come farò a lavorare, con te in giro per il terzo giorno.
Bella, vero? Oggi la decoriamo.
Chiunque abbia disegnato sulla porta prenda lo straccetto e pulisca. Ora.
E' presto, giochiamo.
Esprimi 3 sogni che vorresti si avverassero nella tua vita, 3 desideri che vorresti realizzare. Ci hai mai pensato?

8.20. Tu dici:

1. Diventare un cavaliere.
2. Che Nina vinca l'uovo gigante della lotteria di Pasqua
3. Diventare il mago del computer

Puoi portarla a scuola, sì.
Mettiamo le giacche?
Nina devi mettere il capello, c'è aria.
Per cortesia versa i croccantini alla gatta, sennò non ci molla fino alla fermata.
Tutti fuori, coraggio.

Chiudiamo la porta.


15 marzo 2016

La radice nascosta.

i video.

Ora vanno un sacco di moda i video, avete notato?
Stamattina ne ho beccato uno a rallentatore di un bimbo che si gettava a più riprese in una pozzanghera, e la madre lo filmava.
Bella, la pozzanghera. Gran soddisfazione, la pozzanghera.
Visivamente poi: l'effetto splash, le gocce e gli schizzi, il contrasto con gli stivaletti colorati.
Non ci è dato sapere se la madre in questione abbia poi dovuto riportare di corsa a casa il bimbo presumibilmente fradicio da capo a piedi, visti i 10 gradi scarsi.
Io apprezzo, ma non potrei: la corsa col bambino infangato di traverso sul fianco è poco visual, bisogna ammetterlo.

è fatta di pelle e fragole.

Ma non volevo parlare dei video (cit.).
Volevo parlare di Nina, che persevera coi suoi amici immaginari.
Ora abbiamo un'intera famiglia: Lapiculi, Lapi e Lapa, tra loro tutti imparentanti ma non sempre chiaramente a quale titolo.

"Cosa fai, Nina?"
"Gioco con Lapi."
"E com'è fatta Lapi? è come Lapiculi a forma di pesce?"
"No. Lei è fatta di pelle e di fragole, e sa di crema solare."
"E' una descrizione bellissima per un'amica."
"Infatti è amica mia."
"Ragazza fortunata."

ma quanto ci crede.

E del Biondino: che nuota, fa liste, che minaccia disegni minacciosi.
Il Biondino che pensa "concetti troppo grandi" per essere condivisi con sua madre.
Che tipo strano, che è. A guardarlo non imparo mai abbastanza.
Dovreste vederlo quando nuota.
Sono così orgogliosa di lui.
Non fa nulla di speciale, davvero. Nuota come tanti altri.
Ma quanto ci crede.
Quanto s'impegna, quanto si butta. Quanta grinta, quanta gioia.
Quanto divertimento, finalmente.

E poi c'è questo Marzo.
Che segna -sapete? - nell'orto segna proprio il passaggio tra l'inverno e la primavera.
Raccolgo gli ultimi cavoli e i primi porri, che son giunti tardivi.
Sono ancora in attesa delle barbe rosse e già penso al lattughino da taglio.
Stendo lunghi maglioni profumati e penso ai vestiti dell'estate.
Metto sempre il berretto ma ho scoperto il collo bianchissimo, oggi.
Ci credo molto in me stessa, e davvero per niente.
Mi sento molto bella, ma pure poco.
Aspetto il ciclo e un pochino lo odio.
Ho indossato una gonnellina coi fiori sotto e un maglione nero nero sopra.
Sono io, tutta intera: la foglia che germoglia e la radice nascosta.

















2 marzo 2016

Cose di cui sono: fiera, 'nzomma, media.

Cose di cui tutto sommato sono fiera:

- Uscire alle 3 di notte e legare con nodo anti-panico l'armadio di legno sul terrazzino perché la tramontana non se lo porti via.
L'anti-panico sull'armadio non serve a niente ma fa molto figo dirlo e soprattutto saperlo fare.

- Accendere una stufa, attizzarla per benino, capire il momento esatto in cui è giusto rimboccarla di legna, quello in cui renderà al meglio e ne consumerà di meno.

- Saper riconoscere i porri selvatici e scavare col coltellino per prenderli. Farci la frittatina.

- Tirar su quei due bambini che in qualche modo si amano.

- Lavorare come lavoro io.

- Sentirmi dire "non sai in che guaio ti stai cacciando".

- Far ripartire la caldaia in blocco.

- Il cappello parlante che mi smista in Corvonero.

- Curare Arturazzo. Preparare iniezioni, dargli da mangiare con la siringa, accorgermi dei dettagli. Non lasciarlo solo.

- Andare al trotto senza staffe.


Cose di cui tutto sommato non è che proprio:

- "Mamma sono stato bravo?"
"?"
"Allora? sono stato bravo?"
"Amore mio, bravissimo. Bravissimo sei stato."
E' che i deltoidi degli insegnanti di nuoto.

- "Vojo manzare i coccantini al zoccolato."
"No."
"VOJO MANZARE I COCCANTINI AL ZOCCOLATO HO DETTOOOOO!!"
"No."
"AHHAAAHHHHHH!"
"Hai una brutta ma bruttissima voce, te l'ho già detto vero?"

- "Ma sei felice?"
"Sono in ansia."
"Ma felice?"
"In ansia."

Più un sacco di altre cose di cui sono media.

27 febbraio 2016

mi alzo.

È un bellissimo giorno di pioggia.
Nella mia cucina la moka piccola e un toast sgranocchiato sul tavolo, la finestra aperta sulla valle madida.
Quando sono scesa dal treno, l'altra sera, è stata l'aria a colpirmi, profumava di buono.
Al mattino non smettevo più di guardare le colline, scrutare la riva per gli asparagi novelli.
Il cielo è la cosa che più diverge, rispetto alla città: quello su è quasi sempre fermo, questo qui invece è diverso da un minuto con l'altro, perchè le nuvole cambiano forma, posizione, colore.
Il cielo qui ha ritmo, danza.
Sono molto stanca, un pò confusa, e molto grata alla pioggia che mi fermerà.
Niente lezione, oggi, nessun programma.
Il mio bambino si è svegliato col sorriso, ho acceso la ceretta in bagno.
Un sacco di bulbi scintillano sul vialettto, arturazzo aveva una zecca grossa cosí. È per via del caldo, a fine febbraio.
Le mie paure le lascio marcire sotto l'acqua, magari ne vien fuori qualcosa di buono.
Vado a svegliarlo, gli carezzo la barba, lo bacio sugli occhi, le ciglia.
Mi alzo.