Quando di notte sei scappato sul balcone e ci hai chiamati tutti a vedere le lucciole intorno al vaso del basilico.
Quando ti ho chiesto cos'è la bellezza e mi hai risposto "Tu. Pecché sei fotte, e corazzosa." senza spiegarmi il coraggio o la forza di che.
Quando intrattieni conversazioni con la tua ombra, intimandole di seguirti mentre i bambini intorno ti guardano strano.
Perché, effettivamente, tu sei un po' strano, ma comunque questi -oh- machessiguardano.
Quando rispondi male o ti butti per terra, quando fai i capricci sul pavimento del supermercato. Quando ti ho detto per me puoi anche pulirlo tutto, e mi hanno guardata male.
Quando sei tu, decisamente nevrotico, e io te l'allungherei tanto volentieri una manata, ma alla fine ci ripenso.
Quando invece te l'allungo e poi mi sento un'infame.
Quando ci chiediamo scusa e mi dici che la senti che sale -la rabbia- ma non riesci a fermarla e io ti capisco, oh se ti capisco e stiamo lì sul divano in pigiama, abbracciati e un po' malconci, che sembriamo in terapia.
Quando non m'impunto e ti prendo di lato, la butto sull'affettivo e tu lo recepisci- perché sei un tipo parecchio, parecchio affettivo- e allora ti sgonfi, lo vedo che ti rilassi proprio, che la calma ti scende addosso come un balsamo, e capisco che ne siamo fuori e l'ho imbroccata, stavolta è andata e sono stata brava, proprio brava.
Quando gli altri fanno casino intorno a te ma io prendo un libro e improvvisamente ne fai il il tuo perno: la storia il tuo perno, i personaggi, i colori, le parole, tutto.
Quando me le ripresenterai tra qualche giorno, quelle parole - rivisitate: sulle tue labbra, tra i tuoi pensieri, nei discorsi alle ombre o alle chiocciole.
Quando stiamo arrotolati nel letto la mattina e siamo un corpo unico di 3: 3 nasi, 6 gomiti, 6 gambe e 30 dita dei piedi.
Quando stiamo arrotolati così la vita vale tutta, il mondo val la pena di tutto, io non ho paura di niente e potrei far fuori uno dei tuoi draghi giganti come niente fosse e capisco -sento- perché non mi spieghi il coraggio e la forza di che.
23 maggio 2014
14 maggio 2014
Le cose che dicono i bambini.
Le cose che dicono i bambini quando ancora non sanno, o sanno il mondo loro: un mondo assurdo, pazzo, come una fotografia a fortissimo contrasto, o netto e dolce come un bianco e nero.
Un mondo buono come non l'avevo visto mai, prima di loro.
- catturare le luzzole del sole, mentre giochi con una sfera di plastica che riverbera i raggi.
- piantare delle carote maziche e ziganti in un vaso, e aspettare che crescano. In 30 secondi.
- chiamare le cose con nomi diversi, per vedere solo un poco l'effetto che fa.
"Quetta è finocchietta. "
"No, non è finocchietta, quella è aspargina, asparago selvatico."
"No: è finocchietta."
"Guarda puoi anche chiamarla come vuoi tu, non è che sia proibito. Solo che poi la gente non capisce quando parli, perché tu la chiami finocchietta ma ciò che vedono in effetti è aspargina: si chiamano convenzioni."
"Non dire socchezze, mamma."
" Ah sì? allora dai, vieni qui, Carletto."
"?"
" Carletto, vieni. Vieni dalla mamma, su, che stiamo facendo tardi."
"Non mi chiamo Carletto."
"Ah no? E come ti chiami, allora?"
"Mazinga."
- annotare un messaggio per Babbo Natale a Maggio: ho bisogno di un topo, mamma. Di un topo cavaliere. Diglielo tu, a Babbo Natale.
- sognare di avere, da grande, una scuola di nuoto. Per nuotare tutto, tutto il zorno.
- armarsi di lente d'ingrandimento e arrendersi all'incontestabile evidenza che nulla esiste di più seducente, al mondo, di un guscio di lumaca.
Un mondo buono come non l'avevo visto mai, prima di loro.
- catturare le luzzole del sole, mentre giochi con una sfera di plastica che riverbera i raggi.
- piantare delle carote maziche e ziganti in un vaso, e aspettare che crescano. In 30 secondi.
- chiamare le cose con nomi diversi, per vedere solo un poco l'effetto che fa.
"Quetta è finocchietta. "
"No, non è finocchietta, quella è aspargina, asparago selvatico."
"No: è finocchietta."
"Guarda puoi anche chiamarla come vuoi tu, non è che sia proibito. Solo che poi la gente non capisce quando parli, perché tu la chiami finocchietta ma ciò che vedono in effetti è aspargina: si chiamano convenzioni."
"Non dire socchezze, mamma."
" Ah sì? allora dai, vieni qui, Carletto."
"?"
" Carletto, vieni. Vieni dalla mamma, su, che stiamo facendo tardi."
"Non mi chiamo Carletto."
"Ah no? E come ti chiami, allora?"
"Mazinga."
- annotare un messaggio per Babbo Natale a Maggio: ho bisogno di un topo, mamma. Di un topo cavaliere. Diglielo tu, a Babbo Natale.
- sognare di avere, da grande, una scuola di nuoto. Per nuotare tutto, tutto il zorno.
- armarsi di lente d'ingrandimento e arrendersi all'incontestabile evidenza che nulla esiste di più seducente, al mondo, di un guscio di lumaca.
13 maggio 2014
the radio star.
L'altra sera ad aerobica è venuta una ragazzina, credo che la madre ogni tanto se la trascini dietro per non lasciarla a casa da sola ad annoiarsi.
Indossava dei jeans skinny su un paio di gambette da fenicottero che puoi avere solo a 13 anni, i piedi dentro un paio di scarpe rosa da ginnastica enormi e una t-shirt nera XL a motivi tribali.
Era pallida, due occhi enormi di chi non sa bene dove stia il suo posto ma dubita in ogni caso possa essere quello in cui si trova, i capelli un po' unti raccolti in una coda.
Una via di mezzo tra una winks e un'emo, praticamente un po' me 20 anni fa.
Oddio, 20 anni fa.
Mi sono detta, questa di me pensa che io sia un vecchia. Proprio non mi vede, mi oltrepassa.
Io a 13 anni la gente di 34 non la vedevo, e se la vedevo la categorizzavo come vecchia.
Avevo una capacità di estraniarmi dal contesto sovrumana.
Manco delle cuffie avevo bisogno: pigiavo un tasto interno "off" e mi eclissavo dal mondo.
Ricordo intere cene dalla nonna così, intere spese trascinando il carrello dietro mia madre, intere mattine in autobus con latine discere aperto sulle ginocchia e la testa appoggiata al vetro appannato.
Pensavo a un sacco di cose, quasi sempre le stesse.
Ai ragazzi, per lo più. Non uno in particolare, avevo pensieri sull'amore in generale dico.
Anche un po' sul sesso.
Qualche personaggio di qualche libro.
La scuola e un qualsivoglia compito di matematica. Dio che ansia, pure ora.
Pensavo a mio padre, moltissimo.
Un giorno capitò una cosa strana, che ora non potrei definire brutta, ma cambiò la vita di tutte noi tre per i successivi dieci anni, portandoci via parecchia luce.
Fu una cosa sciocca, una cosa apparentemente normale, ma mia madre la prese malissimo e io pure peggio, dietro a lei.
Fu come scoperchiare il vaso di Pandora.
A 13 anni indossavo magliette più grandi di me, per non far vedere il seno che cresceva. Avessi saputo che lì si sarebbe fermato mi sarei evitata tutte quelle paturnie.
Per questo, e per i suoi pensieri dentro un'ora di ginnastica, e per i vasi di pandora che prima o poi si scoperchiano per tutti, mi ha fatto tenerezza quella ragazzina.
E per le scarpe enormi, e perché mentre io in un impeto di esaltazione musical-sportiva saltavo canticchiando al ritmo di video kill the radio star lei mi guardava con quella faccia lì, proprio di quella che ma che è 'sta canzone che non l'ho mai sentita prima.
Indossava dei jeans skinny su un paio di gambette da fenicottero che puoi avere solo a 13 anni, i piedi dentro un paio di scarpe rosa da ginnastica enormi e una t-shirt nera XL a motivi tribali.
Era pallida, due occhi enormi di chi non sa bene dove stia il suo posto ma dubita in ogni caso possa essere quello in cui si trova, i capelli un po' unti raccolti in una coda.
Una via di mezzo tra una winks e un'emo, praticamente un po' me 20 anni fa.
Oddio, 20 anni fa.
Mi sono detta, questa di me pensa che io sia un vecchia. Proprio non mi vede, mi oltrepassa.
Io a 13 anni la gente di 34 non la vedevo, e se la vedevo la categorizzavo come vecchia.
Avevo una capacità di estraniarmi dal contesto sovrumana.
Manco delle cuffie avevo bisogno: pigiavo un tasto interno "off" e mi eclissavo dal mondo.
Ricordo intere cene dalla nonna così, intere spese trascinando il carrello dietro mia madre, intere mattine in autobus con latine discere aperto sulle ginocchia e la testa appoggiata al vetro appannato.
Pensavo a un sacco di cose, quasi sempre le stesse.
Ai ragazzi, per lo più. Non uno in particolare, avevo pensieri sull'amore in generale dico.
Anche un po' sul sesso.
Qualche personaggio di qualche libro.
La scuola e un qualsivoglia compito di matematica. Dio che ansia, pure ora.
Pensavo a mio padre, moltissimo.
Un giorno capitò una cosa strana, che ora non potrei definire brutta, ma cambiò la vita di tutte noi tre per i successivi dieci anni, portandoci via parecchia luce.
Fu una cosa sciocca, una cosa apparentemente normale, ma mia madre la prese malissimo e io pure peggio, dietro a lei.
Fu come scoperchiare il vaso di Pandora.
A 13 anni indossavo magliette più grandi di me, per non far vedere il seno che cresceva. Avessi saputo che lì si sarebbe fermato mi sarei evitata tutte quelle paturnie.
Per questo, e per i suoi pensieri dentro un'ora di ginnastica, e per i vasi di pandora che prima o poi si scoperchiano per tutti, mi ha fatto tenerezza quella ragazzina.
E per le scarpe enormi, e perché mentre io in un impeto di esaltazione musical-sportiva saltavo canticchiando al ritmo di video kill the radio star lei mi guardava con quella faccia lì, proprio di quella che ma che è 'sta canzone che non l'ho mai sentita prima.
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29 aprile 2014
Una milf alla cassa.
Cassiere giovane e caruccio.
"Ciao! E questo bimbo così piccolo conosce già la sigla di Mazinga? Brava che gli fai vedere i cartoni giusti. Ma lo danno ancora? era già vecchio ai miei tempi. "
"No guarda, era già vecchio ai MIEI, di tempi."
"Esagerata, io sono del..."
"Preferirei non sap..."
"...del 93."
"Ecco. Appunto."
"Perché? ci sarà mica tutta questa differenza, sei giovanissima! di che anno sei?"
"Io? Hem, uh? intrno ann ottnat..stttnov...cresciut anni ott, sai uan, milaeshiro...fff...zzzz, hem."
"??"
"Sì ma verso fine dell'anno eh."
Tìììo, che tristezza.
"Ciao! E questo bimbo così piccolo conosce già la sigla di Mazinga? Brava che gli fai vedere i cartoni giusti. Ma lo danno ancora? era già vecchio ai miei tempi. "
"No guarda, era già vecchio ai MIEI, di tempi."
"Esagerata, io sono del..."
"Preferirei non sap..."
"...del 93."
"Ecco. Appunto."
"Perché? ci sarà mica tutta questa differenza, sei giovanissima! di che anno sei?"
"Io? Hem, uh? intrno ann ottnat..stttnov...cresciut anni ott, sai uan, milaeshiro...fff...zzzz, hem."
"??"
"Sì ma verso fine dell'anno eh."
Tìììo, che tristezza.
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25 aprile 2014
lezioni, qua e là.
buongiorno anche a te, amore.
"Mamma quando tu muori io vado a vivee in zittà con papà e lo zio A."
pugni atomizi.
"Mamma mi ha mossicato un ragno e mi ha passato i potei di Mazinga"
"Quello era l'Uomo Ragno."
"Z'ho anche il pugno atomico."
"Ottimo."
"Ora peò mi devi bazae tre votte, per rompee l'incantesimo."
"Come mai? e i pugni atomici?"
"Pecchè io pefeicco essere me ttesso."
più o meno.
"Te lo ricordi che festa è oggi? ricordi cosa ti ha spiegato mamma?"
"Sì che me lo ricordo."
"Che festa è?"
"Della felizità."
siamo noi questo piatto di grano.
In paese vive A.
Siccome il padre di A. era fascista, e siccome dopo la guerra ci andavan giù pesante, e siccome per la famiglia non fu una passeggiata.
Siccome A. ha una passione per la storia e gli eventi bellici, per i corpi militari e i documentari sulla Guerra Fredda, allora tutti credono che A. sia fascista.
Siccome è più facile, siccome pare logico, siccome sarebbe strano il contrario, siccome lui è silenzioso e non dice nulla, lo credono tutti, financo i suoi parenti.
Siccome io non sono quella gran furbona che m'atteggio d'essere, siccome son banale come tutti gli altri, siccome il luogo comune è comodo, siccome dài si capisce, sarà uno di quei simpatizzanti nostalgici, lo credevo anch'io.
Siccome la vita è tutto fuorché banale, siccome la storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi bella ciao che partiamo, allora lo incroci mentre sparge un intruglio di aceto e sapone per piatti sulle rose ("dice che funziona, contro i pidocchi") e sorridendo ti fa: "Ah, auguri. Buon 25 Aprile."
"Mamma quando tu muori io vado a vivee in zittà con papà e lo zio A."
pugni atomizi.
"Quello era l'Uomo Ragno."
"Z'ho anche il pugno atomico."
"Ottimo."
"Ora peò mi devi bazae tre votte, per rompee l'incantesimo."
"Come mai? e i pugni atomici?"
"Pecchè io pefeicco essere me ttesso."
più o meno.
"Te lo ricordi che festa è oggi? ricordi cosa ti ha spiegato mamma?"
"Sì che me lo ricordo."
"Che festa è?"
"Della felizità."
siamo noi questo piatto di grano.
In paese vive A.
Siccome il padre di A. era fascista, e siccome dopo la guerra ci andavan giù pesante, e siccome per la famiglia non fu una passeggiata.
Siccome A. ha una passione per la storia e gli eventi bellici, per i corpi militari e i documentari sulla Guerra Fredda, allora tutti credono che A. sia fascista.
Siccome è più facile, siccome pare logico, siccome sarebbe strano il contrario, siccome lui è silenzioso e non dice nulla, lo credono tutti, financo i suoi parenti.
Siccome io non sono quella gran furbona che m'atteggio d'essere, siccome son banale come tutti gli altri, siccome il luogo comune è comodo, siccome dài si capisce, sarà uno di quei simpatizzanti nostalgici, lo credevo anch'io.
Siccome la vita è tutto fuorché banale, siccome la storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi bella ciao che partiamo, allora lo incroci mentre sparge un intruglio di aceto e sapone per piatti sulle rose ("dice che funziona, contro i pidocchi") e sorridendo ti fa: "Ah, auguri. Buon 25 Aprile."
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23 aprile 2014
casa
Sono qui a casa di mia suocera.
Questa era casa mia, un tempo infinitamente lontano e vicinissimo fa, quando abitavamo l'appartamento grande sopra, col vecchio parquet nelle stanze e la doccia gelida nel bagno.
Per entrarci volli in cambio di poter colorare i muri della cucina e tenere Googhi con me.
Non era previsto un trasloco dal nostro primo monolocale.
D'altra parte non era neanche previsto che rimanessi incinta.
Quelle stanze che non mi sono mai del tutto appartenute: il divano giallo, la credenza bianca, le amarene fuori dalla finestra e la strada troppo vicina.
Stendere tutine taglia zero, sentirsi completamente e totalmente fuori luogo. Avere dannatamente paura, folle.
Il giorno in cui abbiamo trovato l'Arturazzo.
Le nausee, le fughe precipitose in bagno e il sesso. Dei vicini.
Arrivare in questo paese lasciando l'autostrada, riconoscere il profilo dei monti, blu.
Poter associare ad ogni strada almeno un ricordo.
Incontrare nuove, pretenziose, roboanti, sostanzialmente inutili, rotonde. Perdere l'orientamento a casa propria.
Continuare ad odiare ciò che odiavi prima, col privilegio di averlo lontano.
Continuare ad amare ciò che amavi prima, col rimpianto di non averlo più. Ma neanche troppo, vi dirò.
Prendere ingenuamente le distanze da ciò che era, sapendolo inutile. E stupido, probabilmente.
Stare qui da mia suocera senza libri, con solo vecchie antologie e allegati rosa da edicola.
Trovare nella selezione della narrativa mondiale "rodeo d'amore", non so se mi spiego.
Lui non le lasciò il tempo di sottrarsi al suo abbraccio impetuoso, la baciò voluttuosamente sul collo eccetera.
Tenermi se possibile a distanza da casa mia, nella parte alta del paese, perché fa ancora male.
Questa era casa mia, un tempo infinitamente lontano e vicinissimo fa, quando abitavamo l'appartamento grande sopra, col vecchio parquet nelle stanze e la doccia gelida nel bagno.
Per entrarci volli in cambio di poter colorare i muri della cucina e tenere Googhi con me.
Non era previsto un trasloco dal nostro primo monolocale.
D'altra parte non era neanche previsto che rimanessi incinta.
Quelle stanze che non mi sono mai del tutto appartenute: il divano giallo, la credenza bianca, le amarene fuori dalla finestra e la strada troppo vicina.
Stendere tutine taglia zero, sentirsi completamente e totalmente fuori luogo. Avere dannatamente paura, folle.
Il giorno in cui abbiamo trovato l'Arturazzo.
Le nausee, le fughe precipitose in bagno e il sesso. Dei vicini.
Arrivare in questo paese lasciando l'autostrada, riconoscere il profilo dei monti, blu.
Poter associare ad ogni strada almeno un ricordo.
Incontrare nuove, pretenziose, roboanti, sostanzialmente inutili, rotonde. Perdere l'orientamento a casa propria.
Continuare ad odiare ciò che odiavi prima, col privilegio di averlo lontano.
Continuare ad amare ciò che amavi prima, col rimpianto di non averlo più. Ma neanche troppo, vi dirò.
Prendere ingenuamente le distanze da ciò che era, sapendolo inutile. E stupido, probabilmente.
Stare qui da mia suocera senza libri, con solo vecchie antologie e allegati rosa da edicola.
Trovare nella selezione della narrativa mondiale "rodeo d'amore", non so se mi spiego.
Lui non le lasciò il tempo di sottrarsi al suo abbraccio impetuoso, la baciò voluttuosamente sul collo eccetera.
Tenermi se possibile a distanza da casa mia, nella parte alta del paese, perché fa ancora male.
15 aprile 2014
Sotto le ciglia.
Quando non scrivo -dopo un po'- mi viene come un groppo qui che devo sciogliere.
Allora mi riprometto di farlo dopo averli messi a letto, ma crollo a fianco del lettino di lui, mi viene il mal di schiena, e ci rinuncio.
Ogni mattina mi siedo alla scrivania e faccio una lista che poi depenno via via, mi fa sentire di avere controllo sulle cose, mi soddisfa depennare punti, però se ne aggiungono sempre quando volto pagina e il giorno dopo sono messa uguale se non peggio.
Allora scrivo come adesso, nella pausa pranzo mentre mangio tutta ingobbita e di fretta, come una ladra.
Quello che ho bisogno di dire al mondo è che:
- la prima volta con un decespugliatore non si scorda mai.
Soprattutto se sei alta un metro e un cecio e l'aggeggio in questione pesa più di te.
La notizia è che non ho ereditato da Nonna Oroscopo la passione per le macchine agricole.
E manco l'altezza, a dirla tutta.
- le blogger che pubblicano articoli titolati "Primavera: attività da fare con i vostri under 5... l'orto!" o ci sono o ci fanno. Oppure sniffano. Oppure i figli in realtà sono maggiorenni.
Oppure banfano e in realtà hanno un giardiniere che gli fa il lavoro sporco: che vanga, strappa le erbacce e le radici dure, segna i confini, stende la pacciamatura.
Poi in ultimo arrivano loro prole al seguito, tutte fresche di guantini fiorati e iphone -che mica vuoi tralasciare di pubblicare su instagram le manine cicciotte e PULITE dei tuoi figli, fa taaaanto mammabio- e si apprestano a fare la seguente mossa: estrarre la piantina di pachino dal contenitore in plastica e posarla - asettica- nel buchetto precedentemente scavato dal giardiniere.
Segue foto su instagram di piantina già ricoperta, anaffiata e col pomodoro maturo sopra pronto per la caprese.
Bah.
Io ho tolto dalla bocca di Nina un fiore di iris che si stava beatamente sgranocchiando.
Ho costruito un castello di terra per i soldatini di lego di quell'altro, che sennò scassava la minchia.
Ho tolto gli stivali infangati e accompagnato lei in bagno 14 volte, perché ora vuole il vasino e a nulla sono valse le mie preghiere "ma falla lì, dietro lo steccato".
A una certa ora ho dovuto piantare giù il lavoro non finito per preparare da mangiare.
Mi sono tagliata, graffiata e sono caduta giù dalla rivetta.
Poi dice dàtti al giardinaggio, che rilassa.
- nonostante il punto di cui sopra ci sono dei momenti in cui la guardo e sento una cosa dentro che me la devo sbaciucchiare tutta. Come ieri sera, mettendola a letto. La paura, sordida, che le possa succedere qualcosa. Allora la accarezzo sul dorso della mano, piano, perché lei non vuole essere sbaciucchiata troppo e io non voglio che mi respinga.
Piano piano sotto quelle ciglia lunghissime lei si addormenta e io me sto lì nella stanza in penombra, ad ascoltare, attutita, la sigla dei puffi di là in salotto.
Allora mi riprometto di farlo dopo averli messi a letto, ma crollo a fianco del lettino di lui, mi viene il mal di schiena, e ci rinuncio.
Ogni mattina mi siedo alla scrivania e faccio una lista che poi depenno via via, mi fa sentire di avere controllo sulle cose, mi soddisfa depennare punti, però se ne aggiungono sempre quando volto pagina e il giorno dopo sono messa uguale se non peggio.
Allora scrivo come adesso, nella pausa pranzo mentre mangio tutta ingobbita e di fretta, come una ladra.
Quello che ho bisogno di dire al mondo è che:
- la prima volta con un decespugliatore non si scorda mai.
Soprattutto se sei alta un metro e un cecio e l'aggeggio in questione pesa più di te.
La notizia è che non ho ereditato da Nonna Oroscopo la passione per le macchine agricole.
E manco l'altezza, a dirla tutta.
- le blogger che pubblicano articoli titolati "Primavera: attività da fare con i vostri under 5... l'orto!" o ci sono o ci fanno. Oppure sniffano. Oppure i figli in realtà sono maggiorenni.
Oppure banfano e in realtà hanno un giardiniere che gli fa il lavoro sporco: che vanga, strappa le erbacce e le radici dure, segna i confini, stende la pacciamatura.
Poi in ultimo arrivano loro prole al seguito, tutte fresche di guantini fiorati e iphone -che mica vuoi tralasciare di pubblicare su instagram le manine cicciotte e PULITE dei tuoi figli, fa taaaanto mammabio- e si apprestano a fare la seguente mossa: estrarre la piantina di pachino dal contenitore in plastica e posarla - asettica- nel buchetto precedentemente scavato dal giardiniere.
Segue foto su instagram di piantina già ricoperta, anaffiata e col pomodoro maturo sopra pronto per la caprese.
Bah.
Io ho tolto dalla bocca di Nina un fiore di iris che si stava beatamente sgranocchiando.
Ho costruito un castello di terra per i soldatini di lego di quell'altro, che sennò scassava la minchia.
Ho tolto gli stivali infangati e accompagnato lei in bagno 14 volte, perché ora vuole il vasino e a nulla sono valse le mie preghiere "ma falla lì, dietro lo steccato".
A una certa ora ho dovuto piantare giù il lavoro non finito per preparare da mangiare.
Mi sono tagliata, graffiata e sono caduta giù dalla rivetta.
Poi dice dàtti al giardinaggio, che rilassa.
- nonostante il punto di cui sopra ci sono dei momenti in cui la guardo e sento una cosa dentro che me la devo sbaciucchiare tutta. Come ieri sera, mettendola a letto. La paura, sordida, che le possa succedere qualcosa. Allora la accarezzo sul dorso della mano, piano, perché lei non vuole essere sbaciucchiata troppo e io non voglio che mi respinga.
Piano piano sotto quelle ciglia lunghissime lei si addormenta e io me sto lì nella stanza in penombra, ad ascoltare, attutita, la sigla dei puffi di là in salotto.
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3 aprile 2014
nel letto.
In queste notti i letti di casa mia sono oggetto di fervida transumanza.
Arriva lui. Lo coccolo un po', lo sposto. Ritorno a letto. Arriva lei, la riporto nel lettino e la coccolo, si riaddormenta. Torno a letto. Arriva lui.
Finché mi prendono per sfinimento e mi risveglio in un certo punto della notte con la schiena fredda, un gomito in bocca, un piede sulla schiena e sull'orlo del letto.
Pensare che facevo la figa "ah i miei si addormentano nel lettino, ah io non riesco a dormire con loro nel lettone, ah è anche una questione di privacy per la coppia" e adesso che differenza c'è tra me e quelli che non si sono neanche mai sognati di farsi lo sbattimento che mi son fatta io per abituarli al lettino?
Tempo sprecato. Bah.
Forse è perché siamo da soli metà delle notti di una settimana.
Forse invece è solo una scusa, non so.
Mia madre ha diviso il letto con me e mia sorella per una vita, fino ad un età che a dirvela la trovo imbarazzante.
Ricordo alle medie, quando da sotto le coperte guardavo il cadavere di Laura Palmer ritrovato sull'argine del fiume. Sudavo come un caimano dall'agitazione, le altre due che si facevano più in là perché appiccicavo.
Abbiamo dormito insieme per anni, anche da adulte, non lo so perché.
Si fan cose strane, per non sentirsi sole.
Avevamo la nostra stanza e tutto, i nostri letti.
Quando litigavamo forte ritornavamo ai nostri rispettivi giacigli, a volte piangevamo ognuna per i fatti propri.
Poi a pace fatta rieccoci schiena contro schiena, io sempre nel mezzo.
Gli ultimi tempi - i più difficili- mia sorella non veniva più. A me sembrava che ci mancasse un pezzo, che fossimo solo un moncherino, senza di lei.
A distanza di anni mi resi conto che era bello, ma anche un po' malato, di certo non normale.
Ma a quel punto ormai era da tempo che noi tre non ce ne facevamo davvero più nulla, di ciò ch'era normale.
Arriva lui. Lo coccolo un po', lo sposto. Ritorno a letto. Arriva lei, la riporto nel lettino e la coccolo, si riaddormenta. Torno a letto. Arriva lui.
Finché mi prendono per sfinimento e mi risveglio in un certo punto della notte con la schiena fredda, un gomito in bocca, un piede sulla schiena e sull'orlo del letto.
Pensare che facevo la figa "ah i miei si addormentano nel lettino, ah io non riesco a dormire con loro nel lettone, ah è anche una questione di privacy per la coppia" e adesso che differenza c'è tra me e quelli che non si sono neanche mai sognati di farsi lo sbattimento che mi son fatta io per abituarli al lettino?
Tempo sprecato. Bah.
Forse è perché siamo da soli metà delle notti di una settimana.
Forse invece è solo una scusa, non so.
Mia madre ha diviso il letto con me e mia sorella per una vita, fino ad un età che a dirvela la trovo imbarazzante.
Ricordo alle medie, quando da sotto le coperte guardavo il cadavere di Laura Palmer ritrovato sull'argine del fiume. Sudavo come un caimano dall'agitazione, le altre due che si facevano più in là perché appiccicavo.
Abbiamo dormito insieme per anni, anche da adulte, non lo so perché.
Si fan cose strane, per non sentirsi sole.
Avevamo la nostra stanza e tutto, i nostri letti.
Quando litigavamo forte ritornavamo ai nostri rispettivi giacigli, a volte piangevamo ognuna per i fatti propri.
Poi a pace fatta rieccoci schiena contro schiena, io sempre nel mezzo.
Gli ultimi tempi - i più difficili- mia sorella non veniva più. A me sembrava che ci mancasse un pezzo, che fossimo solo un moncherino, senza di lei.
A distanza di anni mi resi conto che era bello, ma anche un po' malato, di certo non normale.
Ma a quel punto ormai era da tempo che noi tre non ce ne facevamo davvero più nulla, di ciò ch'era normale.
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26 marzo 2014
Spiritualità. O di lombrichi, o catechisti ciellini.
Qualche giorno fa è passato il prete a benedire casa.
La signora che lo accompagnava aveva chiesto poco prima a Susibita se le desse fastidio che passassero, dal momento che sa come lei la pensi su certe cose e che però questo sacerdote era nuovo di queste parti e stava cercando di conoscere un po' tutti in paese.
Susibita aveva risposto che no, non le dava fastidio, ci mancherebbe - che la porta di casa sua era sempre stata aperta a tutti, tanto più a qualcuno che porta la benedizione, che in fin dei conti altro non è che un augurio, un buon augurio.
E che non farli entrare -soprattutto- le sarebbe sembrato un po' come quelli che espongono il bollino sul cancello "grazie, ma siamo una famiglia cattolica" che è una cosa che Susibita ha sempre trovato alquanto agghiacciante.
Però quando poi il prete è arrivato si è chiesta se non avesse sbagliato - perché non poteva non recitare il padre nostro dal momento che erano lì in tre e che non era come quando passano i testimoni di Geova e lei mette su un caffè e intanto piega i panni e intanto gli spiega che no, non trova affatto misericordioso il dio biblico, ma manco buono, ma manco giusto se è per questo e che una cosa come quella che fa ad Abramo con quel povero disgraziato di Isacco è semplicemente immonda -spiacente- ma immonda per quel che la riguarda.
Qui insomma è diverso, ne va anche di coerenza di fronte ai bambini, si è detta.
E infatti quando ha chiesto al piccoletto di raggiungerli in salotto per salutare e ascoltare un signore che dice una preghierina quello le ha risposto che no, lui la preghierina non l'avrebbe detta mai, ma proprio MAI E POI MAI, testuali parole. Che poi dico, mica la devi dire tu - gli ha specificato Susibita, puoi anche solo ascoltare quello che ha da dire lui, ma quello niente, s'è messo a giocare e non lo si è più visto.
Poi Susibita è tornata indietro e quell'altro, quello alto, le ha detto: "Non guardarmi, ha preso tutto da te, io non c'entro: sono pure stato chirichetto, io." - l'ipocrita.
E' stato chierichetto tipo per un giorno, dopodiché è tornato a casa da sua madre e ha dichiarato che lui non lo avrebbe MAI PIU' fatto in vita sua, che quella cosa di prendere ordini dal prete non gli andava per nulla a genio.
Insomma nel mentre della benedizione Susibita s'è fatta pippe mentali tutto sommato abbastanza consuete considerato il soggetto, e ha cominciato a temere l'effetto boomerang, quello per cui gli errori che fai ti si ritorcono tutti contro prima o poi, amplificati.
Un po' come in quel racconto della Munro in cui una madre cresce la figlia con metodi educativi un po' hippie e vagamente agnostici e quella -raggiunta la maggiore età- per compensare la mancanza di spiritualità nell'infanzia, si fa prendere da una setta di santoni e sparisce nel nulla finché la madre ormai ottantenne non scopre che comunque è viva, sposata con 5 figli ma non si rivedranno mai più.
Che dici a 'sto punto faceva il chirichetto a 11 anni che era meglio.
Poi c'è anche la suocera che a Susibita lo dice sempre che a 'sti bambini un po' di spiritualità gliela dovrebbe pur passare, e lei a risponderle che spiritualità non è necessariamente religione.
Comunque dopo la Munro un po' Susibita se la fa sotto che magari la Nina a 17 anni -che so- prende il treno e va a fare la Papa Girl in Piazza San Pietro.
Però poi ha guardato Magù raccogliere le lumachine dalla strada, per non farle schiacciare dalle macchine. E i lombrichi, pure.
Questo bambino piccolo e ignaro che salva i più piccoli tra gli animali: i più viscidi, diciamolo.
Questo bambino che si spiega da solo la vita: "si nasse, si vive e poi si muore. E' la natura, è fatta così. Io però non muoio, pecchè sono un cavalie(r)e e cavaliei -mamma- non muoiono mai."
Questo bambino che trema quando sogna che qualcuno faccia del male agli occhi di suo padre.
Questo bambino che dice " mi si è 'pezzato il cuore, mamma".
Questo bambino- rasente il fanatico- con gli occhi pallati preda del fascino morboso del germoglio:
"Pecchè non èsse, mamma? Io lo appetto, ma lui non èsse."
"Non riesci a vederlo mentre esce, lo vedi quando è già spuntato: è troppo lento."
"Ma io lo appetto, mamma, stai tanquilla."
Questo bambino qui, che ha più spiritualità lui nell'unghia dell'alluce sinistro di un intero esercito di catechisti ciellini.
E s'è un po' tranquillizzata.
La signora che lo accompagnava aveva chiesto poco prima a Susibita se le desse fastidio che passassero, dal momento che sa come lei la pensi su certe cose e che però questo sacerdote era nuovo di queste parti e stava cercando di conoscere un po' tutti in paese.
Susibita aveva risposto che no, non le dava fastidio, ci mancherebbe - che la porta di casa sua era sempre stata aperta a tutti, tanto più a qualcuno che porta la benedizione, che in fin dei conti altro non è che un augurio, un buon augurio.
E che non farli entrare -soprattutto- le sarebbe sembrato un po' come quelli che espongono il bollino sul cancello "grazie, ma siamo una famiglia cattolica" che è una cosa che Susibita ha sempre trovato alquanto agghiacciante.
Però quando poi il prete è arrivato si è chiesta se non avesse sbagliato - perché non poteva non recitare il padre nostro dal momento che erano lì in tre e che non era come quando passano i testimoni di Geova e lei mette su un caffè e intanto piega i panni e intanto gli spiega che no, non trova affatto misericordioso il dio biblico, ma manco buono, ma manco giusto se è per questo e che una cosa come quella che fa ad Abramo con quel povero disgraziato di Isacco è semplicemente immonda -spiacente- ma immonda per quel che la riguarda.
Qui insomma è diverso, ne va anche di coerenza di fronte ai bambini, si è detta.
E infatti quando ha chiesto al piccoletto di raggiungerli in salotto per salutare e ascoltare un signore che dice una preghierina quello le ha risposto che no, lui la preghierina non l'avrebbe detta mai, ma proprio MAI E POI MAI, testuali parole. Che poi dico, mica la devi dire tu - gli ha specificato Susibita, puoi anche solo ascoltare quello che ha da dire lui, ma quello niente, s'è messo a giocare e non lo si è più visto.
Poi Susibita è tornata indietro e quell'altro, quello alto, le ha detto: "Non guardarmi, ha preso tutto da te, io non c'entro: sono pure stato chirichetto, io." - l'ipocrita.
E' stato chierichetto tipo per un giorno, dopodiché è tornato a casa da sua madre e ha dichiarato che lui non lo avrebbe MAI PIU' fatto in vita sua, che quella cosa di prendere ordini dal prete non gli andava per nulla a genio.
Insomma nel mentre della benedizione Susibita s'è fatta pippe mentali tutto sommato abbastanza consuete considerato il soggetto, e ha cominciato a temere l'effetto boomerang, quello per cui gli errori che fai ti si ritorcono tutti contro prima o poi, amplificati.
Un po' come in quel racconto della Munro in cui una madre cresce la figlia con metodi educativi un po' hippie e vagamente agnostici e quella -raggiunta la maggiore età- per compensare la mancanza di spiritualità nell'infanzia, si fa prendere da una setta di santoni e sparisce nel nulla finché la madre ormai ottantenne non scopre che comunque è viva, sposata con 5 figli ma non si rivedranno mai più.
Che dici a 'sto punto faceva il chirichetto a 11 anni che era meglio.
Poi c'è anche la suocera che a Susibita lo dice sempre che a 'sti bambini un po' di spiritualità gliela dovrebbe pur passare, e lei a risponderle che spiritualità non è necessariamente religione.
Comunque dopo la Munro un po' Susibita se la fa sotto che magari la Nina a 17 anni -che so- prende il treno e va a fare la Papa Girl in Piazza San Pietro.
Però poi ha guardato Magù raccogliere le lumachine dalla strada, per non farle schiacciare dalle macchine. E i lombrichi, pure.
Questo bambino piccolo e ignaro che salva i più piccoli tra gli animali: i più viscidi, diciamolo.
Questo bambino che si spiega da solo la vita: "si nasse, si vive e poi si muore. E' la natura, è fatta così. Io però non muoio, pecchè sono un cavalie(r)e e cavaliei -mamma- non muoiono mai."
Questo bambino che trema quando sogna che qualcuno faccia del male agli occhi di suo padre.
Questo bambino che dice " mi si è 'pezzato il cuore, mamma".
Questo bambino- rasente il fanatico- con gli occhi pallati preda del fascino morboso del germoglio:
"Pecchè non èsse, mamma? Io lo appetto, ma lui non èsse."
"Non riesci a vederlo mentre esce, lo vedi quando è già spuntato: è troppo lento."
"Ma io lo appetto, mamma, stai tanquilla."
Questo bambino qui, che ha più spiritualità lui nell'unghia dell'alluce sinistro di un intero esercito di catechisti ciellini.
E s'è un po' tranquillizzata.
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21 marzo 2014
incartata accartocciata.
Se lei non fosse l'uragano che è, se non ne combinasse una dietro l'altra, se non c'avesse quella vociaccia -per dire- forse non mi stancherei tanto velocemente.
Se lui non fosse lo sbrindellato un po' nevrastenico che è, forse non si prenderebbero a legnate sui denti ogni giorno.
Se lei non fosse la pinzipessa guerriera che è, dalle palle degli occhi fino alle unghie dei piedi, lui non la chiamerebbe quando ha paura, con quella fiducia un po' reverente verso chi nasconde poteri occulti e straordinari.
Se lui non fosse lo sbrindellato, appassionato capitano della fantasia che è, lei non lo ascolterebbe incantata, bevendosi ogni suo gesto.
Se facessi uno di quei lavori che torni a casa e non ci pensi più, forse sarei meno ansiosa.
Verrei a casa, mi godrei i miei figli, alla fine della giornata spegnerei le luci.
Poi -sotto le coperte- sognerei il lavoro che faccio.
A colloquio a scuola.
"Senta io ho bisogno di capire come gestire la rabbia."
"Di chi?"
"Sua, di lui. E di lei. Ma pure la mia."
"Mmm. Partiamo dall'inizio."
"Le racconto com'è andata oggi?"
"Prego."
Segue racconto.
"Quindi capisce? io la teoria la so benissimo, è nella pratica che m'incarto."
"Lei è solo stanca, vanno molto bene alcune cose che fa. Perché non prova a lavorarci in modo diverso? senta, proviamo questa strada..."
Segue descrizione della strada.
"Poi al prossimo incontro in gruppo o da sole ne riparliamo, che ne dice?"
Questa ragazza, con gli occhi neri e i capelli lucidi, con un velo di burrocacao rosa sulle labbra e i capelli pettinati. Questa ragazza che non ero io, perché io ero quella coi capelli legati e deformi seduta di fronte.
Questa ragazza con pochi anni meno di me, ma che significano tutto, perché stanno proprio lì, tra il prima e il dopo. Questa ragazza che avrei potuto essere io, se solo avessi il tempo di una doccia, di una sforbiciata, di parecchie ore di sonno, se avessi meno solitudine, un'amica più vicino.
Questa ragazza gentile, che mi ha detto sei solo stanca, sorridendomi.
Niente, io me la volevo portare a casa per un pochino.
Per non far nulla e stare lì a guardarla mentre parla -lei- piano, gentile, paziente, ai miei figli.
O anche per chiederle se ci mette olio d'argan o che, su quei capelli così lucidi.
Se lui non fosse lo sbrindellato un po' nevrastenico che è, forse non si prenderebbero a legnate sui denti ogni giorno.
Se lei non fosse la pinzipessa guerriera che è, dalle palle degli occhi fino alle unghie dei piedi, lui non la chiamerebbe quando ha paura, con quella fiducia un po' reverente verso chi nasconde poteri occulti e straordinari.
Se lui non fosse lo sbrindellato, appassionato capitano della fantasia che è, lei non lo ascolterebbe incantata, bevendosi ogni suo gesto.
Se facessi uno di quei lavori che torni a casa e non ci pensi più, forse sarei meno ansiosa.
Verrei a casa, mi godrei i miei figli, alla fine della giornata spegnerei le luci.
Poi -sotto le coperte- sognerei il lavoro che faccio.
A colloquio a scuola.
"Senta io ho bisogno di capire come gestire la rabbia."
"Di chi?"
"Sua, di lui. E di lei. Ma pure la mia."
"Mmm. Partiamo dall'inizio."
"Le racconto com'è andata oggi?"
"Prego."
Segue racconto.
"Quindi capisce? io la teoria la so benissimo, è nella pratica che m'incarto."
"Lei è solo stanca, vanno molto bene alcune cose che fa. Perché non prova a lavorarci in modo diverso? senta, proviamo questa strada..."
Segue descrizione della strada.
"Poi al prossimo incontro in gruppo o da sole ne riparliamo, che ne dice?"
Questa ragazza, con gli occhi neri e i capelli lucidi, con un velo di burrocacao rosa sulle labbra e i capelli pettinati. Questa ragazza che non ero io, perché io ero quella coi capelli legati e deformi seduta di fronte.
Questa ragazza con pochi anni meno di me, ma che significano tutto, perché stanno proprio lì, tra il prima e il dopo. Questa ragazza che avrei potuto essere io, se solo avessi il tempo di una doccia, di una sforbiciata, di parecchie ore di sonno, se avessi meno solitudine, un'amica più vicino.
Questa ragazza gentile, che mi ha detto sei solo stanca, sorridendomi.
Niente, io me la volevo portare a casa per un pochino.
Per non far nulla e stare lì a guardarla mentre parla -lei- piano, gentile, paziente, ai miei figli.
O anche per chiederle se ci mette olio d'argan o che, su quei capelli così lucidi.
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19 marzo 2014
Fino allo svenimento
Volevo scrivere che dopo una settimana con Nina ricoperta da bollicine stamattina l'ho riportata al nido: volevo scrivere -perché è vero- che praticamente ce l'ho lanciata dentro e sono sgommata via, e se ci passi davanti si vedono ancora le strisciate sull'asfalto.
E adesso non ho più tanta voglia di dire che l'ho lanciata, anzi mi faccio pure un po' pena.
Non ho neanche più voglia di dire quanto sono stanca, quanto sono indietro con tutto.
Io adesso ho solo voglia che tornino a casa - tutti e due- per baciarli fino allo svenimento e non staccarmeli mai più di dosso, ma proprio mai più.
4 marzo 2014
molto carina.
Ci sono cose che mi fanno una tristezza tremenda, tipo oggi quando ho sentito una mamma sgridare suo figlio per non so che cosa avesse dimenticato sul pulmino e gli ha detto tonto. sei proprio un tonto.
Dire tonto a un bambino non è forse una cosa gravissima, non è suscettibile di denuncia, magari neanche di biasimo indignato, non farà di questa madre una pessima madre o che, né mi legittimerà a sentirmi migliore di lei, per via di tutte quelle volte che ho saputo essere meschina, senza accorgermene.
Però mi fa tristezza.
Ci son cose che non sono vere tragedie, non provocano danni evidenti, ferite apparenti, ma che a me deprimono moltissimo. Mi fan proprio cascare le braccia.
Tipo è deprimente che io mi nasconda a leggere twitter invece che ascoltare mio figlio che gioca.
E' deprimente quando quello davanti in macchina apre il finestrino e lancia fuori una bottiglia.
Trovo deprimente lo specialista privato che chiede "con o senza fattura?".
E' deprimente quando uno dà un calcio a un cane.
Poi ci sono cose che mi fanno impazzire, invece.
Cose piccolissime che mi succedono, che non sono bellissime, non cambiano i destini del mondo, cose che non salvano vite né cancellano soprusi.
Sono cose così, solo carine.
Io ci vado matta per le cose carine.
Anche per le persone carine. Quelle che non conosci abbastanza per poter dire che siano belle persone, però ti piacciono le cose che dicono, le cose che fanno, e il come le fanno.
A volte anche le persone che conosciamo fanno delle cose carine: Nina ad esempio fa quella cosa col naso quando lo arriccia, che è proprio carina.
Una signora qui in paese raccoglie fiori per l'insalata e se le chiedi ho gente a cena, mi prepara dei fiori? lei ti da questo sacchettino con dentro le mammole o le viole o che so io e tu puoi farle col soncino o la rucola e fai un gran figurone coi tuoi ospiti e anche questa è una cosa carina, mi sembra.
Mio figlio col secchiello in testa, è una cosa carina.
Il quaderno di musica di un bambino, è un'altra cosa molto carina.
Stasera stavo chiudendo le persiane della camera dei bimbi e ho visto volare un gufo, una civetta o un barbagianni, non saprei. Uno dei tre comunque. Credo una civetta, perché era piccinina.
La valle era buia pesta e l'ho vista alla luce del lampione volare in silenzio.
Allora mi sono ricordata del libro sugli animali del bosco che escono di notte per la caccia ed improvvisamente era tutto vero, proprio sotto i miei occhi.
Mi sono sentita così inspiegabilmente eccitata e felice che non vedevo l'ora di chiamare i bimbi e parlare con loro e dirgli Oi bimbi è tutto vero, vedete? lì fuori da qualche parte nel fitto tra gli alberi c'è un cavo dentro un tronco e di giorno ci vive quella civetta lì -proprio quella- che ora vola in silenzio davanti alla vostra finestra e cerca un topolino giù nel prato dove tutto è buio e fresco e muto.
Ma non ho fatto in tempo, naturalmente. Perché ora che ho pensato tutte queste cose lei ha virato nel buio oltre il lampione e allora non ho neanche chiamato i bambini.
Ragazzi avreste dovuto vedere come volava, e che buio, nel silenzio.
Dio, peccato che non c'eravate anche voi.
Però io ve l'ho raccontata e anche questa è una cosa carina, mi pare.
24 febbraio 2014
Inimmazinabili traguardi.
Nessuno riderà di te. O non avrà più la lingua per farlo.
"Non voglio tuccammi gli occhi da panda. Non vojo che ridano di me."
"Ma chi? chi ride di te amore mio?" dimmelo che mamma lo appende per la pelle della balle e le fa seccare al sole come pachini ad Agosto, dimmelo.
"Nessuno, è la mia immazinazione."
"Bè la tua immaginazione si sbaglia, nessuno ride di te. E' forse per quella storia che alla fine ti sei fatto la maschera di Marylin per carnevale? è per quello? qualcuno ti ha preso in giro?". Dimmelo che vado e faccio una piazzata, dimmelo. Che quelli non hanno abbastanza fantasia da capire te, la tua immaginazione, la meraviglia che è il tuo mondo e la potenza del mio ginocchio che si abbatterà sui loro denti. Dimmelo.
"No, nessuno."
"Ok, ascoltami bene: è importante. Se non vuoi che ti trucchi gli occhi da panda perché non ti piace non lo farò. Ma non fare mai una scelta pensando a quello che piace o non piace agli altri: pensa a quello che piace a te, a quello che ti fa stare bene. Vuoi che ti trucchi da panda sì o no?"
"No."
"Ok, niente trucco. Però un'ultima cosa: non bisogna mai ridere degli altri. Ci saranno sempre quelli che lo faranno ma tu non farlo mai, d'accordo? è una cosa brutta, una cosa vile, una cosa -soprattutto- stupida. Quelli che deridono gli altri: sono loro che sbagliano, capito? si comportano da sciocchi, da paurosi, sono senza immaginazione. Non tu: tu vai benissimo così come sei. Non permettere a nessuno di cambiarti. Ok?"
"Ok. Posso usare quetto mamma? vadda che bello, è un'elmo peffetto."
"Hum? eh? ss-sì. Ma -hem- vuoi metterlo alla festa?"
"Zetto."
"Ah. hem. Va bene, amore. va bene"
"E' popio peffetto."
Disse quello che si presentò alla festa con la tuta da panda, la benda rossa del kung-fu, in bicicletta e con in testa il secchiello del mare.
La seconda che hai detto.
Sto cercando di capire se Nina non è in grado di parlare, non c'ha voglia di parlare o semplicemente mi prende per il culo.
Pensavo avesse un vocabolario risicatino e vieppiù incomprensibile ma tutto sommato nella norma finché non ho sentito il suo compagno di asilo, maggiore d'un paio di mesi, dire "'ndiamo a casha dei gnonni." per un totale signori miei di 2 sostantivi, 2 preposizioni, 1 verbo, il tutto in un periodo corretto e di senso compiuto.
Ho cercato di tastare il terreno con le tate del nido ma ormai è da un paio di mesi che ho capito che sono totalmente succubi del fascino della piccoletta e dunque inaffidabili.
"No vabbè ragazze, ba-na-na me la fa na-na-na. Non si sforza proprio. Le chiedo di dirmi me-la e quella mi guarda e mi fa "tu-tù" , poi si volta verso il fratello e si sganascia. Qui o c'è un problema o mi sta pigliando per i fondelli."
"La seconda che hai detto."
Inoltre sfodera una preoccupante predisposizione a reazioni bisillabiche che ti aspetteresti da una 17enne:
"Amore, quanti bei giochi! Cosa fai?"
"'Gnente."
"Leddi."
"No Nina, ora non posso, passa tra un minuto che ho finito."
"Leddi, mamma."
"Ti ho detto che non posso amore, lasciami finire prima."
"Mamma, leddi."
"Ma come ti devo..."
"LEDDI."
"Ok, leggo."
E' sempre un piacere rivederla.
Siamo tornati da meno di 12 ore nel Profondo Nord e mia suocera già mi ama.
Nonna:"Al parchetto ho notato che quella bambina che giocava con lei era decisamente più alta, e avrà avuto più o meno la sua età."
Zia: "Mamma, aveva sei mesi di più."
Nonna: "Tu dici eh? Bè Susi tu che ne pensi, tu che hai sott'occhi anche altri bambini: dici che è normale? o è bassa? Mi spiacerebbe molto se fosse bassa."
"Sì, bè, non saprei, mi sembra nella media rispetto agli altri e anche la pediatra..."
"Noi siamo tutti alti."
"Sì, ok. Ma io ad esempio..."
"Anche i tuoi -dico- siete tutti alti. Gli altri, almeno."
"Sì, hem. Però sa com'è, io sono la madre e tutto si può dire tranne che io sia alta, tuttavia non mi pare sia una trage..."
"Un vero peccato se fosse bassa."
"No dico, ma se anche fosse non è che ..."
"No no -per l'amor del cielo- dio ce ne scampi."
Mi ama, ve l'ho detto.
"Non voglio tuccammi gli occhi da panda. Non vojo che ridano di me."
"Ma chi? chi ride di te amore mio?" dimmelo che mamma lo appende per la pelle della balle e le fa seccare al sole come pachini ad Agosto, dimmelo.
"Nessuno, è la mia immazinazione."
"Bè la tua immaginazione si sbaglia, nessuno ride di te. E' forse per quella storia che alla fine ti sei fatto la maschera di Marylin per carnevale? è per quello? qualcuno ti ha preso in giro?". Dimmelo che vado e faccio una piazzata, dimmelo. Che quelli non hanno abbastanza fantasia da capire te, la tua immaginazione, la meraviglia che è il tuo mondo e la potenza del mio ginocchio che si abbatterà sui loro denti. Dimmelo.
"No, nessuno."
"Ok, ascoltami bene: è importante. Se non vuoi che ti trucchi gli occhi da panda perché non ti piace non lo farò. Ma non fare mai una scelta pensando a quello che piace o non piace agli altri: pensa a quello che piace a te, a quello che ti fa stare bene. Vuoi che ti trucchi da panda sì o no?"
"No."
"Ok, niente trucco. Però un'ultima cosa: non bisogna mai ridere degli altri. Ci saranno sempre quelli che lo faranno ma tu non farlo mai, d'accordo? è una cosa brutta, una cosa vile, una cosa -soprattutto- stupida. Quelli che deridono gli altri: sono loro che sbagliano, capito? si comportano da sciocchi, da paurosi, sono senza immaginazione. Non tu: tu vai benissimo così come sei. Non permettere a nessuno di cambiarti. Ok?"
"Ok. Posso usare quetto mamma? vadda che bello, è un'elmo peffetto."
"Hum? eh? ss-sì. Ma -hem- vuoi metterlo alla festa?"
"Zetto."
"Ah. hem. Va bene, amore. va bene"
"E' popio peffetto."
Disse quello che si presentò alla festa con la tuta da panda, la benda rossa del kung-fu, in bicicletta e con in testa il secchiello del mare.
La seconda che hai detto.
Sto cercando di capire se Nina non è in grado di parlare, non c'ha voglia di parlare o semplicemente mi prende per il culo.
Pensavo avesse un vocabolario risicatino e vieppiù incomprensibile ma tutto sommato nella norma finché non ho sentito il suo compagno di asilo, maggiore d'un paio di mesi, dire "'ndiamo a casha dei gnonni." per un totale signori miei di 2 sostantivi, 2 preposizioni, 1 verbo, il tutto in un periodo corretto e di senso compiuto.
Ho cercato di tastare il terreno con le tate del nido ma ormai è da un paio di mesi che ho capito che sono totalmente succubi del fascino della piccoletta e dunque inaffidabili.
"No vabbè ragazze, ba-na-na me la fa na-na-na. Non si sforza proprio. Le chiedo di dirmi me-la e quella mi guarda e mi fa "tu-tù" , poi si volta verso il fratello e si sganascia. Qui o c'è un problema o mi sta pigliando per i fondelli."
"La seconda che hai detto."
Inoltre sfodera una preoccupante predisposizione a reazioni bisillabiche che ti aspetteresti da una 17enne:
"Amore, quanti bei giochi! Cosa fai?"
"'Gnente."
"Leddi."
"No Nina, ora non posso, passa tra un minuto che ho finito."
"Leddi, mamma."
"Ti ho detto che non posso amore, lasciami finire prima."
"Mamma, leddi."
"Ma come ti devo..."
"LEDDI."
"Ok, leggo."
E' sempre un piacere rivederla.
Siamo tornati da meno di 12 ore nel Profondo Nord e mia suocera già mi ama.
Nonna:"Al parchetto ho notato che quella bambina che giocava con lei era decisamente più alta, e avrà avuto più o meno la sua età."
Zia: "Mamma, aveva sei mesi di più."
Nonna: "Tu dici eh? Bè Susi tu che ne pensi, tu che hai sott'occhi anche altri bambini: dici che è normale? o è bassa? Mi spiacerebbe molto se fosse bassa."
"Sì, bè, non saprei, mi sembra nella media rispetto agli altri e anche la pediatra..."
"Noi siamo tutti alti."
"Sì, ok. Ma io ad esempio..."
"Anche i tuoi -dico- siete tutti alti. Gli altri, almeno."
"Sì, hem. Però sa com'è, io sono la madre e tutto si può dire tranne che io sia alta, tuttavia non mi pare sia una trage..."
"Un vero peccato se fosse bassa."
"No dico, ma se anche fosse non è che ..."
"No no -per l'amor del cielo- dio ce ne scampi."
Mi ama, ve l'ho detto.
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17 febbraio 2014
Cose.
Non avevo voglia di scrivere ma poi ho letto questo post di Polly e mi è venuto in mente che io ne ho un sacco, di oggetti, di cui parlare.
Mia madre è una consumatrice isterico-compulsiva, ma a onor del vero non ha mai disdegnato neppure la sublime arte del raccattonaggio.
Capace che si riempie il carrello di troiai della peggior specie ("sono per i bambini". eccerto.) eppure usa una vecchia vasca da bagno come abbeveratoio su alle stalle.
Quando ero piccola m'istigava all'imbarazzante abitudine di trafugare i fiori recisi ancora ben messi nei cestini del cimitero: voi non avete idea di che robe vengano fuori, certi iris grossi così.
Poi -siccome è appunto una persona coerente- quando c'erano i saldi andava all'ademarc e tornava a casa con le peggio cazzate del creato: ancora oggi da qualche parte su in mansarda ci sono due piumini da scii -uno mio e uno di zia Subli- che non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere eccetto io quella volta che in quinta sono andata in gita a Praga, e: signori miei, se non siete stati tutta la notte in giro per Praga con -14° e un solo boccettino da 45 ml di liquore alle cento erbe da dividere in quattro incluso il prof di Italiano non potete capire cosa sia il freddo.
Comunque oggi i vestiti dei bambini li compro al negozio dell'usato e questo lo devo anche ai tanti sabati passati alla discarica comunale con mia madre.
Gli oggetti che voglio immortalare su queste pagine però non vengono dalla discarica e neanche dal cimitero, sono solo ereditati.
Vengono dalla cucina di mia nonna e direttamente dagli anni '50. Ora vivono nella mia nel 2014.
Quando è morta mia nonna io, Zia Subli e Cugina Pooh ci siamo divise le quattro carabattole che erano il tesoro della nostra infanzia.
La sottoscritta - tra le varie- ha portato a casa:
- la tazza con le ciliegie, perché dove vivo ora ci sono tanti alberi di ciliegi e quando dopo aver vissuto 1 anno nel garage di mia suocera ho finalmente trovato questo posto sperduto e bellissimo era primavera e la primavera su un ciliegio fa venir voglia di piangere e ridere insieme, chiedetelo alla Butterfly.
Nonna mi ci faceva l'orzo la mattina, dopo che l'avevo portata presto a fare gli esami del sangue.
Cugina Pooh ha tenuto i girasole.
- la ciotola di plastica gialla, anche detta "quella di Natale", non perché sia bella da tirar fuori per l'occasione ma perché era quella che -avvolta nella stagnola- conteneva le frittelle del 24 sera: alle melanzane, al cavolfiore, di pane con l'acciuga o senza acciuga e noi dovevamo indovinare.
Mia nonna le portava lungo il tragitto, poco più di 800 m, da casa sua a casa nostra, senza cappello ma con la sciarpa di lana sopra il naso. Quando entrava dalla porta faceva tutto da sola e diceva "Permesso-avanti. Susà. -Pausa-. Susà! e piglia! che sò carde carde."
- il canovaccio con Carlo e Diana.
Ecco: di questo non ricordo se fosse un dono di zia che era emigrata in Gran Bretagna dove ha poi sposato un polacco dai capelli rossi, un souvenir di qualcuno che era andato in vacanza-studio a Londra o un regalo di dubbio gusto tra Calabri Italioti e Calabri emigrati in occasione delle nozze del secolo (scorso).
Comunque lo adoro.
Detto canovaccio ha coperto la famigerata teglia gialla di Natale con la pasta al forno per i miei primi 30 anni di vita. Sempre lo stesso tragitto, ma il 25 sera. "Permesso-avanti. Susà. - pausa-. Susà! e piglia! che è carda carda."
La teglia gialla ce l'ha Zia Subli, conclamata erede culinaria della nonna.
- la biscottiera anni '70 presa coi punti del supermercato. Mia suocera ce l'ha uguale, ma la mia chiude.
Mia madre è una consumatrice isterico-compulsiva, ma a onor del vero non ha mai disdegnato neppure la sublime arte del raccattonaggio.
Capace che si riempie il carrello di troiai della peggior specie ("sono per i bambini". eccerto.) eppure usa una vecchia vasca da bagno come abbeveratoio su alle stalle.
Quando ero piccola m'istigava all'imbarazzante abitudine di trafugare i fiori recisi ancora ben messi nei cestini del cimitero: voi non avete idea di che robe vengano fuori, certi iris grossi così.
Poi -siccome è appunto una persona coerente- quando c'erano i saldi andava all'ademarc e tornava a casa con le peggio cazzate del creato: ancora oggi da qualche parte su in mansarda ci sono due piumini da scii -uno mio e uno di zia Subli- che non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere eccetto io quella volta che in quinta sono andata in gita a Praga, e: signori miei, se non siete stati tutta la notte in giro per Praga con -14° e un solo boccettino da 45 ml di liquore alle cento erbe da dividere in quattro incluso il prof di Italiano non potete capire cosa sia il freddo.
Comunque oggi i vestiti dei bambini li compro al negozio dell'usato e questo lo devo anche ai tanti sabati passati alla discarica comunale con mia madre.
Gli oggetti che voglio immortalare su queste pagine però non vengono dalla discarica e neanche dal cimitero, sono solo ereditati.
Vengono dalla cucina di mia nonna e direttamente dagli anni '50. Ora vivono nella mia nel 2014.
Quando è morta mia nonna io, Zia Subli e Cugina Pooh ci siamo divise le quattro carabattole che erano il tesoro della nostra infanzia.
La sottoscritta - tra le varie- ha portato a casa:
- la tazza con le ciliegie, perché dove vivo ora ci sono tanti alberi di ciliegi e quando dopo aver vissuto 1 anno nel garage di mia suocera ho finalmente trovato questo posto sperduto e bellissimo era primavera e la primavera su un ciliegio fa venir voglia di piangere e ridere insieme, chiedetelo alla Butterfly.
Nonna mi ci faceva l'orzo la mattina, dopo che l'avevo portata presto a fare gli esami del sangue.
Cugina Pooh ha tenuto i girasole.
- la ciotola di plastica gialla, anche detta "quella di Natale", non perché sia bella da tirar fuori per l'occasione ma perché era quella che -avvolta nella stagnola- conteneva le frittelle del 24 sera: alle melanzane, al cavolfiore, di pane con l'acciuga o senza acciuga e noi dovevamo indovinare.
Mia nonna le portava lungo il tragitto, poco più di 800 m, da casa sua a casa nostra, senza cappello ma con la sciarpa di lana sopra il naso. Quando entrava dalla porta faceva tutto da sola e diceva "Permesso-avanti. Susà. -Pausa-. Susà! e piglia! che sò carde carde."
- il canovaccio con Carlo e Diana.
Ecco: di questo non ricordo se fosse un dono di zia che era emigrata in Gran Bretagna dove ha poi sposato un polacco dai capelli rossi, un souvenir di qualcuno che era andato in vacanza-studio a Londra o un regalo di dubbio gusto tra Calabri Italioti e Calabri emigrati in occasione delle nozze del secolo (scorso).
Comunque lo adoro.
Detto canovaccio ha coperto la famigerata teglia gialla di Natale con la pasta al forno per i miei primi 30 anni di vita. Sempre lo stesso tragitto, ma il 25 sera. "Permesso-avanti. Susà. - pausa-. Susà! e piglia! che è carda carda."
La teglia gialla ce l'ha Zia Subli, conclamata erede culinaria della nonna.
- la biscottiera anni '70 presa coi punti del supermercato. Mia suocera ce l'ha uguale, ma la mia chiude.
| Il canovaccio più kitch della storia. Sotto c'è anche quello di natale col calendario 2007. |
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Nonna Profondo Sud
11 febbraio 2014
Noi adesso.
Lei.
Nina è bella come un giardino.
Non fosse che è tre giorni che si addormenta solo mano nella mano sarebbe perfetta.
Lui.
Lui è andato a una mostra, ha visto lei:
e si è innamorato.
Messo alle strette dalle maestre su quale maschera volesse realizzare ha scelto -che ve lo dico a fare - il cavaliere.
Messo alle strette sul non poter scegliere il cavaliere ma sul doversi limitare ai personaggi visti nel corso della visita ha fatto spallucce, brontolato, minacciato ostruzionismo, infine promesso che ci avrebbe pensato su nella notte.
Al risveglio ha optato per la bionda.
"Ma io sono un macchio peò."
"Sì certo, sei e rimani un maschio."
"Io sono un macchio e un cavaliee."
"Già. Infatti ti piacciono le bionde."
"Mi piazzono, sì."
Noi.
Un amico single, senza figli e con un certo sprezzo del pericolo è venuto a trovarci per il fine settimana.
"Dai tutto sommato è andata bene, non aveva l'aria eccessivamente sconvolta: mi ha detto che non si è affatto stancato."
"Mentiva."
"Esagerata, me lo avrebbe detto. Può darsi che non si sia accorto che quello là è un tantinnello nevrotico e quell'altra un cicinino esigente."
"Seeee."
"No davvero, se la giocavano alla grande, hai visto anche tu."
"Siete rimasti d'accordo per ripetere l'esperienza?"
"Hem, no."
"Non lo rivedremo mai più."
Nina è bella come un giardino.
Non fosse che è tre giorni che si addormenta solo mano nella mano sarebbe perfetta.
Lui.
Lui è andato a una mostra, ha visto lei:
e si è innamorato.
Messo alle strette dalle maestre su quale maschera volesse realizzare ha scelto -che ve lo dico a fare - il cavaliere.
Messo alle strette sul non poter scegliere il cavaliere ma sul doversi limitare ai personaggi visti nel corso della visita ha fatto spallucce, brontolato, minacciato ostruzionismo, infine promesso che ci avrebbe pensato su nella notte.
Al risveglio ha optato per la bionda.
"Ma io sono un macchio peò."
"Sì certo, sei e rimani un maschio."
"Io sono un macchio e un cavaliee."
"Già. Infatti ti piacciono le bionde."
"Mi piazzono, sì."
Noi.
Un amico single, senza figli e con un certo sprezzo del pericolo è venuto a trovarci per il fine settimana.
"Dai tutto sommato è andata bene, non aveva l'aria eccessivamente sconvolta: mi ha detto che non si è affatto stancato."
"Mentiva."
"Esagerata, me lo avrebbe detto. Può darsi che non si sia accorto che quello là è un tantinnello nevrotico e quell'altra un cicinino esigente."
"Seeee."
"No davvero, se la giocavano alla grande, hai visto anche tu."
"Siete rimasti d'accordo per ripetere l'esperienza?"
"Hem, no."
"Non lo rivedremo mai più."
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27 gennaio 2014
di lui, di me, di veri leader.
Tra poco compie 4 anni e vuole tanto una fetta in macchea.
Ho comprato patatine, biscotti, succhi e cioccolatini per tutti.
Ho sbolognato a Zia Subli la focaccia, la crostata e non so che altro.
A Nonna Oroscopo il dolce.
A Papone la pizza.
D'altra parte io avevo gli inviti coi disegnini da bimbaminchia da fare, e spadine e scudi da ricavare nel cartone riciclato. Roba indispensabile, neh.
Mica posso fare tutto io: il segreto -signori miei- è delegare.
Il vero leader non ha timore a delegare, e io -modestamente - lo nacqui.
Stralci di conversazione telefonica con Zia Subli: accurate testimonianze della mia inequivocabile inclinazione al party planning.
"E quindi dov'è sto posto?"
"Qui in paese, una stanzetta accanto all'arci cacciatori."
"Ok, quindi ti daranno le chiavi?"
"Quali chiavi?"
"..."
"e la torta?"
"hum?"
"Compleanno. Torta. Candeline. Presente?"
"Non trovi che la torta ai compleanni sia sovrastimata? non se la fila nessuno, tutti s'ingolfano di patatine prima."
"No."
"Vabbè ma cheppalle."
"Senti, te la faccio facile: almeno la torta-fuffa falla tu, no?"
"Ma quale? quella dove devo solo comprare gli elementi e impilarli uno sopra l'altro?"
"No, devi comporla, che è diverso. Comunque sì, è semplicissima: monti il dolceneve e poi..."
"Che??"
"Il dolceneve, lo monti con la frusta e..."
"A-ha! allora devo cucinare!"
"Quello non è cucinare: è solo montare un preparato già pronto."
"Dio mi sento già stanca, guarda. Mi sale l'ansia, senti?"
D'altra parte oggi ho scoperto che non sono neanche in grado di andare a un compleanno, figurati organizzarlo.
Per andare a un compleanno non devi fare nulla, non devi preparare nulla.
Devi solo scegliere un regalo, una qualunque cosa che possa piacere a -tipo- una bimba di sette anni. Una roba semplice.
Eppure una mia amica felicemente sposata al compleanno della cui figlia siamo andati prima di Natale oggi mi fa : "Bello il librino che ci avete regalato. Solo non capisco una cosa: perché le hai preso una storia per imparare a vivere con serenità la separazione dei genitori?".
No vabbé.
Comunque di 4 anni fa ricordo la notte, il nevischio sulle strade.
Ricordo le mie urla, lo sgomento, ricordo lo smarrimento.
Mi ricordo -benissimo- che le altre avevano dei giornali femminili sui comodini, io -che avevo tutti i miei libri imballati per il trasloco- un topolino del '93.
Ricordo le lenzuola di cotone pesante dell'ospedale vecchio, il lavandino in camera con l'acqua gelata, e 'sto meconio che bah: non puzza, appiccica, non sembra manco di questo mondo.
Ricordo lui che si porta via le chiavi dell'armadietto e io con la camicetta da notte ancora sudata a freddarmisi addosso.
La ragazza accanto a me la mattina dopo che dice "stanotte ti ho vista quando ti hanno riportata. Avevi uno sguardo stravolto, ma così dolce."
"Stavo malissimo."
"Ma eri dolce."
Aridaje con 'sto dolce.
Mi ricordo il suo sguardo di gattino cieco, 'sta vaschetta trasparente da pesce rosso.
Ricordo l'infermiera al primo cambio, mi guarda sollevargli le gambe stupita "ma come? già così in fretta? di solito avete tutte paura, li maneggiate come cristalli."
"Una volta ho dovuto pulire e disinfettare lo scroto a un cavallo: tutti i giorni per una settimana."
"Capisco."
Ricordo il messaggino di un mio amico "so che non dovrei disturbarti ma non puoi tenermi sulle spine così: come va?". L'amore di tutti, la curiosità impaziente. Ricordo lo sguardo di mia sorella, mio padre con la macchinetta digitale, Nonna Profondo Sud che c'era ancora.
Adesso hanno spostato l'ospedale, non è più lì.
In quello nuovo ci sono camere singole, bagni privati.
Noi eravamo in 6 in una camera da 4 e ognuna aveva la vaschetta trasparente accanto. Dormivo sì e no due ore per notte. Una tizia aveva un paio di tette grossissime, e quando dico grossisime intendo enormi, che lei poraccia piangeva dal male.
Io non è che lo guardassi tanto, un'infermiera mi sgridò perché dormivo e gli avevo fatto saltare la poppata.
Però una volta l'ho lasciato assopirsi sul petto, no? e dopo un po' ci svegliamo tutti e due e lui apre gli occhi e mi vede e pare proprio che mi guardi.
Oggi ci sono solo ambulatori e nessuno più ci viene ricoverato, all'ospedale vecchio.
Io ogni volta che ci passo davanti alzo su gli occhi e vedo quella finestra grande, da cui ho guardato la neve sui tetti e una luna enorme, una notte, mentre cantavo Hold me now, oh hold me now, Till this hour has gone around.
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20 gennaio 2014
Invincibile come una mosca.
"Ntch-ntch -tesoro- non piangere, tuo fratello non ha fatto apposta: voleva solo abbracciarti ed è stato un po' impetuoso. Vero che volevi abbracciarla, amore?"
"No mamma, non volevo abbazzalla: volevo chiazzalla."
"Schiacciarla??"
"Sì, chiazzalla. Come una mocca."
-------------
"E quindi di notte -quando c'è il buio- vai nel lettino di tua sorella così la proteggi?"
"No-no. E' lei che potezze me: è invinzibile, lo sai?"
Quando ti sgrido, lei ti consola.
Quando tu esageri, lei ti mena.
Quando hai paura, lei è invincibile.
Quando tocchi i suoi giochi, lei ti lascia fare.
Quando hai ancora fame, col cazzo che lei smolla il biscotto.
Quando la sgrido tu annuisci, compiaciuto.
Quando la urtano altri bambini tu ti piazzi in mezzo e dici "lassa ttae mia soella.".
In seguito -comunque- lei si rialza e gli molla uno spintone.
Quando ti bacia, tu guardi la tv.
Quando lei tocca i tuoi giochi, tu t'incazzi come una iena.
Quando fate il bagno tu la guardi e dici "la mia zizzottella".
Quando lei ha ancora fame, col cazzo che le smolli il biscotto.
"No mamma, non volevo abbazzalla: volevo chiazzalla."
"Schiacciarla??"
"Sì, chiazzalla. Come una mocca."
-------------
"E quindi di notte -quando c'è il buio- vai nel lettino di tua sorella così la proteggi?"
"No-no. E' lei che potezze me: è invinzibile, lo sai?"
Quando ti sgrido, lei ti consola.
Quando tu esageri, lei ti mena.
Quando hai paura, lei è invincibile.
Quando tocchi i suoi giochi, lei ti lascia fare.
Quando hai ancora fame, col cazzo che lei smolla il biscotto.
Quando la sgrido tu annuisci, compiaciuto.
Quando la urtano altri bambini tu ti piazzi in mezzo e dici "lassa ttae mia soella.".
In seguito -comunque- lei si rialza e gli molla uno spintone.
Quando ti bacia, tu guardi la tv.
Quando lei tocca i tuoi giochi, tu t'incazzi come una iena.
Quando fate il bagno tu la guardi e dici "la mia zizzottella".
Quando lei ha ancora fame, col cazzo che le smolli il biscotto.
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16 gennaio 2014
l'amore facile.
sono entrata in doccia e ho pensato che mi piacciono le persone difficili.
ho pensato 'le ho sempre amate così, le persone: difficili.
forse perché ci sono cresciuta in mezzo.
creature complesse in cerca di riscatto, gente con pesi sul cuore grossi così, animi sfaccettati, metà dolci e metà figli di puttana, metà invincibili e metà terrecotte, un po' da stimare un po' imperdonabili.
ho pensato, vedi che è colpa tua, così te li vai a cercare, e mò lamentati.
ho pensato vale la pena cambiare per loro? valgo la pena io -per loro - di cambiare?
ho pensato sì -hai voglia, certo che sì- per quel loro amore imperfetto, per quel loro modo di chiedere scusa, di amare, dopo.
per quel loro modo di pretendere, poi lasciare andare.
quel modo loro di spezzarmi il cuore, e salvarlo.
Ho pensato: oddio, speriamo lo pensino anche loro.
Ho passato lo shampoo.
Io -ad esempio - sono una difficile, per rimanere in tema.
Un sacco di gente pensa che io sia dolce, ma la verità è che ho solo un bel modo di fare.
Che cazzo vuol dire che sono dolce? perché secondo te se c'ho i coglioni girati e non me la prendo col primo che passa allora sono dolce? perché mi avete vista leggere favole alla fermata, sono dolce? certo che sono dolce. certo che sono gentile. cosa cazzo dovrei fare, la psicopatica?
Ho fatto i peli sulle gambe.
Ma la verità è che sono una stronza, una difficile.
Sono una che rimugina, che scazza, che rompe i maroni, un'insoddisfatta.
sono una che se si alza di cattivo umore se la prende con chi sa lei, sempre quelli.
Sono una che non le si può dire niente perché scatta, rancorosa perché lei non vuole sentirsi dire la verità, lei vuole sentirsi dire che è brava, che è dolce, che ha fatto tutto quello che poteva fare -poverina- applausi.
Praticamente un'insicura del cazzo.
Io dico che vale la pena cambiare.
Con un discreto ritardo, ma me lo dico.
C'è voluta la faccia di mio figlio, ma me lo dico.
Difficili, mi piacciono. Stronze anime scintillanti, mi piacciono.
Ho messo il balsamo, pettinato i capelli.
Ma che dici? mò tutti quelli che ami tu son scintillanti, ma và, và.
Non è che loro sono difficili, sì anche quello. Pure tu, ok.
Ma l'amore, diciamocelo.
Questo cazzo di amore.
Come vogliamo chiamarlo? facile? ma dove? per chi? ma quando mai?
a me non riesce facile tout court neanche amare il cane, per dire.
è che non posso rinunciarci, a loro. Sempre per via di 'sto coso, 'sta roba, 'sto cazzo di amore.
non ci riesco.
Era meglio se non mi lavavo, ho pensato.
l'amore facile, vorrei.
l'amore facile, da incontrare agli albori della vita e fare di me una persona semplice, che ama persone semplici.
L'amore facile, insomma: quello che non esiste.
Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
complicare il pane
piccolissimo particolare t'ho perduto senza cattiveria
ho pensato 'le ho sempre amate così, le persone: difficili.
forse perché ci sono cresciuta in mezzo.
creature complesse in cerca di riscatto, gente con pesi sul cuore grossi così, animi sfaccettati, metà dolci e metà figli di puttana, metà invincibili e metà terrecotte, un po' da stimare un po' imperdonabili.
ho pensato, vedi che è colpa tua, così te li vai a cercare, e mò lamentati.
ho pensato vale la pena cambiare per loro? valgo la pena io -per loro - di cambiare?
ho pensato sì -hai voglia, certo che sì- per quel loro amore imperfetto, per quel loro modo di chiedere scusa, di amare, dopo.
per quel loro modo di pretendere, poi lasciare andare.
quel modo loro di spezzarmi il cuore, e salvarlo.
Ho pensato: oddio, speriamo lo pensino anche loro.
Ho passato lo shampoo.
Io -ad esempio - sono una difficile, per rimanere in tema.
Un sacco di gente pensa che io sia dolce, ma la verità è che ho solo un bel modo di fare.
Che cazzo vuol dire che sono dolce? perché secondo te se c'ho i coglioni girati e non me la prendo col primo che passa allora sono dolce? perché mi avete vista leggere favole alla fermata, sono dolce? certo che sono dolce. certo che sono gentile. cosa cazzo dovrei fare, la psicopatica?
Ho fatto i peli sulle gambe.
Ma la verità è che sono una stronza, una difficile.
Sono una che rimugina, che scazza, che rompe i maroni, un'insoddisfatta.
sono una che se si alza di cattivo umore se la prende con chi sa lei, sempre quelli.
Sono una che non le si può dire niente perché scatta, rancorosa perché lei non vuole sentirsi dire la verità, lei vuole sentirsi dire che è brava, che è dolce, che ha fatto tutto quello che poteva fare -poverina- applausi.
Praticamente un'insicura del cazzo.
Io dico che vale la pena cambiare.
Con un discreto ritardo, ma me lo dico.
C'è voluta la faccia di mio figlio, ma me lo dico.
Difficili, mi piacciono. Stronze anime scintillanti, mi piacciono.
Ho messo il balsamo, pettinato i capelli.
Ma che dici? mò tutti quelli che ami tu son scintillanti, ma và, và.
Non è che loro sono difficili, sì anche quello. Pure tu, ok.
Ma l'amore, diciamocelo.
Questo cazzo di amore.
Come vogliamo chiamarlo? facile? ma dove? per chi? ma quando mai?
a me non riesce facile tout court neanche amare il cane, per dire.
è che non posso rinunciarci, a loro. Sempre per via di 'sto coso, 'sta roba, 'sto cazzo di amore.
non ci riesco.
Era meglio se non mi lavavo, ho pensato.
l'amore facile, vorrei.
l'amore facile, da incontrare agli albori della vita e fare di me una persona semplice, che ama persone semplici.
L'amore facile, insomma: quello che non esiste.
Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
complicare il pane
piccolissimo particolare t'ho perduto senza cattiveria
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10 gennaio 2014
la prima cosa bella.
La prima cosa bella di questo inizio d'anno è che abbiamo installato la nostra vecchia stufa a legna.
la prima cosa bella è il suo caldo, e i vestiti che sanno di fumo - sì pure quelli.
la prima cosa bella -anche se non suona tale- è alzarsi al mattino presto per avviarla quando fuori è buio.
la cosa bella è la fiamma viva, ed il suo tempo.
la cosa bella è pure che risparmio in bolletta del gas.
La seconda cosa bella - o presunta tale - è che per la prima volta dopo quattro anni io prenderò 1 h a settimana, in 1 sera a settimana e andrò a fare ginnastica.
Ovviamente, trattandosi di Susibita, non immaginatevi una palestra normale con corsi di pilates, seminari di yoga e panca-fit session.
Non immaginatevi neanche una palestra sfigata di periferia con salsa, merengue e bachata.
No.
Immaginatevi la palestra della scuola media di Paesino In Culo ai Lombrichi e un ex-insegnante di educazione fisica in pensione.
"Scusa ma quanto in pensione?"
"Bè non so di preciso, comunque in pensione. Ma non preoccuparti: è un tipo giovanile."
"..."
"Guarda che è una cosa simpatica: abbiamo anche la musica di sottofondo."
"Abbè."
"Poi ascolta: è senza pretese eh, siamo tutte tra amiche, singore qui del paese, tutte mamme insomma. Come me, come te."
"Come chi???"
"Come te."
"..."
Già.
Come me.
Comunque.
Se non altro alzo il culo dal divano.
la prima cosa bella è il suo caldo, e i vestiti che sanno di fumo - sì pure quelli.
la prima cosa bella -anche se non suona tale- è alzarsi al mattino presto per avviarla quando fuori è buio.
la cosa bella è la fiamma viva, ed il suo tempo.
la cosa bella è pure che risparmio in bolletta del gas.
La seconda cosa bella - o presunta tale - è che per la prima volta dopo quattro anni io prenderò 1 h a settimana, in 1 sera a settimana e andrò a fare ginnastica.
Ovviamente, trattandosi di Susibita, non immaginatevi una palestra normale con corsi di pilates, seminari di yoga e panca-fit session.
Non immaginatevi neanche una palestra sfigata di periferia con salsa, merengue e bachata.
No.
Immaginatevi la palestra della scuola media di Paesino In Culo ai Lombrichi e un ex-insegnante di educazione fisica in pensione.
"Scusa ma quanto in pensione?"
"Bè non so di preciso, comunque in pensione. Ma non preoccuparti: è un tipo giovanile."
"..."
"Guarda che è una cosa simpatica: abbiamo anche la musica di sottofondo."
"Abbè."
"Poi ascolta: è senza pretese eh, siamo tutte tra amiche, singore qui del paese, tutte mamme insomma. Come me, come te."
"Come chi???"
"Come te."
"..."
Già.
Come me.
Comunque.
Se non altro alzo il culo dal divano.
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vita di paese
29 dicembre 2013
Racconto di Natale.
Ora scriverò un racconto, che è una storia vera, una storia di Natale.
La scrivo perché questo posto è un refugium peccatorum, un antidepressivo, uno specchio dell'anima, una resa dei conti. Perché questo posto è un punto di domanda e nessuna risposta.
Perché è la mia palestra, il mio diario, e -soprattutto- la mia memoria.
Questa storia parla di Nonna Oroscopo, ma non dovete immaginarvela com'è adesso, con gli occhiali da sole fucsia, gli stivali di gomma verde e l'autocarro pieno di peli di cane.
Dovete immaginarvela Bambina, a sette anni, con lunghe trecce bionde e gambe secche, con una gran voglia d'indossare degli stivali troppo piccoli per andare nella neve e nessuna intenzione di ammettere che non riesce più a camminarci.
Dovete immaginare un paese al confine, più di 50 anni fa, con campi imbiancati e boschi estesi dietro gli orti.
Dovete immaginarvi anche che manchino pochi giorni a Natale.
Ci siete?
Pronti?
La Bambina, dicevamo, ha circa sette anni e una gonnellina scozzese sulle gambe, nude anche a Dicembre, perché le lunghe calze di lana si allentano facilmente scendendo al ginocchio.
Lei non ci fa caso e le riacchiappa tirandole su con gesto abitudinario.
Suo padre è alto, con una giovane barba castana e occhi nocciola sotto le ciglia.
E' un padre bellissimo, nessuno ne ha uno così.
Camminano lungo il sentiero, nella neve alta.
Nell'eccitazione della gita Bambina, che porta il 32 di piede, non sente ancora la stretta degli stivaletti numero 28.
Ma ha già percorso più di tre kilometri lungo la strada principale, dove c'è solo fanghiglia e dai tetti delle case salgono i rivoli di fumo delle stufe.
Solo adesso lasciano il paese alle spalle, imboccando un sentiero attraverso i campi.
Bambina e suo padre non parlano, il solo suono è il passo sordo dei loro stivali nella neve alta o il tonfo rado di un peso che piomba dai rami giù sulle rive.
Non esistono pini in questa radura, verranno solo tra molti anni, trapiantati da chissà chi e poi moltiplicati.
Oggi, in questo Dicembre degli anni Cinquanta, ci sono solo tigli spogli, betulle dai tronchi squarciati di nero e acacie. Molte acacie.
Lui si volta a guardarla e la vede massaggiarsi le gambe, sbuffare rossa come una mela sulla tavola di Natale.
Tu resta qui, io vado a cercarlo. Torno presto, hai capito? non muoverti per nessuna ragione.
Bambina guarda il giaccone sparire nel bosco.
Certo, se avesse lo slittino con sé il tempo passerebbe più in fretta.
Si arrosserebbe le ginocchia nella neve scivolando giù da quella riva, vah che bella. Un vero spreco.
Bambina ha uno slittino vecchio, con le lame consunte. Non che gli altri bambini abbiano di meglio: tutti così, sulla stessa barca. Almeno son pari quando fanno le gare.
Bambina abbozza un pupazzo nell'attesa: un paio di bacche per gli occhi, una foglia fradicia per il sorriso. Manca poco, ora arriva. Ne avrà trovato uno bellissimo, grande, da riempire di mandarini, campanelli e arance essiccate sulla stufa.
...adeeeste fide-e-les...la-la-la-la-la-laaaa... - canticchia - la maestra la sa bene, conosce il latino.
Guarda lì che bel passero, grasso come un tordo.
Intanto sul campo, lentamente, scende l'ombra.
Nubi compatte chiudono il cielo, più tardi ricomincerà a fioccare e forse l'indomani mattina, dopo la Messa, Bambina scenderà lungo il fiume a sfidare gli altri nella neve fresca.
Se ora si volta indietro non si vedono case, solo i ricami neri delle siepi tra i campi e la tenda scura del bosco tutto intorno.
Adesso torna, fa quasi buio.
Urca come stringono 'sti stivali. Se sfrega i piedi li sente bruciare.
Prova a saltellare sul posto, ma le gambe sono rigide, le piante dei piedi trafitte da spilli ad ogni balzo.
Si ferma, porta le mani nude alla bocca, al vapore caldo dell'alito che si condensa nell'aria.
Gioca con gli sbuffi una, due, tre volte.
Il cielo è diventato grigio come il fondo di una pentola.
Forse non torna. Oddio, forse non torna.
Forse è caduto e sta laggiù disteso sul fondo di un precipizio nel cuore della Val Grande, magari la sta pure chiamando e grida aiuto. Bambina tende l'orecchio.
Forse rimarrà lì per sempre, come le ha detto lui, non muoverti per nessun motivo, e l'indomani sarà un pupazzo di neve, con le trecce lunghe e gelide come stalattiti e le ginocchia di ghiaccio.
O forse le toccherà cercarlo, per ore ed ore, per poi tornare a casa da sola e disperata, e lui non arriverà neanche per Natale.
Se lui non tornasse, Dio se lui non tornasse.
Bambina sente gli occhi riempirsi di lacrime, lei che non piange mai.
Neanche quella volta che il figlio dei vicini l'aveva presa in giro.
Lei, piccola com'era, gli aveva stampato uno schiaffo duro sulla guancia, e lui -il vile- era andato da sua madre. Le aveva prese, naturalmente. Solo il nonno, al momento di metterla a letto, aveva chiesto a Bambina "ma perché lo hai fatto?".
Il nonno, ah se ci fosse il suo nonno. Forse dovrebbe correre a casa ad avvisarlo, andrebbero insieme a cercarlo, lì nel nero del bosco o sul fondo del precipizio.
Oddio, il precipizio.
Qui è tutto buio papà, sento freddo papà, sali dal burrone papà, vieni a prendermi.
Si asciuga le lacrime col dorso della manina e trema perché un'arietta gelida s'è già alzata su dal campo, proprio verso di lei.
Si accuccia sulle ginocchia e soffia forte tra le mani.
Frrsscc. Frrsscc.
Alza la testa, non lo vede subito.
Nell'ultimo scampolo di luce la neve scricchiola via nell'aria, il vento freddo scuote una piccola bufera senza che attorno nevichi.
Poi lo vede, il giaccone. Lo riconosce d'un tratto nel turbinio della neve ghiacciata, tra fronde traballanti che lasciano cadere una pioggia fitta di cristalli.
Il giaccone, poi la barba con gli occhi nocciola e sulla spalla un ramo enorme, che striscia riverso a terra lasciando una scia di aghi e terra macerata.
Non dice nulla, Bambina con le labbra viola, quando lui si toglie il ramo dalla spalla e sollevandola se la mette in collo.
Ogni tanto lungo la strada -ancora scossa da piccoli singhiozzi- si volta a guardare il ramo che striscia alle sue spalle, nella mano forte di lui.
Il fuoco della stufa è troppo forte, scotta rovente sulla pianta dei piedini, rossi come peperoni d'estate. Bambina sente come se glieli incidessero di netto, con lame affilate.
Sua madre dice "dai qui a me" e la allontana dalla stufa.
Le sfila, pianissimo, le calze. Prende i piedi, nudi e ghiacci, si scosta il maglione e li infila sotto le ascelle tiepide e morbide.
Stanno lì così, per un tempo sonnolento e interminabile, mentre la stanza s'impregna di resina.
La scrivo perché questo posto è un refugium peccatorum, un antidepressivo, uno specchio dell'anima, una resa dei conti. Perché questo posto è un punto di domanda e nessuna risposta.
Perché è la mia palestra, il mio diario, e -soprattutto- la mia memoria.
Questa storia parla di Nonna Oroscopo, ma non dovete immaginarvela com'è adesso, con gli occhiali da sole fucsia, gli stivali di gomma verde e l'autocarro pieno di peli di cane.
Dovete immaginarvela Bambina, a sette anni, con lunghe trecce bionde e gambe secche, con una gran voglia d'indossare degli stivali troppo piccoli per andare nella neve e nessuna intenzione di ammettere che non riesce più a camminarci.
Dovete immaginare un paese al confine, più di 50 anni fa, con campi imbiancati e boschi estesi dietro gli orti.
Dovete immaginarvi anche che manchino pochi giorni a Natale.
Ci siete?
Pronti?
La Bambina, dicevamo, ha circa sette anni e una gonnellina scozzese sulle gambe, nude anche a Dicembre, perché le lunghe calze di lana si allentano facilmente scendendo al ginocchio.
Lei non ci fa caso e le riacchiappa tirandole su con gesto abitudinario.
Suo padre è alto, con una giovane barba castana e occhi nocciola sotto le ciglia.
E' un padre bellissimo, nessuno ne ha uno così.
Camminano lungo il sentiero, nella neve alta.
Nell'eccitazione della gita Bambina, che porta il 32 di piede, non sente ancora la stretta degli stivaletti numero 28.
Ma ha già percorso più di tre kilometri lungo la strada principale, dove c'è solo fanghiglia e dai tetti delle case salgono i rivoli di fumo delle stufe.
Solo adesso lasciano il paese alle spalle, imboccando un sentiero attraverso i campi.
Bambina e suo padre non parlano, il solo suono è il passo sordo dei loro stivali nella neve alta o il tonfo rado di un peso che piomba dai rami giù sulle rive.
Non esistono pini in questa radura, verranno solo tra molti anni, trapiantati da chissà chi e poi moltiplicati.
Oggi, in questo Dicembre degli anni Cinquanta, ci sono solo tigli spogli, betulle dai tronchi squarciati di nero e acacie. Molte acacie.
Lui si volta a guardarla e la vede massaggiarsi le gambe, sbuffare rossa come una mela sulla tavola di Natale.
Tu resta qui, io vado a cercarlo. Torno presto, hai capito? non muoverti per nessuna ragione.
Bambina guarda il giaccone sparire nel bosco.
Certo, se avesse lo slittino con sé il tempo passerebbe più in fretta.
Si arrosserebbe le ginocchia nella neve scivolando giù da quella riva, vah che bella. Un vero spreco.
Bambina ha uno slittino vecchio, con le lame consunte. Non che gli altri bambini abbiano di meglio: tutti così, sulla stessa barca. Almeno son pari quando fanno le gare.
Bambina abbozza un pupazzo nell'attesa: un paio di bacche per gli occhi, una foglia fradicia per il sorriso. Manca poco, ora arriva. Ne avrà trovato uno bellissimo, grande, da riempire di mandarini, campanelli e arance essiccate sulla stufa.
...adeeeste fide-e-les...la-la-la-la-la-laaaa... - canticchia - la maestra la sa bene, conosce il latino.
Guarda lì che bel passero, grasso come un tordo.
Intanto sul campo, lentamente, scende l'ombra.
Nubi compatte chiudono il cielo, più tardi ricomincerà a fioccare e forse l'indomani mattina, dopo la Messa, Bambina scenderà lungo il fiume a sfidare gli altri nella neve fresca.
Se ora si volta indietro non si vedono case, solo i ricami neri delle siepi tra i campi e la tenda scura del bosco tutto intorno.
Adesso torna, fa quasi buio.
Urca come stringono 'sti stivali. Se sfrega i piedi li sente bruciare.
Prova a saltellare sul posto, ma le gambe sono rigide, le piante dei piedi trafitte da spilli ad ogni balzo.
Si ferma, porta le mani nude alla bocca, al vapore caldo dell'alito che si condensa nell'aria.
Gioca con gli sbuffi una, due, tre volte.
Il cielo è diventato grigio come il fondo di una pentola.
Forse non torna. Oddio, forse non torna.
Forse è caduto e sta laggiù disteso sul fondo di un precipizio nel cuore della Val Grande, magari la sta pure chiamando e grida aiuto. Bambina tende l'orecchio.
Forse rimarrà lì per sempre, come le ha detto lui, non muoverti per nessun motivo, e l'indomani sarà un pupazzo di neve, con le trecce lunghe e gelide come stalattiti e le ginocchia di ghiaccio.
O forse le toccherà cercarlo, per ore ed ore, per poi tornare a casa da sola e disperata, e lui non arriverà neanche per Natale.
Se lui non tornasse, Dio se lui non tornasse.
Bambina sente gli occhi riempirsi di lacrime, lei che non piange mai.
Neanche quella volta che il figlio dei vicini l'aveva presa in giro.
Lei, piccola com'era, gli aveva stampato uno schiaffo duro sulla guancia, e lui -il vile- era andato da sua madre. Le aveva prese, naturalmente. Solo il nonno, al momento di metterla a letto, aveva chiesto a Bambina "ma perché lo hai fatto?".
Il nonno, ah se ci fosse il suo nonno. Forse dovrebbe correre a casa ad avvisarlo, andrebbero insieme a cercarlo, lì nel nero del bosco o sul fondo del precipizio.
Oddio, il precipizio.
Qui è tutto buio papà, sento freddo papà, sali dal burrone papà, vieni a prendermi.
Si asciuga le lacrime col dorso della manina e trema perché un'arietta gelida s'è già alzata su dal campo, proprio verso di lei.
Si accuccia sulle ginocchia e soffia forte tra le mani.
Frrsscc. Frrsscc.
Alza la testa, non lo vede subito.
Nell'ultimo scampolo di luce la neve scricchiola via nell'aria, il vento freddo scuote una piccola bufera senza che attorno nevichi.
Poi lo vede, il giaccone. Lo riconosce d'un tratto nel turbinio della neve ghiacciata, tra fronde traballanti che lasciano cadere una pioggia fitta di cristalli.
Il giaccone, poi la barba con gli occhi nocciola e sulla spalla un ramo enorme, che striscia riverso a terra lasciando una scia di aghi e terra macerata.
Non dice nulla, Bambina con le labbra viola, quando lui si toglie il ramo dalla spalla e sollevandola se la mette in collo.
Ogni tanto lungo la strada -ancora scossa da piccoli singhiozzi- si volta a guardare il ramo che striscia alle sue spalle, nella mano forte di lui.
Il fuoco della stufa è troppo forte, scotta rovente sulla pianta dei piedini, rossi come peperoni d'estate. Bambina sente come se glieli incidessero di netto, con lame affilate.
Sua madre dice "dai qui a me" e la allontana dalla stufa.
Le sfila, pianissimo, le calze. Prende i piedi, nudi e ghiacci, si scosta il maglione e li infila sotto le ascelle tiepide e morbide.
Stanno lì così, per un tempo sonnolento e interminabile, mentre la stanza s'impregna di resina.
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18 dicembre 2013
Sogni.
"Senti, lo sai come si dice sul lavoro, no? tutti sono utili, nessuno indispensabile. Ecco, diciamo che ci sono alcuni meno utili di altri."
"?"
"Voglio dire, devi ammettere che l'altro giorno con quel documento hai fatto un po' di casino."
"Sì lo so, ma ho poche ore, troppe cose da fare, poi sono stordita da sempre, no? mica lo scoprite oggi."
"Sì ma speravamo migliorassi, poi eri incinta... che potevamo fare, lasciarti a casa?"
"Ma...e le mie competenze? la mia esperienza?"
"Competenze, competenze, ntch-ntch Susi: sii onesta. Vogliamo davvero aprire il capitolo curriculum e formazione? No perché non devo dirtelo io, no? senza offesa, ma questo tuo essere né carne né pesce -bah- che dire? non porta a molto."
"??"
"Che poi -guarda- non è neanche una questione di curriculum: sei proprio tu. Tu come persona: un po' indefinibile, un po' indefinita, senza una direzione tua. Eddai su, non devo spiegartelo io."
"Ma...ma quindi..."
"Quindi niente ci abbiamo pensato: sei fuori."
"???"
"Su dai non fare quella faccia, pensavo te lo aspettassi. Fuori dai giochi. Cerca di capire: dobbiamo espanderci, progredire, non possiamo portarci dietro palle al piede come te."
"..."
"Tu non dovrai preoccuparti di nulla, abbiamo già pensato a tutto noi. Guarda qui: sei già ricollocata. Toh il contratto."
"Ma chi? i tizi della caldaia? Quelli che hanno sbagliato preventivo 3 volte e l'hanno mandato in .xls, che avevano indicato l'iban scorretto: quelli? davvero quelli? "
"Precisamente."
"Ma io non so un cazzo di caldaie."
"Oh Susi. Piccola, candida, irragionevole Susi. Perché di altro ne capisci?"
"...ma...ma...e che contratto è? ho la retta dei bimbi da pagare."
"Oh per quello non preoccuparti: è uno stage. ma RETRIBUITO, eh!"
"??"
"...di 6 mesi."
"6 mesi? e come faccio? come faccio a ricominciare con lo stage? ci sono i bambini, e ho studiato un sacco, ho appena finito un altro corso, ho due figli da mantenere e i 40 son dietro l'angolo, presto sarò in menopausa e..."
"Sì ma non è che puoi farne una colpa a noi, eh: questo è il mercato, tesoro."
Ora.
Io lo so che questi qui che ho sognato non sono loro.
So che siamo tutti utili e anche tutti indispensabili.
Perciò -cortesemente- qualcuno lo spieghi anche a quella zoccola della mia autostima.
"?"
"Voglio dire, devi ammettere che l'altro giorno con quel documento hai fatto un po' di casino."
"Sì lo so, ma ho poche ore, troppe cose da fare, poi sono stordita da sempre, no? mica lo scoprite oggi."
"Sì ma speravamo migliorassi, poi eri incinta... che potevamo fare, lasciarti a casa?"
"Ma...e le mie competenze? la mia esperienza?"
"Competenze, competenze, ntch-ntch Susi: sii onesta. Vogliamo davvero aprire il capitolo curriculum e formazione? No perché non devo dirtelo io, no? senza offesa, ma questo tuo essere né carne né pesce -bah- che dire? non porta a molto."
"??"
"Che poi -guarda- non è neanche una questione di curriculum: sei proprio tu. Tu come persona: un po' indefinibile, un po' indefinita, senza una direzione tua. Eddai su, non devo spiegartelo io."
"Ma...ma quindi..."
"Quindi niente ci abbiamo pensato: sei fuori."
"???"
"Su dai non fare quella faccia, pensavo te lo aspettassi. Fuori dai giochi. Cerca di capire: dobbiamo espanderci, progredire, non possiamo portarci dietro palle al piede come te."
"..."
"Tu non dovrai preoccuparti di nulla, abbiamo già pensato a tutto noi. Guarda qui: sei già ricollocata. Toh il contratto."
"Ma chi? i tizi della caldaia? Quelli che hanno sbagliato preventivo 3 volte e l'hanno mandato in .xls, che avevano indicato l'iban scorretto: quelli? davvero quelli? "
"Precisamente."
"Ma io non so un cazzo di caldaie."
"Oh Susi. Piccola, candida, irragionevole Susi. Perché di altro ne capisci?"
"...ma...ma...e che contratto è? ho la retta dei bimbi da pagare."
"Oh per quello non preoccuparti: è uno stage. ma RETRIBUITO, eh!"
"??"
"...di 6 mesi."
"6 mesi? e come faccio? come faccio a ricominciare con lo stage? ci sono i bambini, e ho studiato un sacco, ho appena finito un altro corso, ho due figli da mantenere e i 40 son dietro l'angolo, presto sarò in menopausa e..."
"Sì ma non è che puoi farne una colpa a noi, eh: questo è il mercato, tesoro."
Ora.
Io lo so che questi qui che ho sognato non sono loro.
So che siamo tutti utili e anche tutti indispensabili.
Perciò -cortesemente- qualcuno lo spieghi anche a quella zoccola della mia autostima.
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16 dicembre 2013
Non sai quanto.
"Smettila di tirare quel coso, ho detto."
"No che non la 'mmetto."
"Cooosaaa??"
"Ho detto no che non la 'mmetto."
"Ti ho già spiegato che è pericoloso, non voglio più ripeterlo. Smettila ORA."
"Non è pericoloso: tu sei pericolosa!"
"Su questo non c'è dubbio, tesoro. Non sai quanto."
"No che non la 'mmetto."
"Cooosaaa??"
"Ho detto no che non la 'mmetto."
"Ti ho già spiegato che è pericoloso, non voglio più ripeterlo. Smettila ORA."
"Non è pericoloso: tu sei pericolosa!"
"Su questo non c'è dubbio, tesoro. Non sai quanto."
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10 dicembre 2013
Non ti ricordi?
Quando viene la notte io e Nina zi taffommiamo in cavaliei della notte, mamma.
Abbiamo le lantenne (=lanterne) e dento zi sono i sogni e li pottiamo in ziro.
I sogni di battaglia e i sogni di paze. I sogni dei puffi.
Lo sai cosa sono i sogni dei puffi, mamma? - No, dimmelo tu- Sono quando sogni i puffi, mamma, non ti icoddi?
I sogni di battaglia e di paze, i sogni dei puffi.
I sogni della luze e i sogni della felizità.
-E poi?-
E poi batta, è finita la 'ttoia.
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4 dicembre 2013
Cento.
Nonna Profondo Nord domani compie gli anni.
Mia nonna fa battute sceme, solo perché si diverte a risponderti a cazzo:
Compie cento anni.
100 anni.
Lo ripeto, nel caso non fosse chiaro.
Cento. Anni.
Mia nonna ha vissuto - da sola - più di me, Papone, Magù, Nina, e forse un paio di voi messi insieme.
Mia nonna a Napolitano lo guarda e gli fa pat-pat sulla testa, por belè.
Mia nonna è nata e cominciava una guerra, è cresciuta e c'era una guerra, un ragazzo l'ha schizzata con l'acqua passando in bicicletta su una pozzanghera, lei gli ha detto "cretino", lui s' è innamorato e c'era una guerra. S'è sposata, ha avuto una figlia e c'era una guerra. Il ragazzo della pozzanghera e sua figlia sono andati e non c'era più la guerra.
C'era solo lei.
Mia nonna ha avuto due mariti e tre figlie.
I mariti tutti e due bellissimi, lei carina.
Ancora le diciamo che non si spiega bene la botta di culo, così la facciamo incazzare.
Il primo le spediva queste lettere ardenti dal fronte, che una volta mi sono capitate per mano e m'è caduta una tegola in testa quando ho capito cosa chi scriveva a chi.
Per me da sempre lui è Lo Zio S., e solo da grandicella ho capito che non eravamo parenti.
Abbiamo una sua foto, insieme alle altre, giovane e borghese, con dita da pianista.
Gli vogliamo tutti bene.
La prima figlia era bionda, selvatica e sfacciata come mia madre, ma è morta a 5 anni, e nessuno a lei ha potuto rinfacciare che era bionda, selvatica e sfacciata.
Abbiamo una sua bella foto mentre sta in piedi coi calzini bianchi vicino a un grande vaso di coccio in giardino, la teniamo insieme alle nostre e le vogliamo tutti molto bene.
Mio nonno - quello comunista e bellissimo che era una via di mezzo tra Sean Connnery e Vladimir Ilic Ulianov Lenin - l'ha conosciuto per via degli uccelli, che detto così pare brutto ma è vero.
Mio nonno parlava agli uccelli, mica per scherzo.
Ne aveva tantissimi, in gabbiette di legno che per anni dopo la sua morte hanno continuato ad affollare la serra e il garage.
Una volta mia madre bambina ha aperto tutte le gabbiette e quelli sono volati via tra gli alberi lì attorno.
Mio nonno è stato fuori per ore, li ha richiamati fischiando, ognuno con il suo verso, e loro sono tornati tutti uno a uno.
Quando è rientrato mia nonna stava incazzata nera perché era buio e la polenta era fredda.
Una volta mia madre bambina ha aperto tutte le gabbiette e quelli sono volati via tra gli alberi lì attorno.
Mio nonno è stato fuori per ore, li ha richiamati fischiando, ognuno con il suo verso, e loro sono tornati tutti uno a uno.
Quando è rientrato mia nonna stava incazzata nera perché era buio e la polenta era fredda.
Questa è una di quelle leggende bellissime e tristi che si tramandano nella mia famiglia un po' come in tutte le famiglie del mondo e se qualcuno prova a mettermela in dubbio è un paramecio. Mia mamma giura che è tutto vero.
Insomma lui aveva questi uccelli e voleva a ogni costo farglieli vedere perché era convintissimo fossero belli e affascinanti quasi quanto le magnifiche sorti e progressive della rivoluzione russa.
A lei -si capisce- gliene fregava meno di nulla, ma lui era bellissimo, e convintissimo dei suoi uccelli e molto profondamente comunista.
Lei era carina, sola, borghese dentro, e si sono trovati.
I miei nonni hanno lavorato come cani per anni e alla fine hanno costruito la casa in cui anch'io sono cresciuta.
Lei raccoglieva ancora fagiolini nel campo quando le sono arrivate le doglie ed è tornata dentro a partorire la sua seconda figlia.
Lui ha finito di lavorare, è andato al bar, ha chiamato gli amici della caccia a casa a brindare, e mia nonna ha spinto fuori mia madre ululando mentre un folto numero di afecionados della cooperativa pirlava appena fuori dalla stanza.
Due figlie, due matrimoni, vari espatrii, due case e due nipoti dopo, alla fine anche mio nonno è andato.
Per anni, dopo, siamo rimaste solo noi. Noi quattro, sole. Solo noi quattro.
Pranzo, cena, stira, metti a posto, nonna firmami tu la giustifica che mamma s'è dimenticata -Induè ceh jin i me ugià? Ishtufanìn. - Non lo so nonna dove sono gli occhiali, ma fai in fretta. Ecco, così: pure sghemba, non importa.
Mia nonna quando ci chiama ci chiama tutte, in fila, per non sbagliare.
I nostri nomi le sono incisi dentro, io lo so. Tatuati addosso.
Mia nonna fa battute sceme, solo perché si diverte a risponderti a cazzo:
Tu, gentile: "Ciao nonna, che fai?"
Lei, incazzata:"Shchivi." (=schifo)
Tu, incazzata: "Sempre di buon umore, eh?"
Lei contenta.
La fanno ridere tutte le barzellette che parlano di cacca, pipì, pupù. Ma soprattutto cacca.
Una volta dal ridere ha perso la dentiera sul tavolo.
Mia nonna sale da sola sull'autocarro di mia madre, con 2 cani dietro, 3 bambini e quattro arnie.
Mia nonna mi dice sempre che lei s'è l'è guadagnato, il diritto di dire le cose precisamente come stanno, ossia -nella sua testa- come lei le pensa.
Mia nonna fumava Marlboro Light e amava viaggiare il mondo: seguirci in Africa è stato credo uno dei più bei regali che la vita le abbia fatto. Che lei si sia fatta.
Mia nonna ora non ci vede bene, neanche con gli occhiali, ma leggeva Liala, la Deledda, la selezione Reader's Digest e Hemingway.
A mia nonna piacevano di brutto Rete4 e Grecia Colmenarez e ora le tocca ripiegare su Terra Nostra, poi dici la vita è zoccola.
Mia nonna è piccola e tutta bianca.
Col mondo spesso e volentieri è una stronza, ma ci sarebbe da chiedersi quanto ne sappia lei, di quanto è stronzo il mondo.
Invece a noi - alla famiglia - mia nonna ci ama.
Ammazzerebbe per noi, e non è un modo di dire. Mia madre soprattutto è oltremodo sua.
Noi siamo suoi, tutti quanti. Figli della vita sua.
Mia nonna mi chiama Nini e Nina invece è La Popa o La Titina.
Mia nonna mi ha cresciuta, sfamata, lavata, sfebbrata, mi ha portato il brodo a letto e la camomilla coi fiori del giardino, mica la Bonomelli.
Insieme abbiamo guardato Il pranzo è servito, La Corrida e tutti i film di Bud Spencer.
Con mia nonna ho aspettato fuori dalle piramidi.
Con mia nonna ho gridato, ho pianto. A mia nonna ho chiesto scusa.
A mia nonna io l'ho lavata, l'ho curata, l'ho sfregata con l'accappatoio e le ho messo la canottiera di lana pulita a riscaldarsi sul calorifero.
Qualche settimana fa Nina è stata male, ho preso un bruttissimo spavento.
Lei c'era e quando mia madre ha detto "è tutto passato, stai tranquilla, ora dobbiamo tornare a casa" lei ha risposto: "Ti ta set mata, non la lascio mica sola. Nini: ci sto io qui con te."
Mia nonna è piccola, ma cammina in faccia ai re.
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1 dicembre 2013
Il mio zaddino osso.
Magù disegna sul cartoncino giardini rossi tutti suoi.
Sono i giardini della sua immaginazione, della sua testa incontaminata.
Sono luoghi che intuisco soltanto e in cui mi deve guidare, come una cieca.
Sono luoghi che intuisco soltanto e in cui mi deve guidare, come una cieca.
Lui è capriccioso, iracondo, sensibilissimo, disobbediente e un po' nevrotico.
Ma ha rossi giardini interminabili nella testa, porca miseria.
Dicembre.
Dicembre è iniziato e noi abbiamo perso il calendario dell'avvento di legno che ogni anno riempivo con noci, caramelle, monete e cioccolatini.
Domani andrò al supermercato e comprerò uno di quei cosi tristi con renne glitterate dappertutto e col cioccolato al latte scadente dentro, quello che arrivato al giorno di natale trasuda la patina bianca burrosa.
Non guardatemi con quella faccia, se fossi in grado di fare questo a quest'ora sarei una craft blogger strapagata e nella peggiore delle ipotesi voi comprereste i miei sacchettini su etsy, nella migliore mi guardereste crearli su RealTime.
E ora se non vi dispiace c'è Giovani, carini e disoccupati su ClassTV e gli anni '90 mi chiamano.
25 novembre 2013
Nulla di cui mi debba preoccupare.
"Ok, eccomi. Dimmi tutto, sono pronta."
"Bè, quello che ti devo dire già lo sai. Noi la chiamiamo "la tempesta", "la piccola belva", "la ruspa", e nessuno di questi è un nomignolo a caso. Spero non t'offendano, sono nomignoli affettivi."
"No, prego. Fate pure, io vi capisco."
"Insomma ti avevo già anticipato: ultimamente ha l'abitudine di prendere la rincorsa e buttarsi a testa bassa contro i suoi compagni più grandi. Quando li vede crollare come birilli si mette a ridere con enorme soddisfazione. Inspiegabilmente, loro pure. Sì, ogni tanto morsica, ma non è delle più terribili, in ogni caso almeno questo è in linea con la fase evolutiva che sta attraversando. E' un vulcano, una motofalciatrice, è una tempesta di energia e di forza, una tritasassi che spiana qualunque cosa trovi sul suo cammino. Se la sgridi reagisce con forza, oltraggiata. Quando esco dalla stanza- se lei ritiene che sarebbe stato doveroso ottenere il suo preventivo permesso- urla per richiamarmi ai propri ordini.
E' forte, molto forte e volitiva. Ha cominciato a giocare con qualche bambola: le bacia, le coccola, le abbraccia. Poi a un certo punto le piazza tutte in fila davanti a sé e col dito puntato gli fa "pépépépé", come a fargli il mazzo.",
"Sì. hem, lo so, lo so. Ci sto lavorando, ogni santo giorno. Ha bisogno di essere regolata, sempre. Ha bisogno di poche parole, poche regole, ma semplici, e io ci sto provando. Credimi, io..."
"Quello che non ti ho detto è che non ha paura di nulla. Che come ti metti a spiegarle una cosa bè- lei l'ha già capita. Che in classe fa ridere tutti, noi e gli altri bambini. Che se la responsabilizzi e le dici "Vieni Nina, si va a fare questo" lei ti segue, non aspetta altro.
Quello che non ti ho detto è che è parecchio avanti per la sua età -forse grazie al fratello maggiore -ci sta- ma anche per sua personalità propria. Che è indipendente, selvaggia, autonoma, casinista, curiosa, che ha un sacco di voglia d'imparare e lo fa in fretta.
Che noi siamo -davvero- siamo contentissime di lei. E non c'è nulla di cui tu ti debba preoccupare."
"Bè, quello che ti devo dire già lo sai. Noi la chiamiamo "la tempesta", "la piccola belva", "la ruspa", e nessuno di questi è un nomignolo a caso. Spero non t'offendano, sono nomignoli affettivi."
"No, prego. Fate pure, io vi capisco."
"Insomma ti avevo già anticipato: ultimamente ha l'abitudine di prendere la rincorsa e buttarsi a testa bassa contro i suoi compagni più grandi. Quando li vede crollare come birilli si mette a ridere con enorme soddisfazione. Inspiegabilmente, loro pure. Sì, ogni tanto morsica, ma non è delle più terribili, in ogni caso almeno questo è in linea con la fase evolutiva che sta attraversando. E' un vulcano, una motofalciatrice, è una tempesta di energia e di forza, una tritasassi che spiana qualunque cosa trovi sul suo cammino. Se la sgridi reagisce con forza, oltraggiata. Quando esco dalla stanza- se lei ritiene che sarebbe stato doveroso ottenere il suo preventivo permesso- urla per richiamarmi ai propri ordini.
E' forte, molto forte e volitiva. Ha cominciato a giocare con qualche bambola: le bacia, le coccola, le abbraccia. Poi a un certo punto le piazza tutte in fila davanti a sé e col dito puntato gli fa "pépépépé", come a fargli il mazzo.",
"Sì. hem, lo so, lo so. Ci sto lavorando, ogni santo giorno. Ha bisogno di essere regolata, sempre. Ha bisogno di poche parole, poche regole, ma semplici, e io ci sto provando. Credimi, io..."
"Quello che non ti ho detto è che non ha paura di nulla. Che come ti metti a spiegarle una cosa bè- lei l'ha già capita. Che in classe fa ridere tutti, noi e gli altri bambini. Che se la responsabilizzi e le dici "Vieni Nina, si va a fare questo" lei ti segue, non aspetta altro.
Quello che non ti ho detto è che è parecchio avanti per la sua età -forse grazie al fratello maggiore -ci sta- ma anche per sua personalità propria. Che è indipendente, selvaggia, autonoma, casinista, curiosa, che ha un sacco di voglia d'imparare e lo fa in fretta.
Che noi siamo -davvero- siamo contentissime di lei. E non c'è nulla di cui tu ti debba preoccupare."
21 novembre 2013
Per i tuoi grandi occhi.
C'è una mattina nuova di smalto là fuori e io ho il cuore un po' a pezzi e un po' che sorride.
Questa -Wide- oggi è solo per te.
Grazie, donna meravigliosa. Grazie.
Questa -Wide- oggi è solo per te.
Grazie, donna meravigliosa. Grazie.
7 novembre 2013
quando non ci sei.
Quando tu non ci sei mangio da sola davanti al computer e lascio i piatti nel lavello.
Quando tu non ci sei sto comoda nel mio limbo di singletudine, a lasciar i peli ricrescere, sfrenati e selvaggi.
Quando tu non ci sei il mocho sta fisso nella doccia, perché a me non da noia anzi mi torna comodo.
Quando tu non ci sei la casa è mia e faccio ciò che voglio.
Quando tu non ci sei tu non ci sei e ci sono solo io.
Se la notte arriva quello piccolo lo sento arrotolarmisi intorno, allora mi piego su di lui e gli annuso la testa: come fanno da secoli tutti i mammiferi del mondo, nel gesto più antico di sempre.
Siccome tu non ci sei non posso chiamarti col piede, allora lo prendo -pesante com'è- e lo riporto in camera sua. Passando sul tappeto calpesto un cavaliere del lego la cui lancia mi si conficca nel piede. Silenziosamente bestemmio e lo appoggio.
Quando tu non ci sei torno e dormo dalla mia parte del letto, ma la tua è fredda.
Quando tu non ci sei gioco a ruzzle sotto le coperte, sfrenata e selvaggia, fino a tardi.
Quando tu non ci sei guardo vecchie commedie sentimentali in seconda serata e m'imbruttisco abbestia perché io non sono jennifer lopez, tu non sei richard gere e nessuno dei due sa ballare il tango.
Quando tu non ci sei e devo fare una cosa importante che non ho voglia di fare, mi prende come un groviglio di lana nella pancia e resto nervosa e incarognita tutta la mattina.
Se invece ci sei penso che la fai tu e basta.
Quando tu non ci sei se mi dai fastidio spengo la chat e sono da sola.
Quando tu non ci sei lavoro con la radio accesa e faccio pausa stendendo i panni.
Quando tu non ci sei potrei stare senza di te per giorni perché so stare da sola, so fare tutto da sola.
D'altra parte - quando torni e sento la macchina che arriva - salto i bambini, schivo la ruspa, atterro sul tappetino, chiudo la porta e davanti allo specchio mi sciolgo i capelli pizzicando le guance.
Quando tu non ci sei sto comoda nel mio limbo di singletudine, a lasciar i peli ricrescere, sfrenati e selvaggi.
Quando tu non ci sei il mocho sta fisso nella doccia, perché a me non da noia anzi mi torna comodo.
Quando tu non ci sei la casa è mia e faccio ciò che voglio.
Quando tu non ci sei tu non ci sei e ci sono solo io.
Se la notte arriva quello piccolo lo sento arrotolarmisi intorno, allora mi piego su di lui e gli annuso la testa: come fanno da secoli tutti i mammiferi del mondo, nel gesto più antico di sempre.
Siccome tu non ci sei non posso chiamarti col piede, allora lo prendo -pesante com'è- e lo riporto in camera sua. Passando sul tappeto calpesto un cavaliere del lego la cui lancia mi si conficca nel piede. Silenziosamente bestemmio e lo appoggio.
Quando tu non ci sei torno e dormo dalla mia parte del letto, ma la tua è fredda.
Quando tu non ci sei gioco a ruzzle sotto le coperte, sfrenata e selvaggia, fino a tardi.
Quando tu non ci sei guardo vecchie commedie sentimentali in seconda serata e m'imbruttisco abbestia perché io non sono jennifer lopez, tu non sei richard gere e nessuno dei due sa ballare il tango.
Quando tu non ci sei e devo fare una cosa importante che non ho voglia di fare, mi prende come un groviglio di lana nella pancia e resto nervosa e incarognita tutta la mattina.
Se invece ci sei penso che la fai tu e basta.
Quando tu non ci sei se mi dai fastidio spengo la chat e sono da sola.
Quando tu non ci sei lavoro con la radio accesa e faccio pausa stendendo i panni.
Quando tu non ci sei potrei stare senza di te per giorni perché so stare da sola, so fare tutto da sola.
D'altra parte - quando torni e sento la macchina che arriva - salto i bambini, schivo la ruspa, atterro sul tappetino, chiudo la porta e davanti allo specchio mi sciolgo i capelli pizzicando le guance.
31 ottobre 2013
Pensavo fosse sfiga invece era un calesse.
Su questi giorni strani m'appoggio.
Ho fatto un sogno, l'altra notte.
Ero incinta ma qualcosa non andava. Qualcosa, dentro di me, non funzionava.
Abortivo lì, sul tappeto verde in bagno.
E quando lo vedevo a terra e gli guardavo il viso bello, da quell'istante in poi lo amavo.
Lui sì, per la prima volta, da subito, lo amavo senza conoscerlo. Non una goccia meno degli altri due.
E' stato allora che è arrivato il dolore, a detonare dentro.
Pensavo fosse sfiga invece era un calesse.
Mi sono presa la mattina e ho portato Nina a fare il vaccino.
Ha scatarrato sul camice del medico che le ha controllato i polmoni e ci ha rimandate a casa.
Pensavo di essere indietro col lavoro, pensavo come faccio a portarla dalla pediatra adesso, pensavo ma pensa te che stronza che non ti sei manco accorta del catarro, pensavo certo che c'hai una sfiga.
Invece poi abbiamo pranzato insieme e lei sedendomi davanti succhiava spaghetti e sorrideva arricciando il naso. Si è pure messa un dito nell'orecchio e lo girava per dirmi ch'eran buoni.
Io di solito pranzo da sola.
Cose che solo io.
Le inette come me decidono così- su due piedi- di preparare il pan di mort.
Siccome e precipuamente perché sono inette non lo fanno dopo una spesa ragionata ma così, proprio ad minchiam, col neurone a intermittenza e la dispensa come la trovano.
E non c'hanno i fichi secchi ma vabbè la marmellata.
E non c'hanno gli amaretti ma vabbè il grancereale (?).
E non c'hanno il savoiardo ma vabbè c'ho i biscotti (??).
E non c'hanno il vin santo e vabbè c'ho quel mezzo grappino fatto in casa.
E non c'hanno lo zucchero e vabbè - no, 'spetta- cazzo. Non c'ho lo zucchero.
Cose che solo io - due.
Ho fatto vedere a Magù questa foto e gli ho detto che trovo sia bellissima, e intensa, e ritoccata in postproduzione, e tuttavia simmetrica, commovente, perfetta.
Dico magari ci andiamo un giorno io te e Nina e il babbo in South Dakota, al confine col Minnesota.
Perchè no, chi ce lo impedisce, dico io. Ci andiamo pure noi e fotografiamo la luna gigante e i coyote, se ce li troviamo.
Dico domani in ogni caso la disegniamo insieme, lui pastrugna l'orecchio e fa sì con la testa.
Io mi tranquillizzo.
Comunque lo avete capito -sì ?- che m'è arrivato il ciclo.
Ho fatto un sogno, l'altra notte.
Ero incinta ma qualcosa non andava. Qualcosa, dentro di me, non funzionava.
Abortivo lì, sul tappeto verde in bagno.
E quando lo vedevo a terra e gli guardavo il viso bello, da quell'istante in poi lo amavo.
Lui sì, per la prima volta, da subito, lo amavo senza conoscerlo. Non una goccia meno degli altri due.
E' stato allora che è arrivato il dolore, a detonare dentro.
Pensavo fosse sfiga invece era un calesse.
Mi sono presa la mattina e ho portato Nina a fare il vaccino.
Ha scatarrato sul camice del medico che le ha controllato i polmoni e ci ha rimandate a casa.
Pensavo di essere indietro col lavoro, pensavo come faccio a portarla dalla pediatra adesso, pensavo ma pensa te che stronza che non ti sei manco accorta del catarro, pensavo certo che c'hai una sfiga.
Invece poi abbiamo pranzato insieme e lei sedendomi davanti succhiava spaghetti e sorrideva arricciando il naso. Si è pure messa un dito nell'orecchio e lo girava per dirmi ch'eran buoni.
Io di solito pranzo da sola.
Cose che solo io.
Le inette come me decidono così- su due piedi- di preparare il pan di mort.
Siccome e precipuamente perché sono inette non lo fanno dopo una spesa ragionata ma così, proprio ad minchiam, col neurone a intermittenza e la dispensa come la trovano.
E non c'hanno i fichi secchi ma vabbè la marmellata.
E non c'hanno gli amaretti ma vabbè il grancereale (?).
E non c'hanno il savoiardo ma vabbè c'ho i biscotti (??).
E non c'hanno il vin santo e vabbè c'ho quel mezzo grappino fatto in casa.
E non c'hanno lo zucchero e vabbè - no, 'spetta- cazzo. Non c'ho lo zucchero.
Cose che solo io - due.
Ho fatto vedere a Magù questa foto e gli ho detto che trovo sia bellissima, e intensa, e ritoccata in postproduzione, e tuttavia simmetrica, commovente, perfetta.
Dico magari ci andiamo un giorno io te e Nina e il babbo in South Dakota, al confine col Minnesota.
Perchè no, chi ce lo impedisce, dico io. Ci andiamo pure noi e fotografiamo la luna gigante e i coyote, se ce li troviamo.
Dico domani in ogni caso la disegniamo insieme, lui pastrugna l'orecchio e fa sì con la testa.
Io mi tranquillizzo.
Comunque lo avete capito -sì ?- che m'è arrivato il ciclo.
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22 ottobre 2013
Nella notte.
Ho sentito un colpo e mi sono alzata.
Di solito non ho paura, neanche se
siamo da soli.
Mr Google non è un un chiwuawa, non ci vede un cazzo
ma ci sente benissimo.
Sono andata nella camera dei bambini: dormivano.
Mi è presa come una sorda
inquietudine, quando cominci a pensare le cose brutte.
A me Chil'havisto? mette
l'angoscia. Gesù - solo la musica mi mette un' ansia maledetta.
E' bastata la pubblicità ieri sera e
avevo il visino di quella bimba bionda in Grecia stampato nella testa.
Sono tornata a letto per rigirarmici,
controllare la sveglia sul cellulare, aspettare che venisse l'ora.
Non l'ho aspettata. Mi sono alzata.
Ho acceso il caffè in silenzio, facevo
attenzione a non svegliarli.
C'era solo lo spaccacazzi dell'Arturo
che voleva da mangiare, e una cimice sul barattolo dell'aglio.
E' pieno di cimici, quest'anno. Chi
vive in città non lo sa. Io non lo sapevo.
In città sopravvivono solo mosche e
zanzare. In campagna ho riscoperto una moltitudine d'insetti
dimenticata. Arrivano coi primi freddi, quando cercano riparo tra le
persiane, a ridosso dei muri che trasudano calore. Questo è l'anno
delle cimici e anche di quelle altre specie di coccinelle, però
lunghe, più brutte.
Ho bevuto il caffè e l'ho zuccherato
più del solito, magari aiuta, ho pensato.
Ho aperto solo mezza persiana, e sono
stata lì ad aspettare la luce, ma è arrivata solo dopo, quando i
bimbi erano già svegli, e ormai non me ne facevo più niente.
Non so.
Sarà l'autunno (e le morte stagioni, e
la presente, e viva e il suon di lei).
Sarà la Mazzantini, che dici sì, ok.
Però tutti 'sti aggettivi, tutti 'sti dettagli.
Ho guardato l'orologio ed era l'ora.
Ho cominciato a preparare la colazione,
senza far più attenzione a non farmi sentire.
Lei s'è svegliata.
Aveva una guancia soda, fresca, col
segno del cuscino, lo sguardo stropicciato.
Gliel'ho baciata.
Dio quanto l'ho amata.
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16 ottobre 2013
7 cose che non vi ho mai detto
1. I test mi mettono ansia. Qualunque tipo di test, anche quelli psicologici tipo Rorschach che devi vedere le figure nel foglio diviso a metà.
Quelli che ti dicono "non preoccuparti, non c'è una risposta giusta o una sbagliata" ma quando poi dai la tua risposta quelli fanno la faccia rigida per non farsi capire e io da bimba stavo lì con le mani sotto le cosce tanto per far qualcosa, a sperare di averci azzeccato.
Quello dove il cattivo giudizio non era strana, un po' nevrotica, eccentrica perché il nevrotico eccentrico ha in sé la stilla della creatività, del genio incompreso, brilla di luce propria.
No, la paura non detta era che pensasse solo Banale. Esattamente come tutti gli altri.
Perché l'eccentrico fa figo, il banale fa solo triste.
Ti fa sentire piccolo, comune e quel che è peggio non indispensabile.
Che poi il test in questione non c'entrasse una sega con la valutazione dell'eccentricità o banalità di una persona è un dato che esulava completamente dalla mia dubbiosissima, ansiosissima, paranoica autostima.
2. Ho avuto un periodo winnie the pooh, e speravo di poterlo tenere nascosto. Ma mi stava qui come una spina nel fianco, e finalmente l'ho detto.
3. Alcuni uomini mi hanno fatto un po' male. Parecchio male.
Nella maggior parte dei casi ho finito per vergognarmi per loro. Non ho rancori.
Solo a uno gli sputerei ancora dritto nell'occhio.
E' quello che mi ha fatto vergognare di me stessa.
4. Andavo a cavallo. Ero proprio portata, secondo me.
5. Una volta da piccola ho barattato Memole per Luis Miguel.
Lì è stato il momento in cui ho smesso di essere bambina, mi sa.
Quando preferisci un bel topolone messicano a un'elfa nana coi capelli viola vuol dire che ti sei giocata l'infanzia, ragazza mia.
6. Tutte con 'sto spritz.
Spritz di qua, spritz di là.
A me ad esempio lo spritz mi fa cacare.
7. Una volta ho inavvertitamente irretito un giovane padre in treno.
Se il post non v'è piaciuto è colpa di Velma che mi ha dato un premio.
baci. notte.
p.s. postscriptum mattutino
Mi sono dimenticata che dovevo rilanciare il regalo ad altri blogger.
Allora rilancio a raffaella , sfolli e mammapiki che hanno commentato per prime.
E poi per parcondicio mi serve un uomo e quindi rilancio pure al gae.
Quelli che ti dicono "non preoccuparti, non c'è una risposta giusta o una sbagliata" ma quando poi dai la tua risposta quelli fanno la faccia rigida per non farsi capire e io da bimba stavo lì con le mani sotto le cosce tanto per far qualcosa, a sperare di averci azzeccato.
Quello dove il cattivo giudizio non era strana, un po' nevrotica, eccentrica perché il nevrotico eccentrico ha in sé la stilla della creatività, del genio incompreso, brilla di luce propria.
No, la paura non detta era che pensasse solo Banale. Esattamente come tutti gli altri.
Perché l'eccentrico fa figo, il banale fa solo triste.
Ti fa sentire piccolo, comune e quel che è peggio non indispensabile.
Che poi il test in questione non c'entrasse una sega con la valutazione dell'eccentricità o banalità di una persona è un dato che esulava completamente dalla mia dubbiosissima, ansiosissima, paranoica autostima.
2. Ho avuto un periodo winnie the pooh, e speravo di poterlo tenere nascosto. Ma mi stava qui come una spina nel fianco, e finalmente l'ho detto.
3. Alcuni uomini mi hanno fatto un po' male. Parecchio male.
Nella maggior parte dei casi ho finito per vergognarmi per loro. Non ho rancori.
Solo a uno gli sputerei ancora dritto nell'occhio.
E' quello che mi ha fatto vergognare di me stessa.
4. Andavo a cavallo. Ero proprio portata, secondo me.
5. Una volta da piccola ho barattato Memole per Luis Miguel.
Lì è stato il momento in cui ho smesso di essere bambina, mi sa.
Quando preferisci un bel topolone messicano a un'elfa nana coi capelli viola vuol dire che ti sei giocata l'infanzia, ragazza mia.
6. Tutte con 'sto spritz.
Spritz di qua, spritz di là.
A me ad esempio lo spritz mi fa cacare.
7. Una volta ho inavvertitamente irretito un giovane padre in treno.
Se il post non v'è piaciuto è colpa di Velma che mi ha dato un premio.
baci. notte.
p.s. postscriptum mattutino
Mi sono dimenticata che dovevo rilanciare il regalo ad altri blogger.
Allora rilancio a raffaella , sfolli e mammapiki che hanno commentato per prime.
E poi per parcondicio mi serve un uomo e quindi rilancio pure al gae.
14 ottobre 2013
Dunque stiamo messi un pochino sotto stress a livello lavorativo.
Nonna Oroscopo invece ha portato a casa un trattore di seconda mano ed è più contenta di una fashion blogger con un paio di loboutin ai piedi. Si sa che i gusti.
Ci siamo lasciati alle spalle tutti gli appuntamenti di lavoro, il parentado acquisito, le prealpi e la valle del Po ma non la sinusite.
Quei due là sono tornati a scuola.
A me mi si spacca la testa tanto che non solo penso "a me mi", ma addirittura lo scrivo.
Voi ridete e scherzate, ma là fuori c'è chi non ha ancora fatto il cambio degli armadi.
Nonna Oroscopo invece ha portato a casa un trattore di seconda mano ed è più contenta di una fashion blogger con un paio di loboutin ai piedi. Si sa che i gusti.
Ci siamo lasciati alle spalle tutti gli appuntamenti di lavoro, il parentado acquisito, le prealpi e la valle del Po ma non la sinusite.
Quei due là sono tornati a scuola.
A me mi si spacca la testa tanto che non solo penso "a me mi", ma addirittura lo scrivo.
Voi ridete e scherzate, ma là fuori c'è chi non ha ancora fatto il cambio degli armadi.
7 ottobre 2013
La canzone della regina.
Cognata, con Magù in braccio: "Sai l'inglese? ma davvero? che bravo, te l'ha insegnato mamma? com'è che fa la canzone della regina?"
Susibita: "He? Uh?"
Cognata: "Il God save the Queen, dai."
Susibita: "Ah sì. - mette le mani in posizione da assolo- Tumtum-tamtam, God save the queeeeen, the fa-scist re-giiime...they made you a monroooe...NOO-OO fuuuutuure, NOO-OO fuuuture..."
Cognata: "..."
NonnaPensaciTu:"..."
Altri parenti attorno al tavolo:"..."
Susibita: " Ah. hem. Intendevi l'inno, forse."
Papone rotolantesi in un angolo.
Che poi - a ben vedere - è colpa sua se conosco i Sex Pistols.
Susibita: "He? Uh?"
Cognata: "Il God save the Queen, dai."
Susibita: "Ah sì. - mette le mani in posizione da assolo- Tumtum-tamtam, God save the queeeeen, the fa-scist re-giiime...they made you a monroooe...NOO-OO fuuuutuure, NOO-OO fuuuture..."
Cognata: "..."
NonnaPensaciTu:"..."
Altri parenti attorno al tavolo:"..."
Susibita: " Ah. hem. Intendevi l'inno, forse."
Papone rotolantesi in un angolo.
Che poi - a ben vedere - è colpa sua se conosco i Sex Pistols.
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1 ottobre 2013
I piedi si parlano.
Questo è il tempo delle consegne, il tempo del non c'è tempo.
Questo è il tempo dell'aumento d'iva, degli appuntamenti a nastro, dell'ansia da prestazione.
Questo è il tempo dei rendiconti. Di vedere se hai investito giusto oppure no, se invece hai sprecato il tuo tempo, il tuo preziosissimo tempo, e basta.
Quando Susibita diede l'ultimo esame in università pensò "è finita, non sarà più così. Basta. Niente più strappi alla pancia, come se ti tirassero per l'ombelico. Sarà dura, ma mai più così."
Era una cazzata, naturalmente.
Vorrei essere Nina.
Rubare ciucci, scappare via ridendo lasciando i miei compagni in lacrime, prendermi la cazziata dalle maestre. Avere questo come mio problema più grosso.
Vorrei vivere in Nina, nel suo mondo di ruspe selvagge, di moccoli e baci.
Oppure dentro quell'altro, che ha due piedi che si parlano, la notte.
Mi riferiscono di gran discorsi, sotto le coperte.
Questo è il tempo dell'aumento d'iva, degli appuntamenti a nastro, dell'ansia da prestazione.
Questo è il tempo dei rendiconti. Di vedere se hai investito giusto oppure no, se invece hai sprecato il tuo tempo, il tuo preziosissimo tempo, e basta.
Quando Susibita diede l'ultimo esame in università pensò "è finita, non sarà più così. Basta. Niente più strappi alla pancia, come se ti tirassero per l'ombelico. Sarà dura, ma mai più così."
Era una cazzata, naturalmente.
Vorrei essere Nina.
Rubare ciucci, scappare via ridendo lasciando i miei compagni in lacrime, prendermi la cazziata dalle maestre. Avere questo come mio problema più grosso.
Vorrei vivere in Nina, nel suo mondo di ruspe selvagge, di moccoli e baci.
Oppure dentro quell'altro, che ha due piedi che si parlano, la notte.
Mi riferiscono di gran discorsi, sotto le coperte.
25 settembre 2013
Mentitemi, piuttosto.
Sono certa che sarà capitato anche a voi di dimenticarvi di vostro figlio alla fermata del pulmino.
Vi sarà certamente successo di essere completamente, candidamente ignare dell'esistenza di qualunque altra cosa nell'universo salvo la vostra casella mail, la chat coi colleghi e il tizio della banca al telefono.
Naturalmente capite bene la sensazione d'irritazione che in quel frangente può suscitare il ripetuto suonare di un clacson di fronte al vostro ingresso, e immagino che anche voi l'avrete comprensibilmente liquidato con un infastidito 'fanculo le melanzane, presumendo si trattasse del furgoncino dell'ortolano e non dell'autista imbestialito del sopraddetto pullmino - ora incastrato in mezzo alla via, il vecchietto volontario che fa assistenza ai bimbi con la mano destra schiacciata sul vostro campanello e quella sinistra in quella di vostro figlio: piccolo, attonito, ingrembiulato.
Io non ve lo dico come mi hanno guardata.
Non ve lo dico perché -ne sono certa- lo sapete meglio di me, immagino.
Ma soprattutto non vi descrivo il faccino dell'ingrembiulato, in quel grembiulino più grande di lui, il visino appuntito, gli occhi enormi, giganti.
Sono certa che mi capite.
E se non mi capite, mentitemi, piuttosto.
Vi sarà certamente successo di essere completamente, candidamente ignare dell'esistenza di qualunque altra cosa nell'universo salvo la vostra casella mail, la chat coi colleghi e il tizio della banca al telefono.
Naturalmente capite bene la sensazione d'irritazione che in quel frangente può suscitare il ripetuto suonare di un clacson di fronte al vostro ingresso, e immagino che anche voi l'avrete comprensibilmente liquidato con un infastidito 'fanculo le melanzane, presumendo si trattasse del furgoncino dell'ortolano e non dell'autista imbestialito del sopraddetto pullmino - ora incastrato in mezzo alla via, il vecchietto volontario che fa assistenza ai bimbi con la mano destra schiacciata sul vostro campanello e quella sinistra in quella di vostro figlio: piccolo, attonito, ingrembiulato.
Io non ve lo dico come mi hanno guardata.
Non ve lo dico perché -ne sono certa- lo sapete meglio di me, immagino.
Ma soprattutto non vi descrivo il faccino dell'ingrembiulato, in quel grembiulino più grande di lui, il visino appuntito, gli occhi enormi, giganti.
Sono certa che mi capite.
E se non mi capite, mentitemi, piuttosto.
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17 settembre 2013
Un vero artista (lasciatemi qui).
"Ssapone".
"Bravissimo. Ora Ssscudo."
"Ccudo."
"No Ccudo, Scudo."
"CCudo."
"SScudo."
"Kccudo."
"Ma come mai non ci riesci? scusa sei bravo a dire ssapone, perchè non sscudo?"
"E' pecchè sono un veo attitta, papà."
Lasciatemi qui.
Qui immersa nel buio, con gli occhi appoggiati a quel triangolo di luce dalla porta aperta del bagno.
Lasciatemi qui.
Non mi alzo neanche a spiegare a quell'altro perché non ci riesce, l'esistenza di fricative, sibilanti o meno, o quelle altre, le velari, come si chiamavano.
Non importa, chemmifrega, adesso.
Sono buffi. Li voglio così - tutti e due - neanche una virgola diversa.
Lasciatemi qui, sotto le galoppanti nuvole di Settembre, sotto i suoi cieli smaltati.
Così, a guardarmi i piedi e rigirare le mani mentre il mondo si sveglia all'inverno e prende a pulsare.
Lasciatemi qui, è tardi per iscriverlo in piscina, musica o che.
Staremo a casa, andremo nei boschi, ascolteremo le foglie cadere.
Checcifrega, a noi, adesso.
"Bravissimo. Ora Ssscudo."
"Ccudo."
"No Ccudo, Scudo."
"CCudo."
"SScudo."
"Kccudo."
"Ma come mai non ci riesci? scusa sei bravo a dire ssapone, perchè non sscudo?"
"E' pecchè sono un veo attitta, papà."
Lasciatemi qui.
Qui immersa nel buio, con gli occhi appoggiati a quel triangolo di luce dalla porta aperta del bagno.
Lasciatemi qui.
Non mi alzo neanche a spiegare a quell'altro perché non ci riesce, l'esistenza di fricative, sibilanti o meno, o quelle altre, le velari, come si chiamavano.
Non importa, chemmifrega, adesso.
Sono buffi. Li voglio così - tutti e due - neanche una virgola diversa.
Lasciatemi qui, sotto le galoppanti nuvole di Settembre, sotto i suoi cieli smaltati.
Così, a guardarmi i piedi e rigirare le mani mentre il mondo si sveglia all'inverno e prende a pulsare.
Lasciatemi qui, è tardi per iscriverlo in piscina, musica o che.
Staremo a casa, andremo nei boschi, ascolteremo le foglie cadere.
Checcifrega, a noi, adesso.
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13 settembre 2013
Ribelle.
Susibita capelli corti, faccia da bimba.
Susibita gazzelle nere, sveglia alle 6 a studiare l'aoristo.
Susibita ma che tipo è Susibita? raccontami un po'. Susibita è come la vedi.
Susibita che pulisce le stalle.
Susibita senza patente, in sella a un Sì vecchio.
Susibita senza talenti.
Susibita brava ragazza.
Susibita lenta - troppo lenta - a costruirsi la corazza.
Susibita che una sera a settimana scendeva in cantina, si sedeva su un cadreghino e picchiava come un'indemoniata questa roba:
http://www.youtube.com/watch?v=CkFH0KMO0G0
Poi niente, andavano avanti circa 2 o 3 ore così, col cane che non si scollava dalla grancassa manco a pagarlo.
Alla fine, quando mancavano 5 minuti al coprifuoco musicale, lei si alzava, apriva la porta della cantina, si accertava che restasse ben spalancata, poi prendeva il microfono e cantava:
il vicino è mio nemico non lo posso sopportare,
in un modo o nell'altro io lo devo elmiminare
al vicino puzza il fiato e gli puzzano le ascelle,
sono queste le due cose che mi rendono ribelle.
Susibita gazzelle nere, sveglia alle 6 a studiare l'aoristo.
Susibita ma che tipo è Susibita? raccontami un po'. Susibita è come la vedi.
Susibita che pulisce le stalle.
Susibita senza patente, in sella a un Sì vecchio.
Susibita senza talenti.
Susibita brava ragazza.
Susibita lenta - troppo lenta - a costruirsi la corazza.
Susibita che una sera a settimana scendeva in cantina, si sedeva su un cadreghino e picchiava come un'indemoniata questa roba:
http://www.youtube.com/watch?v=CkFH0KMO0G0
Poi niente, andavano avanti circa 2 o 3 ore così, col cane che non si scollava dalla grancassa manco a pagarlo.
Alla fine, quando mancavano 5 minuti al coprifuoco musicale, lei si alzava, apriva la porta della cantina, si accertava che restasse ben spalancata, poi prendeva il microfono e cantava:
il vicino è mio nemico non lo posso sopportare,
in un modo o nell'altro io lo devo elmiminare
al vicino puzza il fiato e gli puzzano le ascelle,
sono queste le due cose che mi rendono ribelle.
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11 settembre 2013
Il latte, i biscotti, i criceti morti e tutto ciò che serve sapere.
Ho letto questa cosa ieri, seguendo un link di un link da non so quale profilo twitter.
Ovviamente non sono riuscita più a recuperare la blogger che l'ha postato ma ho ritrovato il testo googlando.
Sono i giorni appropriati per pubblicarlo, magari tutti lo conoscete già ma io l'ho letto solo ieri.
Mi ha fatto sorridere.
Come tutte le cose belle, un po' tristi, e molto vere.
La massima parte di ciò che veramente mi serve sapere su come vivere,
cosa fare e in che modo comportarmi l'ho imparata all'asilo.
La saggezza non si trova al vertice della montagna degli studi superiori,
bensì nei castelli di sabbia del giardino dellinfanzia.
Queste sono le cose che ho appreso:
Dividere tutto con gli altri.
Giocare correttamente.
Non fare male alla gente.
Rimettere le cose al posto.
Sistemare il disordine.
Non prendere ciò che non è mio.
Dire che mi dispiace quando faccio del male a qualcuno.
Lavarmi le mani prima di mangiare.
I biscotti caldi e il latte freddo fanno bene.
Condurre una vita equilibrata: imparare qualcosa,
pensare un po' e disegnare, dipingere, cantare,
ballare, suonare e lavorare un tanto al giorno.
Fare un riposino ogni pomeriggio.
Nel mondo, badare al traffico, tenere per mano
e stare vicino agli altri.
Essere consapevole del meraviglioso.
Ricordare il seme nel vaso: le radici scendono,
la pianta sale e nessuno sa veramente come e perché,
ma tutti noi siamo così.
I pesci rossi, i criceti, i topolini bianchi e
persino il seme nel suo recipiente:
tutti muoiono e noi pure.
Non dimenticare, infine, la prima parola che ho imparato,
la più importante di tutte: guardare.
Tutto quello che mi serve sapere sta lì, da qualche parte: le regole Auree, l'amore, l'igiene alimentare, l'ecologia, la politica e il vivere assennatamente.
Basta scegliere uno qualsiasi tra questi precetti, elaborarlo in termini adulti e sofisticati e applicarlo alla famiglia, al lavoro, al governo, o al mondo in generale, e si dimostrerà vero, chiaro e incrollabile.
Pensate a come il mondo sarebbe migliore se noi tutti,
l'intera umanità, prendessimo latte e biscotti ogni pomeriggio alle tre e ci mettessimo poi sotto le coperte per un pisolino, o se tutti i governi si attenessero al principio basilare di rimettere ogni cosa dove l' hanno trovata e di ripulire il proprio disordine.
Rimane sempre vero, a qualsiasi età, che quando si esce nel mondoè meglio tenersi per mano e rimanere uniti.
di Robert Fulghum
Ovviamente non sono riuscita più a recuperare la blogger che l'ha postato ma ho ritrovato il testo googlando.
Sono i giorni appropriati per pubblicarlo, magari tutti lo conoscete già ma io l'ho letto solo ieri.
Mi ha fatto sorridere.
Come tutte le cose belle, un po' tristi, e molto vere.
La massima parte di ciò che veramente mi serve sapere su come vivere,
cosa fare e in che modo comportarmi l'ho imparata all'asilo.
La saggezza non si trova al vertice della montagna degli studi superiori,
bensì nei castelli di sabbia del giardino dellinfanzia.
Queste sono le cose che ho appreso:
Dividere tutto con gli altri.
Giocare correttamente.
Non fare male alla gente.
Rimettere le cose al posto.
Sistemare il disordine.
Non prendere ciò che non è mio.
Dire che mi dispiace quando faccio del male a qualcuno.
Lavarmi le mani prima di mangiare.
I biscotti caldi e il latte freddo fanno bene.
Condurre una vita equilibrata: imparare qualcosa,
pensare un po' e disegnare, dipingere, cantare,
ballare, suonare e lavorare un tanto al giorno.
Fare un riposino ogni pomeriggio.
Nel mondo, badare al traffico, tenere per mano
e stare vicino agli altri.
Essere consapevole del meraviglioso.
Ricordare il seme nel vaso: le radici scendono,
la pianta sale e nessuno sa veramente come e perché,
ma tutti noi siamo così.
I pesci rossi, i criceti, i topolini bianchi e
persino il seme nel suo recipiente:
tutti muoiono e noi pure.
Non dimenticare, infine, la prima parola che ho imparato,
la più importante di tutte: guardare.
Tutto quello che mi serve sapere sta lì, da qualche parte: le regole Auree, l'amore, l'igiene alimentare, l'ecologia, la politica e il vivere assennatamente.
Basta scegliere uno qualsiasi tra questi precetti, elaborarlo in termini adulti e sofisticati e applicarlo alla famiglia, al lavoro, al governo, o al mondo in generale, e si dimostrerà vero, chiaro e incrollabile.
Pensate a come il mondo sarebbe migliore se noi tutti,
l'intera umanità, prendessimo latte e biscotti ogni pomeriggio alle tre e ci mettessimo poi sotto le coperte per un pisolino, o se tutti i governi si attenessero al principio basilare di rimettere ogni cosa dove l' hanno trovata e di ripulire il proprio disordine.
Rimane sempre vero, a qualsiasi età, che quando si esce nel mondoè meglio tenersi per mano e rimanere uniti.
di Robert Fulghum
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6 settembre 2013
Come i cani.
Quando avrò finito di fare come i cani, che dormono all'ombra di una macchina e poi inspiegabilmente si alzano, attraversano la piazza torrida e crollano di nuovo, ma all'ombra dell'aiuola.
Quando avrò finito, e l'ultimo ultimissimo momento a brancolare sotto il sole sarà andato anche quello.
Quando sarà alle spalle e subito dopo autunno e il giorno dopo la notte di Natale.
Forse allora, dico forse, avvertirò - remota, flebile- l'urgenza di chiamare il nido e avvisare che lunedì non ci siamo.
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