Mia madre mi ha detto che si sente stanca, e che la sera fa fatica a fare le scale.
Le ho detto hai 60 anni è normale, lei mi ha detto ne ho 66, tesoro bello, sei-sei.
Io questa cosa che mia madre sta invecchiando non sono ancora pronta a gestirla.
Le vedo le altre nonne, ai parchetti e all'uscita dell'asilo e -credetemi- mia madre non ha nulla a che fare con loro. Loro sono vecchie.
Mia madre è un katerpillar, nonché ancora una discreta gnocca, non fosse che si veste in bermuda, crocs e cappello dell'arcicaccia.
Non ho conosciuto donne fisicamente più forti di mia madre: nel mio immaginario, da sempre, semplicemente non esistono.
Mia madre decespuglia, smonta, trapana, fa il cemento, guida il trattore cingolato. Mia madre fa tutto.
Non è possibile che le scale le riescano pesanti la sera, ma dice lei che è vero e io le devo credere.
Vado a riprendermi Magù, dopo, perché almeno è meno stanca e sola con Nina riesce a fare più cose stancandosi di meno. Mi rendo conto che ho sbagliato tutto quest'estate.
Ho quasi fissato l'intervento per Mr Googhi per farlo castrare.
Non starò a tediarvi sul perché e il per come, ci stavamo pensando da un po' e la nostra dolcissima veterinaria è d'accordo con noi.
Però ora mi sento un po' un verme ogni volta che gli passo accanto.
Ho voglia di andare tra qualche giorno a raccoglier mirtilli coi bambini, ma sta per arrivare il temporale ora e tutto è fermo -anche gli animali, anche gli alberi- e c'è un cucchiaio di luce in fondo alla valle ma troppo lontano e ecco che arrivano i goccioloni e questa sensazione qui dentro, che non tace, e mi dice che ho sbagliato tutto, quest'estate.
29 luglio 2014
24 luglio 2014
Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti.
Io mi ero organizzata, capite?
Avevo una mia mappa mentale e reale di chi sarebbe stato ubicato dove e per quanto nel mese di Luglio, un piano ad alta definizione - oserei dire chirurgica - della distribuzione settimanale delle ore di lavoro, del momento esatto in cui mia madre avrebbe avuto il tracollo e io mi sarei palesata tipo maria redentrice avvolta in un fascio di luce, sollevando lei dall'incombenza dei due rospi, e al contempo me stessa dai sensi di colpa.
Che è andato tutto in vacca neanche ve lo devo dire, immagino.
Quindi al momento mi prenderei a vergate in bocca per non averli iscritti al campo estivo, pagando una cifra persino superiore alla normale retta mensile.
Viviamo alla giornata: abusando della tv per poter lavorare, abusando di mia madre per tenermene almeno uno, abusando di caffè per rimanere sveglia, abusando di farmaci per alleviare l'influenza, abusando di vitamine per ripigliarmi dall'influenza. Insomma abusando.
Abusi a parte, ho ritrovato un vecchio romanzo di mia madre sulla Cina rurale, di Pearl S. Buck, non so se avete presente.
Una storia d'amore, sostanzialmente, ma soprattutto d'incontro e scontro tra un mondo antico, quello della Cina rurale e tradizionalista, in cui ogni gesto è carico di significati e simbologie - con quello moderno portato dall'Occidente, dalla scienza che salva le vite, che libera anime e idee, ma in cui la ieratica e poetica formalità del gesto nel suo dettaglio non ha valore, e pur senza intenzione -semplicemente- non ha senso.
Al che grave dramma e turbamento nella protagonista, presa dalle due forze contrastanti.
Ora esattamente il perché il mio post abbia imboccato questa piega bislacca non ve lo saprei dire, ma vorrei aggiungere che è ricominciata la stagione turistica, e a casa di mia madre hanno ripreso a transitare individui non italofoni, generalmente dotati di sandalo in tela e crema solare, di non meno di due figli, di cappellini da pescatore ma soprattutto di grande entusiasmo per la gastronomia locale.
Mentre lavoro li sento di là che cantano girogirotondo prima in Italiano e poi in Slovacco, che ha un suono che non si capisce una minchia, ma dolce, mi pare. Che mangiano cosce di pollo e cereali dalla scatola alle 5 del pomeriggio. Che giocano a hideandseek? do you want?, più banalmente detto nascondino, contando un po' a cazzo, devo dire.
Poi a un certo punto lui -completamente biòtto (=ignudo)- gira l'angolo seguito dalle due biondine sui 7 anni, si ferma sull'uscio di casa e con un laconico si iu leitar, friends tutto italiota, le abbandona perplesse al proprio destino.
Avevo una mia mappa mentale e reale di chi sarebbe stato ubicato dove e per quanto nel mese di Luglio, un piano ad alta definizione - oserei dire chirurgica - della distribuzione settimanale delle ore di lavoro, del momento esatto in cui mia madre avrebbe avuto il tracollo e io mi sarei palesata tipo maria redentrice avvolta in un fascio di luce, sollevando lei dall'incombenza dei due rospi, e al contempo me stessa dai sensi di colpa.
Che è andato tutto in vacca neanche ve lo devo dire, immagino.
Quindi al momento mi prenderei a vergate in bocca per non averli iscritti al campo estivo, pagando una cifra persino superiore alla normale retta mensile.
Viviamo alla giornata: abusando della tv per poter lavorare, abusando di mia madre per tenermene almeno uno, abusando di caffè per rimanere sveglia, abusando di farmaci per alleviare l'influenza, abusando di vitamine per ripigliarmi dall'influenza. Insomma abusando.
Abusi a parte, ho ritrovato un vecchio romanzo di mia madre sulla Cina rurale, di Pearl S. Buck, non so se avete presente.
Una storia d'amore, sostanzialmente, ma soprattutto d'incontro e scontro tra un mondo antico, quello della Cina rurale e tradizionalista, in cui ogni gesto è carico di significati e simbologie - con quello moderno portato dall'Occidente, dalla scienza che salva le vite, che libera anime e idee, ma in cui la ieratica e poetica formalità del gesto nel suo dettaglio non ha valore, e pur senza intenzione -semplicemente- non ha senso.
Al che grave dramma e turbamento nella protagonista, presa dalle due forze contrastanti.
Ora esattamente il perché il mio post abbia imboccato questa piega bislacca non ve lo saprei dire, ma vorrei aggiungere che è ricominciata la stagione turistica, e a casa di mia madre hanno ripreso a transitare individui non italofoni, generalmente dotati di sandalo in tela e crema solare, di non meno di due figli, di cappellini da pescatore ma soprattutto di grande entusiasmo per la gastronomia locale.
Mentre lavoro li sento di là che cantano girogirotondo prima in Italiano e poi in Slovacco, che ha un suono che non si capisce una minchia, ma dolce, mi pare. Che mangiano cosce di pollo e cereali dalla scatola alle 5 del pomeriggio. Che giocano a hideandseek? do you want?, più banalmente detto nascondino, contando un po' a cazzo, devo dire.
Poi a un certo punto lui -completamente biòtto (=ignudo)- gira l'angolo seguito dalle due biondine sui 7 anni, si ferma sull'uscio di casa e con un laconico si iu leitar, friends tutto italiota, le abbandona perplesse al proprio destino.
15 luglio 2014
I brulichii e la spiaggia.
Mentre io sono qui alla scrivania e mi preoccupo, mi agito, m'incazzo, e poi mi scazzo.
Mentre io sono qui che mi faccio prendere in ostaggio da una fattura, da una consegna, da un tutorial, da una mail.
Mentre io me ne sto qui, in balìa dell'Inutile, facendone la mia ragione di vita.
C'è un essere umano piccolissimo, donna, a cui stanno dicendo scusa apriamo la pancia che ti contiene e facciamo un taglietto proprio qui vedi? così ti tiriamo fuori. Non ti agitare non c'è bisogno, è meglio così, fidati.
Ora io vorrei dirti che se dicono fìdati io penso che sia vero, perché so che sei in buone mani.
Solo mi spiace che tu non abbia il tempo di svegliarti e già ti accendono il mondo stroboscopico fuori: tirare via le coperte così, quando una ancora dorme, è proprio una rogna, hai ragione.
Volevo dirti: respira.
Non aver paura, se riesci.
No ok, cagati un po' in mano, io lo farei. Ci mancherebbe.
Però dopo che ti sarai spaventata, respira.
Calma, uufff.
Respira.
Guardati attorno.
Quando ti avvolgono attorno quel pastrano bianco e morbido è finita, sta per arrivare il bello.
E' lì che mi devi rimanere concentrata, capito? Non perdere di vista l'obiettivo.
La vedi quella roba stesa sul letto con lo sguardo da anfetamina scaduta? è tua madre, mia sorella. Fa dei risotti e delle crostate che non te lo dico. Oggi non lo puoi sapere ma prestissimo sì.
Ti dico che ti puoi fidare, è una di quelle che ti tengono la mano quando attraversi la strada, anche se hai 34 anni.
Non ci pensa lei, davvero. Lo fa così, sovrappensiero: sente la tua presenza lì di fianco e cerca la tua mano d'istinto, solo perché qualcosa nella sua testa non è cambiato da quando avevi 6 anni.
Dammi retta, è una a posto. Non te lo direi se non lo sapessi.
Quindi dicevamo: sei nel pastrano, right?
Rotea gli occhi. Brava così, non troppo sennò le piglia un colpo.
Le vedi quelle due cose bianche e tonde? individuale: è facile, non puoi sbagliare.
Ecco, ora seguile.
Lo so, sono belle. Non solo: sono utili, non puoi capire quanto.
Adesso attàccatici. Vai, piccola mia, niente paura. Daje dentro. Così.
Brava.
La senti? La sensazione, dico.
Concentrati e dimmi se non la senti. Sì, dai, lo so che la senti.
Quella che s'è fatto silenzio, vero?
E là fuori fa freddo, e un sacco di cose brulicano e fanno paura, e minacciano di allontanarti da lì, ancora.
Ma tu sei nel silenzio, nella calma, ora. Niente ti urta: sei spossata, ma hai la pace dentro.
Ecco. Fermiamoci.
Perché d'ora in poi, da questo preciso istante in poi, non sarà molto diverso da così per tutto il resto del tempo.
Ci saranno un sacco di brulichii là fuori -credimi- come non ne avrai mai visti in vita tua. Affascinanti, pericolosi, splendidi, innocui, inutili o imperdibili: buoni da mangiare, irresistibili da cogliere, pazzeschi da vivere, cattivi da seguire, meravigliosi da penetrare.
Ora mi auguro che - passata la prima paura - tu voglia lasciarti prendere dai brulichii.
Senza brulichio non c'è divertimento. Neppure ansia a dire il vero, però soprattutto -figlia mia- non c'è passione. E dove vogliamo andare senza passione?
Io non sono sicura di quale sia il senso di questa cosa che t'è cominciata addosso, che ti si è letteralmente aperta sopra la testa.
Però so che c'è il brulichìo e c'è la pace.
C'è il mare elettrico e la sabbia calda.
C'è il vento irresistibile in fuga e c'è l'ombra degli alberi.
Vai, per l'amor del cielo, sul mare elettrico. Non perdertelo per nulla al mondo.
Poi un giorno, quando dovrai leccarti qualche ferita, quando avrai bisogno del silenzio tra te e il mondo, sii capace di concentrarti. Non perdere di vista l'obiettivo. Fai come stamattina, guardati attorno. Cerca la spiaggia, un po' d'ombra sotto un albero.
Saranno i seni di tua madre o le braccia di tuo padre, un giorno sarà un amore, altre volte saranno solo parole lette o scritte, colori o musica tra i capelli. A volte -persino- saranno un paio di scarpe nuove.
Potrei addirittura essere io, se sapremo ritrovarci, ogni giorno in cui tu cresci e io invecchio: potrei essere un pezzetto di spiaggia. Ti preparerò conchiglie in piccole collane e non molto di più, perché non so fare granché, a dire il vero.
Tu ci giocherai un po', annuserai il mare, tufferai i piedi nella sabbia e la troverai umida, sotto.
Allora ti alzerai, ti guarderai attorno come ora e naturalmente ripartirai.
Con le scarpe nuove, preferibilmente.
p.s. mi ha appena chiamata tuo padre: sei fuori. Ti amo già, sappilo. Ora guardati attorno, e fai come ti ho detto, ragazza.
Mentre io sono qui che mi faccio prendere in ostaggio da una fattura, da una consegna, da un tutorial, da una mail.
Mentre io me ne sto qui, in balìa dell'Inutile, facendone la mia ragione di vita.
C'è un essere umano piccolissimo, donna, a cui stanno dicendo scusa apriamo la pancia che ti contiene e facciamo un taglietto proprio qui vedi? così ti tiriamo fuori. Non ti agitare non c'è bisogno, è meglio così, fidati.
Ora io vorrei dirti che se dicono fìdati io penso che sia vero, perché so che sei in buone mani.
Solo mi spiace che tu non abbia il tempo di svegliarti e già ti accendono il mondo stroboscopico fuori: tirare via le coperte così, quando una ancora dorme, è proprio una rogna, hai ragione.
Volevo dirti: respira.
Non aver paura, se riesci.
No ok, cagati un po' in mano, io lo farei. Ci mancherebbe.
Però dopo che ti sarai spaventata, respira.
Calma, uufff.
Respira.
Guardati attorno.
Quando ti avvolgono attorno quel pastrano bianco e morbido è finita, sta per arrivare il bello.
E' lì che mi devi rimanere concentrata, capito? Non perdere di vista l'obiettivo.
La vedi quella roba stesa sul letto con lo sguardo da anfetamina scaduta? è tua madre, mia sorella. Fa dei risotti e delle crostate che non te lo dico. Oggi non lo puoi sapere ma prestissimo sì.
Ti dico che ti puoi fidare, è una di quelle che ti tengono la mano quando attraversi la strada, anche se hai 34 anni.
Non ci pensa lei, davvero. Lo fa così, sovrappensiero: sente la tua presenza lì di fianco e cerca la tua mano d'istinto, solo perché qualcosa nella sua testa non è cambiato da quando avevi 6 anni.
Dammi retta, è una a posto. Non te lo direi se non lo sapessi.
Quindi dicevamo: sei nel pastrano, right?
Rotea gli occhi. Brava così, non troppo sennò le piglia un colpo.
Le vedi quelle due cose bianche e tonde? individuale: è facile, non puoi sbagliare.
Ecco, ora seguile.
Lo so, sono belle. Non solo: sono utili, non puoi capire quanto.
Adesso attàccatici. Vai, piccola mia, niente paura. Daje dentro. Così.
Brava.
La senti? La sensazione, dico.
Concentrati e dimmi se non la senti. Sì, dai, lo so che la senti.
Quella che s'è fatto silenzio, vero?
E là fuori fa freddo, e un sacco di cose brulicano e fanno paura, e minacciano di allontanarti da lì, ancora.
Ma tu sei nel silenzio, nella calma, ora. Niente ti urta: sei spossata, ma hai la pace dentro.
Ecco. Fermiamoci.
Perché d'ora in poi, da questo preciso istante in poi, non sarà molto diverso da così per tutto il resto del tempo.
Ci saranno un sacco di brulichii là fuori -credimi- come non ne avrai mai visti in vita tua. Affascinanti, pericolosi, splendidi, innocui, inutili o imperdibili: buoni da mangiare, irresistibili da cogliere, pazzeschi da vivere, cattivi da seguire, meravigliosi da penetrare.
Ora mi auguro che - passata la prima paura - tu voglia lasciarti prendere dai brulichii.
Senza brulichio non c'è divertimento. Neppure ansia a dire il vero, però soprattutto -figlia mia- non c'è passione. E dove vogliamo andare senza passione?
Io non sono sicura di quale sia il senso di questa cosa che t'è cominciata addosso, che ti si è letteralmente aperta sopra la testa.
Però so che c'è il brulichìo e c'è la pace.
C'è il mare elettrico e la sabbia calda.
C'è il vento irresistibile in fuga e c'è l'ombra degli alberi.
Vai, per l'amor del cielo, sul mare elettrico. Non perdertelo per nulla al mondo.
Poi un giorno, quando dovrai leccarti qualche ferita, quando avrai bisogno del silenzio tra te e il mondo, sii capace di concentrarti. Non perdere di vista l'obiettivo. Fai come stamattina, guardati attorno. Cerca la spiaggia, un po' d'ombra sotto un albero.
Saranno i seni di tua madre o le braccia di tuo padre, un giorno sarà un amore, altre volte saranno solo parole lette o scritte, colori o musica tra i capelli. A volte -persino- saranno un paio di scarpe nuove.
Potrei addirittura essere io, se sapremo ritrovarci, ogni giorno in cui tu cresci e io invecchio: potrei essere un pezzetto di spiaggia. Ti preparerò conchiglie in piccole collane e non molto di più, perché non so fare granché, a dire il vero.
Tu ci giocherai un po', annuserai il mare, tufferai i piedi nella sabbia e la troverai umida, sotto.
Allora ti alzerai, ti guarderai attorno come ora e naturalmente ripartirai.
Con le scarpe nuove, preferibilmente.
p.s. mi ha appena chiamata tuo padre: sei fuori. Ti amo già, sappilo. Ora guardati attorno, e fai come ti ho detto, ragazza.
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8 luglio 2014
sul cuscino.
Dormivo.
Cioè mi stavo addormentando, no? dormivo, ma un po' ti ho sentito.
Mi hai sfilato Pennac da sotto la mano, l'hai appoggiato sul comodino.
Ho avvertito il tuo corpo tutto allungato sopra di me, ravanavi sul cellulare per spegnerlo, sennò partono le notifiche di twitter o che, di notte, e tu t'incazzi.
Poi hai fatto click, e ho sentito il buio anche con gli occhi chiusi.
Mentre ti ritiravi dalla tua parte ti sei abbassato, l'ho capito dal fiato leggero sul dorso della mano.
L'hai baciata.
Che fortuna, che ancora non dormivo veramente.
Cioè mi stavo addormentando, no? dormivo, ma un po' ti ho sentito.
Mi hai sfilato Pennac da sotto la mano, l'hai appoggiato sul comodino.
Ho avvertito il tuo corpo tutto allungato sopra di me, ravanavi sul cellulare per spegnerlo, sennò partono le notifiche di twitter o che, di notte, e tu t'incazzi.
Poi hai fatto click, e ho sentito il buio anche con gli occhi chiusi.
Mentre ti ritiravi dalla tua parte ti sei abbassato, l'ho capito dal fiato leggero sul dorso della mano.
L'hai baciata.
Che fortuna, che ancora non dormivo veramente.
2 luglio 2014
Ibridi.
"Ciao come va?"
"Eeeeeeh? Scusa un attimo: no! ti ho detto di no! scendi di lì!"
"Hem, tutto ok?"
"Sì, sì. Tutto ok. 'Petta eh...come dici amore? che hai fatto? hai visto un insetto brutto brutto che ti faceva paura? Ma no non è un ragno, questo è un cervo volante! vedi che cornine ha sul capino? è molto bello, non ti fa nulla."
"...mmm, mamma?"
" Sì, eccomi, dicevo: qui tutto ok, hanno mangiato, lei ha fatto al cacca nel vasin...eh? che c'è amore? sì: cervo. Un cervo volante. Per via delle corna, sì. No, è buono, non punge.
E quindi insomma sono bravi però ti dirò, non mi mollano un att...eh? no, dì a Nina che non può mangiarlo, no. Quando finisci?"
"Domani, mamma, domani."
"No perché dobbiamo fare la spesa e se siamo in due è meglio e guarda -cooosa? sì, sì amore, ok-Miiii che palle, 'STO CAZZO DI CERVO."
"Mamma, non dire parolacce, che poi ripetono."
"Ma non mi sentono, sono in cucina! Cosa tesoro? Hem, no. Non è un GATTO. È un cervo, un gatto, ma cervo. Sì, hem insomma, quand'è che vieni?"
Il celebre gatto-cervo, come non ricordarlo.
"Eeeeeeh? Scusa un attimo: no! ti ho detto di no! scendi di lì!"
"Hem, tutto ok?"
"Sì, sì. Tutto ok. 'Petta eh...come dici amore? che hai fatto? hai visto un insetto brutto brutto che ti faceva paura? Ma no non è un ragno, questo è un cervo volante! vedi che cornine ha sul capino? è molto bello, non ti fa nulla."
"...mmm, mamma?"
" Sì, eccomi, dicevo: qui tutto ok, hanno mangiato, lei ha fatto al cacca nel vasin...eh? che c'è amore? sì: cervo. Un cervo volante. Per via delle corna, sì. No, è buono, non punge.
E quindi insomma sono bravi però ti dirò, non mi mollano un att...eh? no, dì a Nina che non può mangiarlo, no. Quando finisci?"
"Domani, mamma, domani."
"No perché dobbiamo fare la spesa e se siamo in due è meglio e guarda -cooosa? sì, sì amore, ok-Miiii che palle, 'STO CAZZO DI CERVO."
"Mamma, non dire parolacce, che poi ripetono."
"Ma non mi sentono, sono in cucina! Cosa tesoro? Hem, no. Non è un GATTO. È un cervo, un gatto, ma cervo. Sì, hem insomma, quand'è che vieni?"
Il celebre gatto-cervo, come non ricordarlo.
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nonna Oroscopo
30 giugno 2014
Quella che sta nella stanza e mi guarda.
I bambini sono da mia madre.
Per i prossimi due mesi passeranno lì metà della settimana per consentirmi di lavorare, e prima del fine settimana me li riprenderò e porterò a casa.
Oggi mia madre è caduta con in braccio Nina e per salvarla ha fatto una mossa karateka avvoltolandosi e sbucciandosi gomito e fianchi. La colpa era di Magù e del suo brutto vizio d'infilarsi sempre tra le gambe e pestare i piedi, cosa particolarmente fastidiosa d'estate coi sandali.
Mi chiamano 3 volte al giorno.
Di solito mia madre urla nella cornetta, lui pure ma in sottofondo, e lei si sta lanciando da qualche punto molto alto e molto pericoloso.
O anche: mia madre urla e loro due si pestano a sangue.
O anche: mia madre urla, lui parla da solo nel suo mondo parallelo in cui vivono lui, la lente d'ingrandimento e un qualsivoglia insetto, lei sta arpionando un cane di passaggio e cercando di cavalcarlo.
Insomma io sto proprio tranquilla: serena, ecco.
Però mi piacciono queste loro estati.
Che sono proprio culo e camicia, dormono tutti e tre abbracciati sul copriletto di lino, fanno il pesto col basilico dell'orto, vanno a recuperare i cani in paese, cascano per terra e poi in fila alla cassa comprano caramelle gommose altamente chimiche.
Le maestre mi hanno detto che lui è un timido, che ha l'atteggiamento tipico dei timidi. Che quando si arrabbia trattiene le lacrime e incrocia le braccia. Che all'inizio entrava, si sedeva in un angolo, apriva un libro e spariva -puf- inghiottito nel suo mondo.
Ma che si sta aprendo, piano piano. Che ora entra e saluta, racconta qualcosina di sé e un giorno ha voluto cantare palloncino blu tutto da solo al centro della stanza e allora gli hanno fatto un grande applauso.
Io gli ho detto che è un po' nevrotico, a casa. Loro mi hanno detto di rispettarlo, di accettarlo.
Mi hanno anche detto di aspettarlo - che mi è sembrato molto bello, come concetto.
Lui mi bacia e mi lecca, dice che sono buonissima e che so di fragola.
Nina cammina tra le gambe dei cavalli e non ha paura di niente.
Nina corre veloce.
A Nina piacciono le macchinine e andare sulle moto, però quando accudisce le sue 3 bambole - che di nome fanno tutte Maria - fa quel movimento lì, con la testa, inclinandola di lato e sussurrando una canzoncina. Quel movimento che a lui non ho mai visto fare e che non so - ecco - a me in quel momento Nina mi commuove.
Io lavoro, faccio l'orto, uso canottiere intime come magliette e attendo fiduciosa che l'armadio provveda da solo al cambio dei panni.
Ho sempre poco tempo, e troppo bisogno di scrivere.
E' che quando scrivo mi sento viva.
Non è che non mi senta viva facendo l'orto, o giocando coi miei figli.
In tantissimi momenti mi sono sentita viva.
Quando due anni fa lei usciva da me, mentre urlavo e pensavo di morire mi sono sentita vivissima, mai così -letteralmente- attaccata alla vita. Ed ero corpo e anima insieme, e debole e impotente e invincibile allo stesso tempo.
Ma questa vita qui che sento, mentre scrivo, è una vita diversa.
E' come una stanza dentro di me in cui c'è una me che lì ci sta sempre, mentre l'altra me di fuori lavora, cucina, culla, fa lavatrici, fa l'amore, si spinzetta allo specchio, piange, zappetta l'orto.
Questa me che invece sta sempre nella stanza in silenzio e mi guarda io la ritrovo quando scrivo, e allora è come quando hai un'amica che vive lontano e non vedi spesso ma se v'incontrate il tempo è come se non fosse mai passato -presente, no?- e non avete bisogno di raccontarvi i massimi sistemi -no, perché già sapete tutto: parlate del più e del meno, prendete un caffè, vi fate confidenze, ridete come sceme. Ridete tanto.
Una di quelle persone che mentre girate il cucchiaino nelle tazzine alzate gli occhi contemporaneamente e poi sorridete.
Perché vi siete riconosciute, siete voi, e siete vive.
Per i prossimi due mesi passeranno lì metà della settimana per consentirmi di lavorare, e prima del fine settimana me li riprenderò e porterò a casa.
Oggi mia madre è caduta con in braccio Nina e per salvarla ha fatto una mossa karateka avvoltolandosi e sbucciandosi gomito e fianchi. La colpa era di Magù e del suo brutto vizio d'infilarsi sempre tra le gambe e pestare i piedi, cosa particolarmente fastidiosa d'estate coi sandali.
Mi chiamano 3 volte al giorno.
Di solito mia madre urla nella cornetta, lui pure ma in sottofondo, e lei si sta lanciando da qualche punto molto alto e molto pericoloso.
O anche: mia madre urla e loro due si pestano a sangue.
O anche: mia madre urla, lui parla da solo nel suo mondo parallelo in cui vivono lui, la lente d'ingrandimento e un qualsivoglia insetto, lei sta arpionando un cane di passaggio e cercando di cavalcarlo.
Insomma io sto proprio tranquilla: serena, ecco.
Però mi piacciono queste loro estati.
Che sono proprio culo e camicia, dormono tutti e tre abbracciati sul copriletto di lino, fanno il pesto col basilico dell'orto, vanno a recuperare i cani in paese, cascano per terra e poi in fila alla cassa comprano caramelle gommose altamente chimiche.
Le maestre mi hanno detto che lui è un timido, che ha l'atteggiamento tipico dei timidi. Che quando si arrabbia trattiene le lacrime e incrocia le braccia. Che all'inizio entrava, si sedeva in un angolo, apriva un libro e spariva -puf- inghiottito nel suo mondo.
Ma che si sta aprendo, piano piano. Che ora entra e saluta, racconta qualcosina di sé e un giorno ha voluto cantare palloncino blu tutto da solo al centro della stanza e allora gli hanno fatto un grande applauso.
Io gli ho detto che è un po' nevrotico, a casa. Loro mi hanno detto di rispettarlo, di accettarlo.
Mi hanno anche detto di aspettarlo - che mi è sembrato molto bello, come concetto.
Lui mi bacia e mi lecca, dice che sono buonissima e che so di fragola.
Nina cammina tra le gambe dei cavalli e non ha paura di niente.
Nina corre veloce.
A Nina piacciono le macchinine e andare sulle moto, però quando accudisce le sue 3 bambole - che di nome fanno tutte Maria - fa quel movimento lì, con la testa, inclinandola di lato e sussurrando una canzoncina. Quel movimento che a lui non ho mai visto fare e che non so - ecco - a me in quel momento Nina mi commuove.
Io lavoro, faccio l'orto, uso canottiere intime come magliette e attendo fiduciosa che l'armadio provveda da solo al cambio dei panni.
Ho sempre poco tempo, e troppo bisogno di scrivere.
E' che quando scrivo mi sento viva.
Non è che non mi senta viva facendo l'orto, o giocando coi miei figli.
In tantissimi momenti mi sono sentita viva.
Quando due anni fa lei usciva da me, mentre urlavo e pensavo di morire mi sono sentita vivissima, mai così -letteralmente- attaccata alla vita. Ed ero corpo e anima insieme, e debole e impotente e invincibile allo stesso tempo.
Ma questa vita qui che sento, mentre scrivo, è una vita diversa.
E' come una stanza dentro di me in cui c'è una me che lì ci sta sempre, mentre l'altra me di fuori lavora, cucina, culla, fa lavatrici, fa l'amore, si spinzetta allo specchio, piange, zappetta l'orto.
Questa me che invece sta sempre nella stanza in silenzio e mi guarda io la ritrovo quando scrivo, e allora è come quando hai un'amica che vive lontano e non vedi spesso ma se v'incontrate il tempo è come se non fosse mai passato -presente, no?- e non avete bisogno di raccontarvi i massimi sistemi -no, perché già sapete tutto: parlate del più e del meno, prendete un caffè, vi fate confidenze, ridete come sceme. Ridete tanto.
Una di quelle persone che mentre girate il cucchiaino nelle tazzine alzate gli occhi contemporaneamente e poi sorridete.
Perché vi siete riconosciute, siete voi, e siete vive.
24 giugno 2014
Sono tornata e spelo pomodori.
Breve sunto degli ultimi 15 giorni.
- siamo partiti per le vacanze.
- la prima sera mi hanno rubato il cellulare.
- ciò ha fatto sì che non abbia potuto postare piedi abbronzati in ammollo e schiene di bambini impanati ogni 3-4 ore. Siete disperati, immagino.
- hanno ritrovato il mio cellulare, dopo una settimana e a 400 km da dove mi trovavo.
- lui ha preso l'otite, la febbre e l'antibiotico, io sinusite e mal di gola.
- quello piccolo ha fatto amicizia con un seienne di Avellino cui l'eterno mocciolo da troll di Nina causava inesauribile ansia e turbamento:
"Mi scusi, signò, la piccola tiene 'o moccolo."
" Sì lo so."
"E' giallo, e grosso."
"Lo so, un attimo."
"Tiene moccioli molto grandi, 'sta piccolina."
"Dio che ansia, ma non stavi facendo il castello?"
"Eccone un altro, dall'altra narice!"
"Qualcuno me lo porti via."
- quello piccolo è stato oltremodo molesto, capriccioso, villano e lagnoso. I figli degli altri -manco a dirlo- mi sembravano cresciuti a pane e Montessori. Ho meditato e minacciato di riportarlo a casa, toglierli i cartoni serali, toglierli il gelato pomeridiano, toglierli il piatto se non finiva almeno 3 forchettate, toglierli varie ed eventuali.
Francamente, solo a sentire la mia stessa voce che ripeteva sempre le stesse cose, mi sono sfracassata i maroni da sola.
- Nina ha fatto polpette, gran dormite, furoreggiato alla baby dance, mangiato sabbia e temo assaggiato il cadavere di un granchio.
- ho recuperato (culo) il mio cellulare dopo 15 giorni. Dopo 15 minuti ero già connessa. Constatato che non ero guarita.
Nel frattempo il mio orto è diventato una selva, la vite del canada ha invaso il vialetto, i pomodori sono verdi, le lucciole brillano sulla collina, il rampicante sul terrazzo ha fiori a campana color salmone e io sono a casa.
- siamo partiti per le vacanze.
- la prima sera mi hanno rubato il cellulare.
- ciò ha fatto sì che non abbia potuto postare piedi abbronzati in ammollo e schiene di bambini impanati ogni 3-4 ore. Siete disperati, immagino.
- hanno ritrovato il mio cellulare, dopo una settimana e a 400 km da dove mi trovavo.
- lui ha preso l'otite, la febbre e l'antibiotico, io sinusite e mal di gola.
- quello piccolo ha fatto amicizia con un seienne di Avellino cui l'eterno mocciolo da troll di Nina causava inesauribile ansia e turbamento:
"Mi scusi, signò, la piccola tiene 'o moccolo."
" Sì lo so."
"E' giallo, e grosso."
"Lo so, un attimo."
"Tiene moccioli molto grandi, 'sta piccolina."
"Dio che ansia, ma non stavi facendo il castello?"
"Eccone un altro, dall'altra narice!"
"Qualcuno me lo porti via."
- quello piccolo è stato oltremodo molesto, capriccioso, villano e lagnoso. I figli degli altri -manco a dirlo- mi sembravano cresciuti a pane e Montessori. Ho meditato e minacciato di riportarlo a casa, toglierli i cartoni serali, toglierli il gelato pomeridiano, toglierli il piatto se non finiva almeno 3 forchettate, toglierli varie ed eventuali.
Francamente, solo a sentire la mia stessa voce che ripeteva sempre le stesse cose, mi sono sfracassata i maroni da sola.
- Nina ha fatto polpette, gran dormite, furoreggiato alla baby dance, mangiato sabbia e temo assaggiato il cadavere di un granchio.
- ho recuperato (culo) il mio cellulare dopo 15 giorni. Dopo 15 minuti ero già connessa. Constatato che non ero guarita.
Nel frattempo il mio orto è diventato una selva, la vite del canada ha invaso il vialetto, i pomodori sono verdi, le lucciole brillano sulla collina, il rampicante sul terrazzo ha fiori a campana color salmone e io sono a casa.
29 maggio 2014
Il momento, quello giusto.
Mia madre non mi ha mai lasciata.
Se mi diceva "ti reggo, non preoccuparti", lei mi reggeva davvero: non ha mai sgarrato una volta, nemmeno una.
Un giorno, quando avevo 4 o 5 anni, ero in piscina.
A un certo punto, nell'entusiasmo del gioco, mi gettai in acqua dimenticandomi di aver tolto i braccioli pochi istanti prima.
Furono secondi lunghissimi, di cui ancora ricordo tutto: le bollicine che salgono, le piastrelle azzurre mentre affondo, le mie gambe muoversi convulsamente, le braccia di mio padre che mi riportano a galla.
Poi il bordo caldo della vasca, l'acqua in bocca e nel naso, il pianto disperato.
I miei genitori dopo qualche tempo mi mandarono a lezione di nuoto, e mi piacque.
Però i primi giorni, ancora insicura, mi aggrappavo a mia madre e le dicevo "però reggimi, tu reggimi" e lei mi reggeva, anche se potevo già andare da sola.
Magari la risposta era "Susi non mi rompere i coglioni: se ti ho detto che non ti mollo, io NON ti mollo. Neanche se mi preghi in turco, hai capito?", ma non mi mollava.
E questa cosa -per me- era una certezza; e sentirgliela dire, un balsamo.
Mia madre non è mai stata della scuola mettile la mano sotto la pancia e poi lasciala andare tanto non se ne accorge e va da sola.
I bambini non sono scemi. I bambini -soprattutto- credono a ciò che gli dici.
Io le ho creduto, lei non ha mollato: e ha fatto tutta la differenza del mondo.
Poi un giorno in prima elementare volli imparare ad andare in bici senza rotelle.
La bici era di un mio amico e il suo giardino aveva una piccola discesina d'ingresso ombreggiata da quel grande e tozzo baobab su cui giocavamo a fare le scimmiette.
Mia sorella mi dice "ti tengo io, tu pedala."
Io faccio un po' la lagna, metto su un po' di storie ma alla fine cedo.
Salgo. La sento dietro che regge il sedile. Carico il piede sul pedale, spingo. Lei dietro.
Parto a zig-zag, ma lei mi regge.
Smetto di guardarmi i sandali, alzo il viso, carico sul pedale, spingo. Filo dritta.
Carico ancora, non cado, dritta.
Carico, giro il manubrio, guardo in alto, arietta sul viso, non cado, dritta.
Mi volto: lei è 50 m più indietro ferma davanti al cancello, e mi sorride.
Io non lo so quand'è che è più giusto aspettare, quando lasciare.
So che valgono entrambe, a un certo punto, ma in punti diversi.
Forse lo senti, quando un bambino comincia a far finta di credere. Forse te lo fa capire.
Quel momento in cui ascolta più dentro di sé che non le tue labbra che gli parlano.
Quello in cui ha ancora bisogno di credere di non farcela senza di te, ma più che altro fa finta e ci gira attorno.
O forse lo senti tu, dentro di te, che stai facendo finta, che te la stai raccontando.
E lo sai, o non lo sai, o non lo vuoi, o sei rassegnata ad accettarlo ma non ad ammetterlo, che lui sta già spingendo, su quei pedali.
E fila via, dritto, senza cadere.
Se mi diceva "ti reggo, non preoccuparti", lei mi reggeva davvero: non ha mai sgarrato una volta, nemmeno una.
Un giorno, quando avevo 4 o 5 anni, ero in piscina.
A un certo punto, nell'entusiasmo del gioco, mi gettai in acqua dimenticandomi di aver tolto i braccioli pochi istanti prima.
Furono secondi lunghissimi, di cui ancora ricordo tutto: le bollicine che salgono, le piastrelle azzurre mentre affondo, le mie gambe muoversi convulsamente, le braccia di mio padre che mi riportano a galla.
Poi il bordo caldo della vasca, l'acqua in bocca e nel naso, il pianto disperato.
I miei genitori dopo qualche tempo mi mandarono a lezione di nuoto, e mi piacque.
Però i primi giorni, ancora insicura, mi aggrappavo a mia madre e le dicevo "però reggimi, tu reggimi" e lei mi reggeva, anche se potevo già andare da sola.
Magari la risposta era "Susi non mi rompere i coglioni: se ti ho detto che non ti mollo, io NON ti mollo. Neanche se mi preghi in turco, hai capito?", ma non mi mollava.
E questa cosa -per me- era una certezza; e sentirgliela dire, un balsamo.
Mia madre non è mai stata della scuola mettile la mano sotto la pancia e poi lasciala andare tanto non se ne accorge e va da sola.
I bambini non sono scemi. I bambini -soprattutto- credono a ciò che gli dici.
Io le ho creduto, lei non ha mollato: e ha fatto tutta la differenza del mondo.
Poi un giorno in prima elementare volli imparare ad andare in bici senza rotelle.
La bici era di un mio amico e il suo giardino aveva una piccola discesina d'ingresso ombreggiata da quel grande e tozzo baobab su cui giocavamo a fare le scimmiette.
Mia sorella mi dice "ti tengo io, tu pedala."
Io faccio un po' la lagna, metto su un po' di storie ma alla fine cedo.
Salgo. La sento dietro che regge il sedile. Carico il piede sul pedale, spingo. Lei dietro.
Parto a zig-zag, ma lei mi regge.
Smetto di guardarmi i sandali, alzo il viso, carico sul pedale, spingo. Filo dritta.
Carico ancora, non cado, dritta.
Carico, giro il manubrio, guardo in alto, arietta sul viso, non cado, dritta.
Mi volto: lei è 50 m più indietro ferma davanti al cancello, e mi sorride.
Io non lo so quand'è che è più giusto aspettare, quando lasciare.
So che valgono entrambe, a un certo punto, ma in punti diversi.
Forse lo senti, quando un bambino comincia a far finta di credere. Forse te lo fa capire.
Quel momento in cui ascolta più dentro di sé che non le tue labbra che gli parlano.
Quello in cui ha ancora bisogno di credere di non farcela senza di te, ma più che altro fa finta e ci gira attorno.
O forse lo senti tu, dentro di te, che stai facendo finta, che te la stai raccontando.
E lo sai, o non lo sai, o non lo vuoi, o sei rassegnata ad accettarlo ma non ad ammetterlo, che lui sta già spingendo, su quei pedali.
E fila via, dritto, senza cadere.
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23 maggio 2014
Di te e di quando abbiamo sei gambe.
Quando di notte sei scappato sul balcone e ci hai chiamati tutti a vedere le lucciole intorno al vaso del basilico.
Quando ti ho chiesto cos'è la bellezza e mi hai risposto "Tu. Pecché sei fotte, e corazzosa." senza spiegarmi il coraggio o la forza di che.
Quando intrattieni conversazioni con la tua ombra, intimandole di seguirti mentre i bambini intorno ti guardano strano.
Perché, effettivamente, tu sei un po' strano, ma comunque questi -oh- machessiguardano.
Quando rispondi male o ti butti per terra, quando fai i capricci sul pavimento del supermercato. Quando ti ho detto per me puoi anche pulirlo tutto, e mi hanno guardata male.
Quando sei tu, decisamente nevrotico, e io te l'allungherei tanto volentieri una manata, ma alla fine ci ripenso.
Quando invece te l'allungo e poi mi sento un'infame.
Quando ci chiediamo scusa e mi dici che la senti che sale -la rabbia- ma non riesci a fermarla e io ti capisco, oh se ti capisco e stiamo lì sul divano in pigiama, abbracciati e un po' malconci, che sembriamo in terapia.
Quando non m'impunto e ti prendo di lato, la butto sull'affettivo e tu lo recepisci- perché sei un tipo parecchio, parecchio affettivo- e allora ti sgonfi, lo vedo che ti rilassi proprio, che la calma ti scende addosso come un balsamo, e capisco che ne siamo fuori e l'ho imbroccata, stavolta è andata e sono stata brava, proprio brava.
Quando gli altri fanno casino intorno a te ma io prendo un libro e improvvisamente ne fai il il tuo perno: la storia il tuo perno, i personaggi, i colori, le parole, tutto.
Quando me le ripresenterai tra qualche giorno, quelle parole - rivisitate: sulle tue labbra, tra i tuoi pensieri, nei discorsi alle ombre o alle chiocciole.
Quando stiamo arrotolati nel letto la mattina e siamo un corpo unico di 3: 3 nasi, 6 gomiti, 6 gambe e 30 dita dei piedi.
Quando stiamo arrotolati così la vita vale tutta, il mondo val la pena di tutto, io non ho paura di niente e potrei far fuori uno dei tuoi draghi giganti come niente fosse e capisco -sento- perché non mi spieghi il coraggio e la forza di che.
Quando ti ho chiesto cos'è la bellezza e mi hai risposto "Tu. Pecché sei fotte, e corazzosa." senza spiegarmi il coraggio o la forza di che.
Quando intrattieni conversazioni con la tua ombra, intimandole di seguirti mentre i bambini intorno ti guardano strano.
Perché, effettivamente, tu sei un po' strano, ma comunque questi -oh- machessiguardano.
Quando rispondi male o ti butti per terra, quando fai i capricci sul pavimento del supermercato. Quando ti ho detto per me puoi anche pulirlo tutto, e mi hanno guardata male.
Quando sei tu, decisamente nevrotico, e io te l'allungherei tanto volentieri una manata, ma alla fine ci ripenso.
Quando invece te l'allungo e poi mi sento un'infame.
Quando ci chiediamo scusa e mi dici che la senti che sale -la rabbia- ma non riesci a fermarla e io ti capisco, oh se ti capisco e stiamo lì sul divano in pigiama, abbracciati e un po' malconci, che sembriamo in terapia.
Quando non m'impunto e ti prendo di lato, la butto sull'affettivo e tu lo recepisci- perché sei un tipo parecchio, parecchio affettivo- e allora ti sgonfi, lo vedo che ti rilassi proprio, che la calma ti scende addosso come un balsamo, e capisco che ne siamo fuori e l'ho imbroccata, stavolta è andata e sono stata brava, proprio brava.
Quando gli altri fanno casino intorno a te ma io prendo un libro e improvvisamente ne fai il il tuo perno: la storia il tuo perno, i personaggi, i colori, le parole, tutto.
Quando me le ripresenterai tra qualche giorno, quelle parole - rivisitate: sulle tue labbra, tra i tuoi pensieri, nei discorsi alle ombre o alle chiocciole.
Quando stiamo arrotolati nel letto la mattina e siamo un corpo unico di 3: 3 nasi, 6 gomiti, 6 gambe e 30 dita dei piedi.
Quando stiamo arrotolati così la vita vale tutta, il mondo val la pena di tutto, io non ho paura di niente e potrei far fuori uno dei tuoi draghi giganti come niente fosse e capisco -sento- perché non mi spieghi il coraggio e la forza di che.
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14 maggio 2014
Le cose che dicono i bambini.
Le cose che dicono i bambini quando ancora non sanno, o sanno il mondo loro: un mondo assurdo, pazzo, come una fotografia a fortissimo contrasto, o netto e dolce come un bianco e nero.
Un mondo buono come non l'avevo visto mai, prima di loro.
- catturare le luzzole del sole, mentre giochi con una sfera di plastica che riverbera i raggi.
- piantare delle carote maziche e ziganti in un vaso, e aspettare che crescano. In 30 secondi.
- chiamare le cose con nomi diversi, per vedere solo un poco l'effetto che fa.
"Quetta è finocchietta. "
"No, non è finocchietta, quella è aspargina, asparago selvatico."
"No: è finocchietta."
"Guarda puoi anche chiamarla come vuoi tu, non è che sia proibito. Solo che poi la gente non capisce quando parli, perché tu la chiami finocchietta ma ciò che vedono in effetti è aspargina: si chiamano convenzioni."
"Non dire socchezze, mamma."
" Ah sì? allora dai, vieni qui, Carletto."
"?"
" Carletto, vieni. Vieni dalla mamma, su, che stiamo facendo tardi."
"Non mi chiamo Carletto."
"Ah no? E come ti chiami, allora?"
"Mazinga."
- annotare un messaggio per Babbo Natale a Maggio: ho bisogno di un topo, mamma. Di un topo cavaliere. Diglielo tu, a Babbo Natale.
- sognare di avere, da grande, una scuola di nuoto. Per nuotare tutto, tutto il zorno.
- armarsi di lente d'ingrandimento e arrendersi all'incontestabile evidenza che nulla esiste di più seducente, al mondo, di un guscio di lumaca.
Un mondo buono come non l'avevo visto mai, prima di loro.
- catturare le luzzole del sole, mentre giochi con una sfera di plastica che riverbera i raggi.
- piantare delle carote maziche e ziganti in un vaso, e aspettare che crescano. In 30 secondi.
- chiamare le cose con nomi diversi, per vedere solo un poco l'effetto che fa.
"Quetta è finocchietta. "
"No, non è finocchietta, quella è aspargina, asparago selvatico."
"No: è finocchietta."
"Guarda puoi anche chiamarla come vuoi tu, non è che sia proibito. Solo che poi la gente non capisce quando parli, perché tu la chiami finocchietta ma ciò che vedono in effetti è aspargina: si chiamano convenzioni."
"Non dire socchezze, mamma."
" Ah sì? allora dai, vieni qui, Carletto."
"?"
" Carletto, vieni. Vieni dalla mamma, su, che stiamo facendo tardi."
"Non mi chiamo Carletto."
"Ah no? E come ti chiami, allora?"
"Mazinga."
- annotare un messaggio per Babbo Natale a Maggio: ho bisogno di un topo, mamma. Di un topo cavaliere. Diglielo tu, a Babbo Natale.
- sognare di avere, da grande, una scuola di nuoto. Per nuotare tutto, tutto il zorno.
- armarsi di lente d'ingrandimento e arrendersi all'incontestabile evidenza che nulla esiste di più seducente, al mondo, di un guscio di lumaca.
13 maggio 2014
the radio star.
L'altra sera ad aerobica è venuta una ragazzina, credo che la madre ogni tanto se la trascini dietro per non lasciarla a casa da sola ad annoiarsi.
Indossava dei jeans skinny su un paio di gambette da fenicottero che puoi avere solo a 13 anni, i piedi dentro un paio di scarpe rosa da ginnastica enormi e una t-shirt nera XL a motivi tribali.
Era pallida, due occhi enormi di chi non sa bene dove stia il suo posto ma dubita in ogni caso possa essere quello in cui si trova, i capelli un po' unti raccolti in una coda.
Una via di mezzo tra una winks e un'emo, praticamente un po' me 20 anni fa.
Oddio, 20 anni fa.
Mi sono detta, questa di me pensa che io sia un vecchia. Proprio non mi vede, mi oltrepassa.
Io a 13 anni la gente di 34 non la vedevo, e se la vedevo la categorizzavo come vecchia.
Avevo una capacità di estraniarmi dal contesto sovrumana.
Manco delle cuffie avevo bisogno: pigiavo un tasto interno "off" e mi eclissavo dal mondo.
Ricordo intere cene dalla nonna così, intere spese trascinando il carrello dietro mia madre, intere mattine in autobus con latine discere aperto sulle ginocchia e la testa appoggiata al vetro appannato.
Pensavo a un sacco di cose, quasi sempre le stesse.
Ai ragazzi, per lo più. Non uno in particolare, avevo pensieri sull'amore in generale dico.
Anche un po' sul sesso.
Qualche personaggio di qualche libro.
La scuola e un qualsivoglia compito di matematica. Dio che ansia, pure ora.
Pensavo a mio padre, moltissimo.
Un giorno capitò una cosa strana, che ora non potrei definire brutta, ma cambiò la vita di tutte noi tre per i successivi dieci anni, portandoci via parecchia luce.
Fu una cosa sciocca, una cosa apparentemente normale, ma mia madre la prese malissimo e io pure peggio, dietro a lei.
Fu come scoperchiare il vaso di Pandora.
A 13 anni indossavo magliette più grandi di me, per non far vedere il seno che cresceva. Avessi saputo che lì si sarebbe fermato mi sarei evitata tutte quelle paturnie.
Per questo, e per i suoi pensieri dentro un'ora di ginnastica, e per i vasi di pandora che prima o poi si scoperchiano per tutti, mi ha fatto tenerezza quella ragazzina.
E per le scarpe enormi, e perché mentre io in un impeto di esaltazione musical-sportiva saltavo canticchiando al ritmo di video kill the radio star lei mi guardava con quella faccia lì, proprio di quella che ma che è 'sta canzone che non l'ho mai sentita prima.
Indossava dei jeans skinny su un paio di gambette da fenicottero che puoi avere solo a 13 anni, i piedi dentro un paio di scarpe rosa da ginnastica enormi e una t-shirt nera XL a motivi tribali.
Era pallida, due occhi enormi di chi non sa bene dove stia il suo posto ma dubita in ogni caso possa essere quello in cui si trova, i capelli un po' unti raccolti in una coda.
Una via di mezzo tra una winks e un'emo, praticamente un po' me 20 anni fa.
Oddio, 20 anni fa.
Mi sono detta, questa di me pensa che io sia un vecchia. Proprio non mi vede, mi oltrepassa.
Io a 13 anni la gente di 34 non la vedevo, e se la vedevo la categorizzavo come vecchia.
Avevo una capacità di estraniarmi dal contesto sovrumana.
Manco delle cuffie avevo bisogno: pigiavo un tasto interno "off" e mi eclissavo dal mondo.
Ricordo intere cene dalla nonna così, intere spese trascinando il carrello dietro mia madre, intere mattine in autobus con latine discere aperto sulle ginocchia e la testa appoggiata al vetro appannato.
Pensavo a un sacco di cose, quasi sempre le stesse.
Ai ragazzi, per lo più. Non uno in particolare, avevo pensieri sull'amore in generale dico.
Anche un po' sul sesso.
Qualche personaggio di qualche libro.
La scuola e un qualsivoglia compito di matematica. Dio che ansia, pure ora.
Pensavo a mio padre, moltissimo.
Un giorno capitò una cosa strana, che ora non potrei definire brutta, ma cambiò la vita di tutte noi tre per i successivi dieci anni, portandoci via parecchia luce.
Fu una cosa sciocca, una cosa apparentemente normale, ma mia madre la prese malissimo e io pure peggio, dietro a lei.
Fu come scoperchiare il vaso di Pandora.
A 13 anni indossavo magliette più grandi di me, per non far vedere il seno che cresceva. Avessi saputo che lì si sarebbe fermato mi sarei evitata tutte quelle paturnie.
Per questo, e per i suoi pensieri dentro un'ora di ginnastica, e per i vasi di pandora che prima o poi si scoperchiano per tutti, mi ha fatto tenerezza quella ragazzina.
E per le scarpe enormi, e perché mentre io in un impeto di esaltazione musical-sportiva saltavo canticchiando al ritmo di video kill the radio star lei mi guardava con quella faccia lì, proprio di quella che ma che è 'sta canzone che non l'ho mai sentita prima.
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29 aprile 2014
Una milf alla cassa.
Cassiere giovane e caruccio.
"Ciao! E questo bimbo così piccolo conosce già la sigla di Mazinga? Brava che gli fai vedere i cartoni giusti. Ma lo danno ancora? era già vecchio ai miei tempi. "
"No guarda, era già vecchio ai MIEI, di tempi."
"Esagerata, io sono del..."
"Preferirei non sap..."
"...del 93."
"Ecco. Appunto."
"Perché? ci sarà mica tutta questa differenza, sei giovanissima! di che anno sei?"
"Io? Hem, uh? intrno ann ottnat..stttnov...cresciut anni ott, sai uan, milaeshiro...fff...zzzz, hem."
"??"
"Sì ma verso fine dell'anno eh."
Tìììo, che tristezza.
"Ciao! E questo bimbo così piccolo conosce già la sigla di Mazinga? Brava che gli fai vedere i cartoni giusti. Ma lo danno ancora? era già vecchio ai miei tempi. "
"No guarda, era già vecchio ai MIEI, di tempi."
"Esagerata, io sono del..."
"Preferirei non sap..."
"...del 93."
"Ecco. Appunto."
"Perché? ci sarà mica tutta questa differenza, sei giovanissima! di che anno sei?"
"Io? Hem, uh? intrno ann ottnat..stttnov...cresciut anni ott, sai uan, milaeshiro...fff...zzzz, hem."
"??"
"Sì ma verso fine dell'anno eh."
Tìììo, che tristezza.
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25 aprile 2014
lezioni, qua e là.
buongiorno anche a te, amore.
"Mamma quando tu muori io vado a vivee in zittà con papà e lo zio A."
pugni atomizi.
"Mamma mi ha mossicato un ragno e mi ha passato i potei di Mazinga"
"Quello era l'Uomo Ragno."
"Z'ho anche il pugno atomico."
"Ottimo."
"Ora peò mi devi bazae tre votte, per rompee l'incantesimo."
"Come mai? e i pugni atomici?"
"Pecchè io pefeicco essere me ttesso."
più o meno.
"Te lo ricordi che festa è oggi? ricordi cosa ti ha spiegato mamma?"
"Sì che me lo ricordo."
"Che festa è?"
"Della felizità."
siamo noi questo piatto di grano.
In paese vive A.
Siccome il padre di A. era fascista, e siccome dopo la guerra ci andavan giù pesante, e siccome per la famiglia non fu una passeggiata.
Siccome A. ha una passione per la storia e gli eventi bellici, per i corpi militari e i documentari sulla Guerra Fredda, allora tutti credono che A. sia fascista.
Siccome è più facile, siccome pare logico, siccome sarebbe strano il contrario, siccome lui è silenzioso e non dice nulla, lo credono tutti, financo i suoi parenti.
Siccome io non sono quella gran furbona che m'atteggio d'essere, siccome son banale come tutti gli altri, siccome il luogo comune è comodo, siccome dài si capisce, sarà uno di quei simpatizzanti nostalgici, lo credevo anch'io.
Siccome la vita è tutto fuorché banale, siccome la storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi bella ciao che partiamo, allora lo incroci mentre sparge un intruglio di aceto e sapone per piatti sulle rose ("dice che funziona, contro i pidocchi") e sorridendo ti fa: "Ah, auguri. Buon 25 Aprile."
"Mamma quando tu muori io vado a vivee in zittà con papà e lo zio A."
pugni atomizi.
"Quello era l'Uomo Ragno."
"Z'ho anche il pugno atomico."
"Ottimo."
"Ora peò mi devi bazae tre votte, per rompee l'incantesimo."
"Come mai? e i pugni atomici?"
"Pecchè io pefeicco essere me ttesso."
più o meno.
"Te lo ricordi che festa è oggi? ricordi cosa ti ha spiegato mamma?"
"Sì che me lo ricordo."
"Che festa è?"
"Della felizità."
siamo noi questo piatto di grano.
In paese vive A.
Siccome il padre di A. era fascista, e siccome dopo la guerra ci andavan giù pesante, e siccome per la famiglia non fu una passeggiata.
Siccome A. ha una passione per la storia e gli eventi bellici, per i corpi militari e i documentari sulla Guerra Fredda, allora tutti credono che A. sia fascista.
Siccome è più facile, siccome pare logico, siccome sarebbe strano il contrario, siccome lui è silenzioso e non dice nulla, lo credono tutti, financo i suoi parenti.
Siccome io non sono quella gran furbona che m'atteggio d'essere, siccome son banale come tutti gli altri, siccome il luogo comune è comodo, siccome dài si capisce, sarà uno di quei simpatizzanti nostalgici, lo credevo anch'io.
Siccome la vita è tutto fuorché banale, siccome la storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi bella ciao che partiamo, allora lo incroci mentre sparge un intruglio di aceto e sapone per piatti sulle rose ("dice che funziona, contro i pidocchi") e sorridendo ti fa: "Ah, auguri. Buon 25 Aprile."
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23 aprile 2014
casa
Sono qui a casa di mia suocera.
Questa era casa mia, un tempo infinitamente lontano e vicinissimo fa, quando abitavamo l'appartamento grande sopra, col vecchio parquet nelle stanze e la doccia gelida nel bagno.
Per entrarci volli in cambio di poter colorare i muri della cucina e tenere Googhi con me.
Non era previsto un trasloco dal nostro primo monolocale.
D'altra parte non era neanche previsto che rimanessi incinta.
Quelle stanze che non mi sono mai del tutto appartenute: il divano giallo, la credenza bianca, le amarene fuori dalla finestra e la strada troppo vicina.
Stendere tutine taglia zero, sentirsi completamente e totalmente fuori luogo. Avere dannatamente paura, folle.
Il giorno in cui abbiamo trovato l'Arturazzo.
Le nausee, le fughe precipitose in bagno e il sesso. Dei vicini.
Arrivare in questo paese lasciando l'autostrada, riconoscere il profilo dei monti, blu.
Poter associare ad ogni strada almeno un ricordo.
Incontrare nuove, pretenziose, roboanti, sostanzialmente inutili, rotonde. Perdere l'orientamento a casa propria.
Continuare ad odiare ciò che odiavi prima, col privilegio di averlo lontano.
Continuare ad amare ciò che amavi prima, col rimpianto di non averlo più. Ma neanche troppo, vi dirò.
Prendere ingenuamente le distanze da ciò che era, sapendolo inutile. E stupido, probabilmente.
Stare qui da mia suocera senza libri, con solo vecchie antologie e allegati rosa da edicola.
Trovare nella selezione della narrativa mondiale "rodeo d'amore", non so se mi spiego.
Lui non le lasciò il tempo di sottrarsi al suo abbraccio impetuoso, la baciò voluttuosamente sul collo eccetera.
Tenermi se possibile a distanza da casa mia, nella parte alta del paese, perché fa ancora male.
Questa era casa mia, un tempo infinitamente lontano e vicinissimo fa, quando abitavamo l'appartamento grande sopra, col vecchio parquet nelle stanze e la doccia gelida nel bagno.
Per entrarci volli in cambio di poter colorare i muri della cucina e tenere Googhi con me.
Non era previsto un trasloco dal nostro primo monolocale.
D'altra parte non era neanche previsto che rimanessi incinta.
Quelle stanze che non mi sono mai del tutto appartenute: il divano giallo, la credenza bianca, le amarene fuori dalla finestra e la strada troppo vicina.
Stendere tutine taglia zero, sentirsi completamente e totalmente fuori luogo. Avere dannatamente paura, folle.
Il giorno in cui abbiamo trovato l'Arturazzo.
Le nausee, le fughe precipitose in bagno e il sesso. Dei vicini.
Arrivare in questo paese lasciando l'autostrada, riconoscere il profilo dei monti, blu.
Poter associare ad ogni strada almeno un ricordo.
Incontrare nuove, pretenziose, roboanti, sostanzialmente inutili, rotonde. Perdere l'orientamento a casa propria.
Continuare ad odiare ciò che odiavi prima, col privilegio di averlo lontano.
Continuare ad amare ciò che amavi prima, col rimpianto di non averlo più. Ma neanche troppo, vi dirò.
Prendere ingenuamente le distanze da ciò che era, sapendolo inutile. E stupido, probabilmente.
Stare qui da mia suocera senza libri, con solo vecchie antologie e allegati rosa da edicola.
Trovare nella selezione della narrativa mondiale "rodeo d'amore", non so se mi spiego.
Lui non le lasciò il tempo di sottrarsi al suo abbraccio impetuoso, la baciò voluttuosamente sul collo eccetera.
Tenermi se possibile a distanza da casa mia, nella parte alta del paese, perché fa ancora male.
15 aprile 2014
Sotto le ciglia.
Quando non scrivo -dopo un po'- mi viene come un groppo qui che devo sciogliere.
Allora mi riprometto di farlo dopo averli messi a letto, ma crollo a fianco del lettino di lui, mi viene il mal di schiena, e ci rinuncio.
Ogni mattina mi siedo alla scrivania e faccio una lista che poi depenno via via, mi fa sentire di avere controllo sulle cose, mi soddisfa depennare punti, però se ne aggiungono sempre quando volto pagina e il giorno dopo sono messa uguale se non peggio.
Allora scrivo come adesso, nella pausa pranzo mentre mangio tutta ingobbita e di fretta, come una ladra.
Quello che ho bisogno di dire al mondo è che:
- la prima volta con un decespugliatore non si scorda mai.
Soprattutto se sei alta un metro e un cecio e l'aggeggio in questione pesa più di te.
La notizia è che non ho ereditato da Nonna Oroscopo la passione per le macchine agricole.
E manco l'altezza, a dirla tutta.
- le blogger che pubblicano articoli titolati "Primavera: attività da fare con i vostri under 5... l'orto!" o ci sono o ci fanno. Oppure sniffano. Oppure i figli in realtà sono maggiorenni.
Oppure banfano e in realtà hanno un giardiniere che gli fa il lavoro sporco: che vanga, strappa le erbacce e le radici dure, segna i confini, stende la pacciamatura.
Poi in ultimo arrivano loro prole al seguito, tutte fresche di guantini fiorati e iphone -che mica vuoi tralasciare di pubblicare su instagram le manine cicciotte e PULITE dei tuoi figli, fa taaaanto mammabio- e si apprestano a fare la seguente mossa: estrarre la piantina di pachino dal contenitore in plastica e posarla - asettica- nel buchetto precedentemente scavato dal giardiniere.
Segue foto su instagram di piantina già ricoperta, anaffiata e col pomodoro maturo sopra pronto per la caprese.
Bah.
Io ho tolto dalla bocca di Nina un fiore di iris che si stava beatamente sgranocchiando.
Ho costruito un castello di terra per i soldatini di lego di quell'altro, che sennò scassava la minchia.
Ho tolto gli stivali infangati e accompagnato lei in bagno 14 volte, perché ora vuole il vasino e a nulla sono valse le mie preghiere "ma falla lì, dietro lo steccato".
A una certa ora ho dovuto piantare giù il lavoro non finito per preparare da mangiare.
Mi sono tagliata, graffiata e sono caduta giù dalla rivetta.
Poi dice dàtti al giardinaggio, che rilassa.
- nonostante il punto di cui sopra ci sono dei momenti in cui la guardo e sento una cosa dentro che me la devo sbaciucchiare tutta. Come ieri sera, mettendola a letto. La paura, sordida, che le possa succedere qualcosa. Allora la accarezzo sul dorso della mano, piano, perché lei non vuole essere sbaciucchiata troppo e io non voglio che mi respinga.
Piano piano sotto quelle ciglia lunghissime lei si addormenta e io me sto lì nella stanza in penombra, ad ascoltare, attutita, la sigla dei puffi di là in salotto.
Allora mi riprometto di farlo dopo averli messi a letto, ma crollo a fianco del lettino di lui, mi viene il mal di schiena, e ci rinuncio.
Ogni mattina mi siedo alla scrivania e faccio una lista che poi depenno via via, mi fa sentire di avere controllo sulle cose, mi soddisfa depennare punti, però se ne aggiungono sempre quando volto pagina e il giorno dopo sono messa uguale se non peggio.
Allora scrivo come adesso, nella pausa pranzo mentre mangio tutta ingobbita e di fretta, come una ladra.
Quello che ho bisogno di dire al mondo è che:
- la prima volta con un decespugliatore non si scorda mai.
Soprattutto se sei alta un metro e un cecio e l'aggeggio in questione pesa più di te.
La notizia è che non ho ereditato da Nonna Oroscopo la passione per le macchine agricole.
E manco l'altezza, a dirla tutta.
- le blogger che pubblicano articoli titolati "Primavera: attività da fare con i vostri under 5... l'orto!" o ci sono o ci fanno. Oppure sniffano. Oppure i figli in realtà sono maggiorenni.
Oppure banfano e in realtà hanno un giardiniere che gli fa il lavoro sporco: che vanga, strappa le erbacce e le radici dure, segna i confini, stende la pacciamatura.
Poi in ultimo arrivano loro prole al seguito, tutte fresche di guantini fiorati e iphone -che mica vuoi tralasciare di pubblicare su instagram le manine cicciotte e PULITE dei tuoi figli, fa taaaanto mammabio- e si apprestano a fare la seguente mossa: estrarre la piantina di pachino dal contenitore in plastica e posarla - asettica- nel buchetto precedentemente scavato dal giardiniere.
Segue foto su instagram di piantina già ricoperta, anaffiata e col pomodoro maturo sopra pronto per la caprese.
Bah.
Io ho tolto dalla bocca di Nina un fiore di iris che si stava beatamente sgranocchiando.
Ho costruito un castello di terra per i soldatini di lego di quell'altro, che sennò scassava la minchia.
Ho tolto gli stivali infangati e accompagnato lei in bagno 14 volte, perché ora vuole il vasino e a nulla sono valse le mie preghiere "ma falla lì, dietro lo steccato".
A una certa ora ho dovuto piantare giù il lavoro non finito per preparare da mangiare.
Mi sono tagliata, graffiata e sono caduta giù dalla rivetta.
Poi dice dàtti al giardinaggio, che rilassa.
- nonostante il punto di cui sopra ci sono dei momenti in cui la guardo e sento una cosa dentro che me la devo sbaciucchiare tutta. Come ieri sera, mettendola a letto. La paura, sordida, che le possa succedere qualcosa. Allora la accarezzo sul dorso della mano, piano, perché lei non vuole essere sbaciucchiata troppo e io non voglio che mi respinga.
Piano piano sotto quelle ciglia lunghissime lei si addormenta e io me sto lì nella stanza in penombra, ad ascoltare, attutita, la sigla dei puffi di là in salotto.
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3 aprile 2014
nel letto.
In queste notti i letti di casa mia sono oggetto di fervida transumanza.
Arriva lui. Lo coccolo un po', lo sposto. Ritorno a letto. Arriva lei, la riporto nel lettino e la coccolo, si riaddormenta. Torno a letto. Arriva lui.
Finché mi prendono per sfinimento e mi risveglio in un certo punto della notte con la schiena fredda, un gomito in bocca, un piede sulla schiena e sull'orlo del letto.
Pensare che facevo la figa "ah i miei si addormentano nel lettino, ah io non riesco a dormire con loro nel lettone, ah è anche una questione di privacy per la coppia" e adesso che differenza c'è tra me e quelli che non si sono neanche mai sognati di farsi lo sbattimento che mi son fatta io per abituarli al lettino?
Tempo sprecato. Bah.
Forse è perché siamo da soli metà delle notti di una settimana.
Forse invece è solo una scusa, non so.
Mia madre ha diviso il letto con me e mia sorella per una vita, fino ad un età che a dirvela la trovo imbarazzante.
Ricordo alle medie, quando da sotto le coperte guardavo il cadavere di Laura Palmer ritrovato sull'argine del fiume. Sudavo come un caimano dall'agitazione, le altre due che si facevano più in là perché appiccicavo.
Abbiamo dormito insieme per anni, anche da adulte, non lo so perché.
Si fan cose strane, per non sentirsi sole.
Avevamo la nostra stanza e tutto, i nostri letti.
Quando litigavamo forte ritornavamo ai nostri rispettivi giacigli, a volte piangevamo ognuna per i fatti propri.
Poi a pace fatta rieccoci schiena contro schiena, io sempre nel mezzo.
Gli ultimi tempi - i più difficili- mia sorella non veniva più. A me sembrava che ci mancasse un pezzo, che fossimo solo un moncherino, senza di lei.
A distanza di anni mi resi conto che era bello, ma anche un po' malato, di certo non normale.
Ma a quel punto ormai era da tempo che noi tre non ce ne facevamo davvero più nulla, di ciò ch'era normale.
Arriva lui. Lo coccolo un po', lo sposto. Ritorno a letto. Arriva lei, la riporto nel lettino e la coccolo, si riaddormenta. Torno a letto. Arriva lui.
Finché mi prendono per sfinimento e mi risveglio in un certo punto della notte con la schiena fredda, un gomito in bocca, un piede sulla schiena e sull'orlo del letto.
Pensare che facevo la figa "ah i miei si addormentano nel lettino, ah io non riesco a dormire con loro nel lettone, ah è anche una questione di privacy per la coppia" e adesso che differenza c'è tra me e quelli che non si sono neanche mai sognati di farsi lo sbattimento che mi son fatta io per abituarli al lettino?
Tempo sprecato. Bah.
Forse è perché siamo da soli metà delle notti di una settimana.
Forse invece è solo una scusa, non so.
Mia madre ha diviso il letto con me e mia sorella per una vita, fino ad un età che a dirvela la trovo imbarazzante.
Ricordo alle medie, quando da sotto le coperte guardavo il cadavere di Laura Palmer ritrovato sull'argine del fiume. Sudavo come un caimano dall'agitazione, le altre due che si facevano più in là perché appiccicavo.
Abbiamo dormito insieme per anni, anche da adulte, non lo so perché.
Si fan cose strane, per non sentirsi sole.
Avevamo la nostra stanza e tutto, i nostri letti.
Quando litigavamo forte ritornavamo ai nostri rispettivi giacigli, a volte piangevamo ognuna per i fatti propri.
Poi a pace fatta rieccoci schiena contro schiena, io sempre nel mezzo.
Gli ultimi tempi - i più difficili- mia sorella non veniva più. A me sembrava che ci mancasse un pezzo, che fossimo solo un moncherino, senza di lei.
A distanza di anni mi resi conto che era bello, ma anche un po' malato, di certo non normale.
Ma a quel punto ormai era da tempo che noi tre non ce ne facevamo davvero più nulla, di ciò ch'era normale.
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26 marzo 2014
Spiritualità. O di lombrichi, o catechisti ciellini.
Qualche giorno fa è passato il prete a benedire casa.
La signora che lo accompagnava aveva chiesto poco prima a Susibita se le desse fastidio che passassero, dal momento che sa come lei la pensi su certe cose e che però questo sacerdote era nuovo di queste parti e stava cercando di conoscere un po' tutti in paese.
Susibita aveva risposto che no, non le dava fastidio, ci mancherebbe - che la porta di casa sua era sempre stata aperta a tutti, tanto più a qualcuno che porta la benedizione, che in fin dei conti altro non è che un augurio, un buon augurio.
E che non farli entrare -soprattutto- le sarebbe sembrato un po' come quelli che espongono il bollino sul cancello "grazie, ma siamo una famiglia cattolica" che è una cosa che Susibita ha sempre trovato alquanto agghiacciante.
Però quando poi il prete è arrivato si è chiesta se non avesse sbagliato - perché non poteva non recitare il padre nostro dal momento che erano lì in tre e che non era come quando passano i testimoni di Geova e lei mette su un caffè e intanto piega i panni e intanto gli spiega che no, non trova affatto misericordioso il dio biblico, ma manco buono, ma manco giusto se è per questo e che una cosa come quella che fa ad Abramo con quel povero disgraziato di Isacco è semplicemente immonda -spiacente- ma immonda per quel che la riguarda.
Qui insomma è diverso, ne va anche di coerenza di fronte ai bambini, si è detta.
E infatti quando ha chiesto al piccoletto di raggiungerli in salotto per salutare e ascoltare un signore che dice una preghierina quello le ha risposto che no, lui la preghierina non l'avrebbe detta mai, ma proprio MAI E POI MAI, testuali parole. Che poi dico, mica la devi dire tu - gli ha specificato Susibita, puoi anche solo ascoltare quello che ha da dire lui, ma quello niente, s'è messo a giocare e non lo si è più visto.
Poi Susibita è tornata indietro e quell'altro, quello alto, le ha detto: "Non guardarmi, ha preso tutto da te, io non c'entro: sono pure stato chirichetto, io." - l'ipocrita.
E' stato chierichetto tipo per un giorno, dopodiché è tornato a casa da sua madre e ha dichiarato che lui non lo avrebbe MAI PIU' fatto in vita sua, che quella cosa di prendere ordini dal prete non gli andava per nulla a genio.
Insomma nel mentre della benedizione Susibita s'è fatta pippe mentali tutto sommato abbastanza consuete considerato il soggetto, e ha cominciato a temere l'effetto boomerang, quello per cui gli errori che fai ti si ritorcono tutti contro prima o poi, amplificati.
Un po' come in quel racconto della Munro in cui una madre cresce la figlia con metodi educativi un po' hippie e vagamente agnostici e quella -raggiunta la maggiore età- per compensare la mancanza di spiritualità nell'infanzia, si fa prendere da una setta di santoni e sparisce nel nulla finché la madre ormai ottantenne non scopre che comunque è viva, sposata con 5 figli ma non si rivedranno mai più.
Che dici a 'sto punto faceva il chirichetto a 11 anni che era meglio.
Poi c'è anche la suocera che a Susibita lo dice sempre che a 'sti bambini un po' di spiritualità gliela dovrebbe pur passare, e lei a risponderle che spiritualità non è necessariamente religione.
Comunque dopo la Munro un po' Susibita se la fa sotto che magari la Nina a 17 anni -che so- prende il treno e va a fare la Papa Girl in Piazza San Pietro.
Però poi ha guardato Magù raccogliere le lumachine dalla strada, per non farle schiacciare dalle macchine. E i lombrichi, pure.
Questo bambino piccolo e ignaro che salva i più piccoli tra gli animali: i più viscidi, diciamolo.
Questo bambino che si spiega da solo la vita: "si nasse, si vive e poi si muore. E' la natura, è fatta così. Io però non muoio, pecchè sono un cavalie(r)e e cavaliei -mamma- non muoiono mai."
Questo bambino che trema quando sogna che qualcuno faccia del male agli occhi di suo padre.
Questo bambino che dice " mi si è 'pezzato il cuore, mamma".
Questo bambino- rasente il fanatico- con gli occhi pallati preda del fascino morboso del germoglio:
"Pecchè non èsse, mamma? Io lo appetto, ma lui non èsse."
"Non riesci a vederlo mentre esce, lo vedi quando è già spuntato: è troppo lento."
"Ma io lo appetto, mamma, stai tanquilla."
Questo bambino qui, che ha più spiritualità lui nell'unghia dell'alluce sinistro di un intero esercito di catechisti ciellini.
E s'è un po' tranquillizzata.
La signora che lo accompagnava aveva chiesto poco prima a Susibita se le desse fastidio che passassero, dal momento che sa come lei la pensi su certe cose e che però questo sacerdote era nuovo di queste parti e stava cercando di conoscere un po' tutti in paese.
Susibita aveva risposto che no, non le dava fastidio, ci mancherebbe - che la porta di casa sua era sempre stata aperta a tutti, tanto più a qualcuno che porta la benedizione, che in fin dei conti altro non è che un augurio, un buon augurio.
E che non farli entrare -soprattutto- le sarebbe sembrato un po' come quelli che espongono il bollino sul cancello "grazie, ma siamo una famiglia cattolica" che è una cosa che Susibita ha sempre trovato alquanto agghiacciante.
Però quando poi il prete è arrivato si è chiesta se non avesse sbagliato - perché non poteva non recitare il padre nostro dal momento che erano lì in tre e che non era come quando passano i testimoni di Geova e lei mette su un caffè e intanto piega i panni e intanto gli spiega che no, non trova affatto misericordioso il dio biblico, ma manco buono, ma manco giusto se è per questo e che una cosa come quella che fa ad Abramo con quel povero disgraziato di Isacco è semplicemente immonda -spiacente- ma immonda per quel che la riguarda.
Qui insomma è diverso, ne va anche di coerenza di fronte ai bambini, si è detta.
E infatti quando ha chiesto al piccoletto di raggiungerli in salotto per salutare e ascoltare un signore che dice una preghierina quello le ha risposto che no, lui la preghierina non l'avrebbe detta mai, ma proprio MAI E POI MAI, testuali parole. Che poi dico, mica la devi dire tu - gli ha specificato Susibita, puoi anche solo ascoltare quello che ha da dire lui, ma quello niente, s'è messo a giocare e non lo si è più visto.
Poi Susibita è tornata indietro e quell'altro, quello alto, le ha detto: "Non guardarmi, ha preso tutto da te, io non c'entro: sono pure stato chirichetto, io." - l'ipocrita.
E' stato chierichetto tipo per un giorno, dopodiché è tornato a casa da sua madre e ha dichiarato che lui non lo avrebbe MAI PIU' fatto in vita sua, che quella cosa di prendere ordini dal prete non gli andava per nulla a genio.
Insomma nel mentre della benedizione Susibita s'è fatta pippe mentali tutto sommato abbastanza consuete considerato il soggetto, e ha cominciato a temere l'effetto boomerang, quello per cui gli errori che fai ti si ritorcono tutti contro prima o poi, amplificati.
Un po' come in quel racconto della Munro in cui una madre cresce la figlia con metodi educativi un po' hippie e vagamente agnostici e quella -raggiunta la maggiore età- per compensare la mancanza di spiritualità nell'infanzia, si fa prendere da una setta di santoni e sparisce nel nulla finché la madre ormai ottantenne non scopre che comunque è viva, sposata con 5 figli ma non si rivedranno mai più.
Che dici a 'sto punto faceva il chirichetto a 11 anni che era meglio.
Poi c'è anche la suocera che a Susibita lo dice sempre che a 'sti bambini un po' di spiritualità gliela dovrebbe pur passare, e lei a risponderle che spiritualità non è necessariamente religione.
Comunque dopo la Munro un po' Susibita se la fa sotto che magari la Nina a 17 anni -che so- prende il treno e va a fare la Papa Girl in Piazza San Pietro.
Però poi ha guardato Magù raccogliere le lumachine dalla strada, per non farle schiacciare dalle macchine. E i lombrichi, pure.
Questo bambino piccolo e ignaro che salva i più piccoli tra gli animali: i più viscidi, diciamolo.
Questo bambino che si spiega da solo la vita: "si nasse, si vive e poi si muore. E' la natura, è fatta così. Io però non muoio, pecchè sono un cavalie(r)e e cavaliei -mamma- non muoiono mai."
Questo bambino che trema quando sogna che qualcuno faccia del male agli occhi di suo padre.
Questo bambino che dice " mi si è 'pezzato il cuore, mamma".
Questo bambino- rasente il fanatico- con gli occhi pallati preda del fascino morboso del germoglio:
"Pecchè non èsse, mamma? Io lo appetto, ma lui non èsse."
"Non riesci a vederlo mentre esce, lo vedi quando è già spuntato: è troppo lento."
"Ma io lo appetto, mamma, stai tanquilla."
Questo bambino qui, che ha più spiritualità lui nell'unghia dell'alluce sinistro di un intero esercito di catechisti ciellini.
E s'è un po' tranquillizzata.
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21 marzo 2014
incartata accartocciata.
Se lei non fosse l'uragano che è, se non ne combinasse una dietro l'altra, se non c'avesse quella vociaccia -per dire- forse non mi stancherei tanto velocemente.
Se lui non fosse lo sbrindellato un po' nevrastenico che è, forse non si prenderebbero a legnate sui denti ogni giorno.
Se lei non fosse la pinzipessa guerriera che è, dalle palle degli occhi fino alle unghie dei piedi, lui non la chiamerebbe quando ha paura, con quella fiducia un po' reverente verso chi nasconde poteri occulti e straordinari.
Se lui non fosse lo sbrindellato, appassionato capitano della fantasia che è, lei non lo ascolterebbe incantata, bevendosi ogni suo gesto.
Se facessi uno di quei lavori che torni a casa e non ci pensi più, forse sarei meno ansiosa.
Verrei a casa, mi godrei i miei figli, alla fine della giornata spegnerei le luci.
Poi -sotto le coperte- sognerei il lavoro che faccio.
A colloquio a scuola.
"Senta io ho bisogno di capire come gestire la rabbia."
"Di chi?"
"Sua, di lui. E di lei. Ma pure la mia."
"Mmm. Partiamo dall'inizio."
"Le racconto com'è andata oggi?"
"Prego."
Segue racconto.
"Quindi capisce? io la teoria la so benissimo, è nella pratica che m'incarto."
"Lei è solo stanca, vanno molto bene alcune cose che fa. Perché non prova a lavorarci in modo diverso? senta, proviamo questa strada..."
Segue descrizione della strada.
"Poi al prossimo incontro in gruppo o da sole ne riparliamo, che ne dice?"
Questa ragazza, con gli occhi neri e i capelli lucidi, con un velo di burrocacao rosa sulle labbra e i capelli pettinati. Questa ragazza che non ero io, perché io ero quella coi capelli legati e deformi seduta di fronte.
Questa ragazza con pochi anni meno di me, ma che significano tutto, perché stanno proprio lì, tra il prima e il dopo. Questa ragazza che avrei potuto essere io, se solo avessi il tempo di una doccia, di una sforbiciata, di parecchie ore di sonno, se avessi meno solitudine, un'amica più vicino.
Questa ragazza gentile, che mi ha detto sei solo stanca, sorridendomi.
Niente, io me la volevo portare a casa per un pochino.
Per non far nulla e stare lì a guardarla mentre parla -lei- piano, gentile, paziente, ai miei figli.
O anche per chiederle se ci mette olio d'argan o che, su quei capelli così lucidi.
Se lui non fosse lo sbrindellato un po' nevrastenico che è, forse non si prenderebbero a legnate sui denti ogni giorno.
Se lei non fosse la pinzipessa guerriera che è, dalle palle degli occhi fino alle unghie dei piedi, lui non la chiamerebbe quando ha paura, con quella fiducia un po' reverente verso chi nasconde poteri occulti e straordinari.
Se lui non fosse lo sbrindellato, appassionato capitano della fantasia che è, lei non lo ascolterebbe incantata, bevendosi ogni suo gesto.
Se facessi uno di quei lavori che torni a casa e non ci pensi più, forse sarei meno ansiosa.
Verrei a casa, mi godrei i miei figli, alla fine della giornata spegnerei le luci.
Poi -sotto le coperte- sognerei il lavoro che faccio.
A colloquio a scuola.
"Senta io ho bisogno di capire come gestire la rabbia."
"Di chi?"
"Sua, di lui. E di lei. Ma pure la mia."
"Mmm. Partiamo dall'inizio."
"Le racconto com'è andata oggi?"
"Prego."
Segue racconto.
"Quindi capisce? io la teoria la so benissimo, è nella pratica che m'incarto."
"Lei è solo stanca, vanno molto bene alcune cose che fa. Perché non prova a lavorarci in modo diverso? senta, proviamo questa strada..."
Segue descrizione della strada.
"Poi al prossimo incontro in gruppo o da sole ne riparliamo, che ne dice?"
Questa ragazza, con gli occhi neri e i capelli lucidi, con un velo di burrocacao rosa sulle labbra e i capelli pettinati. Questa ragazza che non ero io, perché io ero quella coi capelli legati e deformi seduta di fronte.
Questa ragazza con pochi anni meno di me, ma che significano tutto, perché stanno proprio lì, tra il prima e il dopo. Questa ragazza che avrei potuto essere io, se solo avessi il tempo di una doccia, di una sforbiciata, di parecchie ore di sonno, se avessi meno solitudine, un'amica più vicino.
Questa ragazza gentile, che mi ha detto sei solo stanca, sorridendomi.
Niente, io me la volevo portare a casa per un pochino.
Per non far nulla e stare lì a guardarla mentre parla -lei- piano, gentile, paziente, ai miei figli.
O anche per chiederle se ci mette olio d'argan o che, su quei capelli così lucidi.
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19 marzo 2014
Fino allo svenimento
Volevo scrivere che dopo una settimana con Nina ricoperta da bollicine stamattina l'ho riportata al nido: volevo scrivere -perché è vero- che praticamente ce l'ho lanciata dentro e sono sgommata via, e se ci passi davanti si vedono ancora le strisciate sull'asfalto.
E adesso non ho più tanta voglia di dire che l'ho lanciata, anzi mi faccio pure un po' pena.
Non ho neanche più voglia di dire quanto sono stanca, quanto sono indietro con tutto.
Io adesso ho solo voglia che tornino a casa - tutti e due- per baciarli fino allo svenimento e non staccarmeli mai più di dosso, ma proprio mai più.
4 marzo 2014
molto carina.
Ci sono cose che mi fanno una tristezza tremenda, tipo oggi quando ho sentito una mamma sgridare suo figlio per non so che cosa avesse dimenticato sul pulmino e gli ha detto tonto. sei proprio un tonto.
Dire tonto a un bambino non è forse una cosa gravissima, non è suscettibile di denuncia, magari neanche di biasimo indignato, non farà di questa madre una pessima madre o che, né mi legittimerà a sentirmi migliore di lei, per via di tutte quelle volte che ho saputo essere meschina, senza accorgermene.
Però mi fa tristezza.
Ci son cose che non sono vere tragedie, non provocano danni evidenti, ferite apparenti, ma che a me deprimono moltissimo. Mi fan proprio cascare le braccia.
Tipo è deprimente che io mi nasconda a leggere twitter invece che ascoltare mio figlio che gioca.
E' deprimente quando quello davanti in macchina apre il finestrino e lancia fuori una bottiglia.
Trovo deprimente lo specialista privato che chiede "con o senza fattura?".
E' deprimente quando uno dà un calcio a un cane.
Poi ci sono cose che mi fanno impazzire, invece.
Cose piccolissime che mi succedono, che non sono bellissime, non cambiano i destini del mondo, cose che non salvano vite né cancellano soprusi.
Sono cose così, solo carine.
Io ci vado matta per le cose carine.
Anche per le persone carine. Quelle che non conosci abbastanza per poter dire che siano belle persone, però ti piacciono le cose che dicono, le cose che fanno, e il come le fanno.
A volte anche le persone che conosciamo fanno delle cose carine: Nina ad esempio fa quella cosa col naso quando lo arriccia, che è proprio carina.
Una signora qui in paese raccoglie fiori per l'insalata e se le chiedi ho gente a cena, mi prepara dei fiori? lei ti da questo sacchettino con dentro le mammole o le viole o che so io e tu puoi farle col soncino o la rucola e fai un gran figurone coi tuoi ospiti e anche questa è una cosa carina, mi sembra.
Mio figlio col secchiello in testa, è una cosa carina.
Il quaderno di musica di un bambino, è un'altra cosa molto carina.
Stasera stavo chiudendo le persiane della camera dei bimbi e ho visto volare un gufo, una civetta o un barbagianni, non saprei. Uno dei tre comunque. Credo una civetta, perché era piccinina.
La valle era buia pesta e l'ho vista alla luce del lampione volare in silenzio.
Allora mi sono ricordata del libro sugli animali del bosco che escono di notte per la caccia ed improvvisamente era tutto vero, proprio sotto i miei occhi.
Mi sono sentita così inspiegabilmente eccitata e felice che non vedevo l'ora di chiamare i bimbi e parlare con loro e dirgli Oi bimbi è tutto vero, vedete? lì fuori da qualche parte nel fitto tra gli alberi c'è un cavo dentro un tronco e di giorno ci vive quella civetta lì -proprio quella- che ora vola in silenzio davanti alla vostra finestra e cerca un topolino giù nel prato dove tutto è buio e fresco e muto.
Ma non ho fatto in tempo, naturalmente. Perché ora che ho pensato tutte queste cose lei ha virato nel buio oltre il lampione e allora non ho neanche chiamato i bambini.
Ragazzi avreste dovuto vedere come volava, e che buio, nel silenzio.
Dio, peccato che non c'eravate anche voi.
Però io ve l'ho raccontata e anche questa è una cosa carina, mi pare.
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