3 ottobre 2014

Nella scatola di cartone.

Tempo fa durante la spesa ci fu l'increscioso episodio Lego Chima.
Non so se avete presente: è una serie dei celebri mattonicini dedicata ad un mondo immaginario popolato da grifoni del sole e pseudoscimmie del ghiaccio, in lotta fra loro per il possesso della mitologica terra di Chima.
Lui aveva visto la pubblicità in televisione e da lì era partita la litania del melocompri?melocompri?melocompri?
Gli era stato detto che al momento non se ne parlava, ma che se fosse stato bravo forse avrebbe potuto chiederlo per Natale.
Però poi eccoli lì, tutti in fila sulla scaffalatura conad, accanto alla pizza al taglio 100% plastica e al pongo di peppa pig.
Piantò una scena memorabile.
Ti peego compamelo, ti peeeego non voglio 'ppettare natale, lo vojio subito mamma, LO VOJJJOOO!
Ovviamente non cedetti di mezzo millimetro.
Ovviamente lui piangeva, ovviamente l'intero supermercato ci guardava, ovviamente cercai di calmarlo ferma e a voce controllata, ovviamene l'istinto bieco mi diceva di ribaltarlo, rotearlo in aria e se necessario farlo liscio come un pomodoro pelato. Ovviamente lo trascinai solo il più velocemente possibile fuori dal supermercato.
In macchina partì il cazziatone universale e a casa la punizione, consumata sui gradini del giardino di sotto, col cancelletto chiuso nel recinto dei suoi pensieri.

Quella sera stessa, di ritorno da una passeggiata nel bosco, lui mise mano alla grande scatola di cartone eredità dei cugini più grandi, colma di centinaia di pezzi lego spaiati, appartenenti a serie e modelli diversi tra loro, tutti incompleti. Ci lavorò per tutta la sera, al termine della quale si era costruito i suoi lego chima da solo.
Scelse il rosso per quelli del fuoco e il bianco per quelli del ghiaccio.
Modellò tigri della neve, slitte e macchinzegni di ogni sorta.

A volte ci penso.

Mio figlio sta lì, nei suoi capricciosi 4 anni, a spiegarmi che i sogni su cui ci ostiniamo hanno il luccichio della plastica nuova, della confezione in scaffale, pre-pensata e pre-digerita apposta per noi: dobbiamo solo pagare, seguire le istruzioni, e non smontarli mai più, né osare perderne un pezzo così per caso.
Mentre i sogni che non osiamo, bé quelli stanno alla rinfusa in un vecchio scatolone di seconda mano sotto i nostri occhi, e non costano nulla.
Eccetto, forse, lo sforzo d'immaginarli.

1 ottobre 2014

Se solo (così fosse per sempre).

Se solo.


I 4 anni sono splendidi.
Avere un bambino di 4 anni per casa significa parlare a qualcuno che sembra voler capire il mondo come un adulto, ma poi non è vero.
Tipo che tu ti sbatti a dargli un sacco di spiegazioni accurate, controlli prima su google per non sparar minchiate, o ti prepari i discorsetti e poi alla fine lui trae le sue conclusioni.
Che sono, ad esempio:

"Se solo potessimo essere degli scoiattoli."

Disarticolate. Decontestualizzate. Incongruenti. Non c'entrano una minchia con quello che lui ti aveva chiesto, ma soprattutto con quello che tu gli avevi risposto.

Ma come dargli torto, sugli scoiattoli.



No.

Avere una Nina di 2 anni è splendido.
Un filino stancante, ma splendido.

"Nina vieni in bagno a lavarti."
"No."
"Nina per favore vieni in bagno a lavarti."
"No."
"Hai intenzione di rimanere sporca?"
"Sì."
"Va bene rimani sporca."
"No."
"Allora vieni?"
"No."

Nina bacia sulla bocca e dice amore.
Fa un po' la stronza, con suo fratello, ma dice che è il suo eroe.
Si danno un sacco di mazzate, e non riesco a farli smettere. Ma si baciano e abbracciano, anche. Sono molto fisici. S'infilano l'uno nel letto dell'altra o viceversa e io li amo, per questo.

La sera leggo prima qualche filastrocca, per lei, e poi una storia lunga, per lui.
Solo che lei durante la storia continua a interrompermi e a chiedere "e tettooo?? cos'è tetttoooo? e pecchéé??" e io alla prima spiego, alla seconda pure, alla terza il sorrisetto sulla faccia mi s'incrina, alla quarta sono incazzata e le dico ti caccio un tappo in bocca. Lei non sembra preoccuparsene e ride.

Nina al mattino non vuole più entrare al nido, si butta per terra e piange scalciando, disperata e incazzatissima, spezzandomi il cuore per una mezzoretta. Poi mi arriva il whatsupp dalla tata e c'è lei vestita con cappellino e borsa da mercatino vintage e pare uguale uguale a Miss Murple.

Volevo comprare un flautino di legno a Nina alla fiera delle civette, ma ha voluto uno spadino.
Il flautino era bellissimo e volevo prendermelo io, ma poi l'ho lasciato e non ero scontenta, perché loro combattevano e io potevo sempre fischiare.

Un'altra buona notizia è che piove a dirotto, così mi lava la macchina.




22 settembre 2014

Il mio Gioca Jouer bibliografico.

Dunque questo giochino l'ho visto in giro da tanti e mi ci mi autoinvito, seppur in ritardo -obviously- che gli altri l'han già fatto da un mese e non sia mai che io stia sul pezzo: vigile, inappuntabile.
Trattasi di elencare i 10 libri fondamentali: quelli che non potreste abbandonare mai, figurarsi dimenticare. Suppongo non debbano neppure essere i più belli, semmai i più significativi.
Tra l'altro ho visto su Twitter che l'han fatto pure un sacco di cosiddetti vips, tipo ho sbirciato la lista della Bignardi: pas mal, ma mi sa che siamo di due generazioni diverse e si sente.
Peraltro io sono di un'ignoranza cosmica e alcuni mai sentiti proprio.
E comunque la mia è più bella.
Guardate un po':


- H.B. Stowe, La capanna dello zio Tom. Per la commozione, l'indignazione, per il senso d'impotente ingiustizia e perché aveva bellissime illustrazioni che spiavo tra le pagine. Perché il senso del bene e del male, la pietà, si formano anche così.

- Salgari, tutto. Avanti, tigrotti di Mompracem!!
E non ho altro da aggiungere, su questa faccenda.

- Verne, Ventimila leghe sotto i mari. Perché il capitano Nemo è un Figo vero, intramontabile. Perché, che ve lo dico a fare... il Nautilus, gente. Perché per  leggerlo facevo tardi a tavola e mia madre s'incazzava.

- E. Fromm, Avere o Essere. Perché in prima liceo ho litigato con prof e compagni chiedendo invece i Promessi Sposi, ma poi ho sgonfiato i coglioni a mia madre e mia sorella perché loro vivevano secondo la modalità dell'Avere, e IO INVECE NO.

- E. Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, perché fuori dal gruppo stavo bene, con lui. Perché Adelaide è un nome bellissimo, perché chiamavo mia madre La Mutter. Perché  avevo qualcuno che pedalava sulla collina fino a me, e non l'ho perso.

- I. Allende, La casa degli spiriti. Perché questa donna m'imbastisce una narrazione che mi stringe le budella, mischia la Storia con le storie e ne fa un romanzo unico, dallo stile inimitabile.
E poi tutte quelle donne indimenticabili.

 A quanto sono? 6. Di già ? Cazzo.

- Ok il prossimo è un must, ed è ovviamente tutto Harry Potter. Quest'altra donna è un fottuto genio e io sono disperata -literraly, col "de" privativo che precede la speranza- :  perché sono irrimediabilmente, senza possibilità di reversione, una semplice misera babbana.
Perché, come posso spiegarlo? Con sto libro ci andavo a tavola, al cesso, sul retro della golf sulle curve della Cisa. Perché Molly Weasley ha fatto (attenzione!!!spoiler in arrivo!!) l'avada a Bellatrix, quella gran zoccola. Perché ora nella mia vita esistono il Quidditch, le tutti i gusti + 1 e le parole belle di Silente. Sono infinitamente grata, per questo.

- J. Steinbeck, Furore. Per quelle ultime -cosa saranno?- 40 righe,  in cui tutto il romanzo mi si condensa, mi si sublima, mi esplode sotto gli occhi mentre scorro le parole. Per quel furore disperato incapace di sottrarsi al destino, perché il finale mi ha lasciata senza fiato, senza parole per la troppa bellezza.

- H. Lee, Il Buio Oltre la Siepe. Questo mi verrebbe da metterlo in cima a tutti, lo rileggerei per sempre, senza mai annoiarmi, riscoprendolo ogni volta. Perché è completo, dentro di sé ha tutto: l'amore, la giustizia sociale, la morale umana, la bellezza umana,  la pietà, la lotta disumana. E l'ironia. Perché Atticus è un figo vero, tipo capitano Nemo.
Ma più di tutti c'è lei, Scout, anni 8. Una che ha paura, e lo dice, ma non per questo non è che non ci va, oltre la siepe. Una che si veste da prosciutto.
Una donna meravigliosa, impressionante.  Una tipo Nina, per intenderci.

- J. Saramago, Caino. Perché uno che mi regge un asindeto per 20 righe senza farmi sentire persa nè farmi sollevare lo sguardo  dal libro avrà il mio cuore e i miei orgasmi letterari per sempre. Insomma è scritto da dio.

- Pino il pinguino, autore ignoto: un libricino da nulla, in rima e con brutte illustrazioni.
Ma è il primo che il mio bambino ha retto per intero, una piccola storia -la prima- che  abbiamo imparato a memoria, che gli ho riletto 200 e poi infinite volte.
Lo spartiacque che ha aperto la via a tutti quelli dopo: meravigliosi libri per l'infanzia sottovalutati, relegati a letteratura di secondo piano e invece - io penso- inestimabili.


Lo so, sono 11 e ho imbrogliato. Ma sappiate che su una qualsiasi cazzo di isola deserta io riuscirei a infilarci anche Il Giovane Holden, per quel che pensa del mondo, per il suo cuore intatto, e per quel giro in giostra che regala alla sorellina.

p.s. e i vostri? potete anche scrivermeli qui sotto, se volete.

18 settembre 2014

La ricerca della felicità.

"Ciao piccolo, com'è andata oggi?"
"Male, malissimo."
"Perché? Cos'è successo?"
"Ho pettato per sbaglio il marchinzegno del mio compagno."
"Oh, capisco. E si è rotto?"
"No, lo ha ricottuito."
"E tu hai chiesto scusa? lo hai aiutato?"
"Sì, lui mi ha detto "hey!"  da cattivo, io ho detto "ccusa!ccusa!!",  e poi lui mi ha fatto gli occhi stretti."
"Mmm. Bè non mi pare così grave. In fondo ha detto solo "hei", mica ti ha insultato."
"Sì però a me, quando mi fanno gli occhi stretti, mi si rompe la felizità."

Devo ricordarmi di insegnare a mio figlio che la felizità non può e non deve essere un vaso di vetro.
Devo assolutamente insegnargli che la sua sensibilità, la sua bellissima, fantasiosa, profonda, calda sensibilità non può essere qualcosa di così fragile. 
Devo davvero mostrargli che quando si ha un dono tanto prezioso non lo si deve lasciare in balìa degli altri, ma tenercelo stretto e coltivarlo, accudirlo, e condividerlo certamente, ma essere pronti a difenderlo coi denti se necessario.
Devo insegnarli che la felizità dipende da lui soltanto, nel suo corrispondere all'idea di sé che vuole essere o nonostante tutto diventare. Nel non tradirsi.
Sarò opportuno dire a mio figlio di credere e avere fiducia nella bellezza degli altri, ma ancora di più nella propria. 
Devo  ricordarmi di avvisarlo che la nostra bellezza si può macchiare o sbrindellare qua e là, perché bellezza non è perfezione e può capitare di calpestare qualcuno senza volerlo.
Che, tuttavia, poche cose sono davvero irrimediabili, e nella maggior parte dei casi è utile praticare l'umiltà ma in nessuno l'umiliazione.

Poi, in seconda battuta, potrei dirgli che la vita può -stupeficium- essere leggera, senza  per questo essere presa con leggerezza.
Che non è che perché tuo figlio torna da scuola con qualche piccola delusione che gli devi partire in tromba col pippone biblico.
Che la lezione migliore sarà sempre la TUA felicità, la TUA umiltà, la TUA forza.

E che  in moltissimi casi, comunque, la cosa più saggia da fare potrebbe essere dargli una strapazzata sui capelli e dirgli Non pensarci, hai fatto tutto ciò che dovevi fare, non è davvero così importante, mentre vi svaccate sul divano mangiando cioccolata come non ci fosse un domani.


12 settembre 2014

Flow of thoughts (quando parlo con me stessa).

Sai chi mi viene in mente ogni volta che dico flow of thoughts?
Chi?
Quello stronzo del prof. C.
Ah già.
Dici che sono stronza?
Un po'.
Ah e così sarei io? Non lui? Il cosiddetto educatore di menti? Il professor Keating mancato? Quello che faceva il liberale e al primo che non si genufletteva al suo fascino hop via in presidenza? Bè che fai, non parli?
No è che dici tutto tu.
Lui sarebbe solo un poveraccio con evidenti problemi di autostima, eh? È questo che vuoi dirmi? Però eravamo solo ragazzini, noi. Facile, troppo facile, con dei ragazzini.
Mica tanto.
Che vuoi dire?
Che non eravamo degli sprovveduti.
Ah no? Ero fragile come un vetro di Murano, ero.
Ma ci stava sul culo.
Si, certo, perchè era uno stronzo. Ma che c'entra?
C'entra. Perché lui lo sapeva.
E allora?
Allora pure noi gli stavamo sul culo.
Embè? Questo l' avevo capito tipo alla seconda ora del primo trimestre.
C'è che non ci siamo genuflessi. Non abbiamo neanche portato una croce se è per questo, ma semplicemente non lo abbiamo cagato. Non lo abbiamo adorato. Soprattutto, non lo abbiamo mai stimato. Non c'è nulla di peggio, per un insegnante con scarsa autostima. Che pretendevi, che ti stendesse il tappeto rosso all'esame? C'avevi scritto in faccia che lo disprezzavi, prova a metterti nei suoi panni.
Ah quindi mò la stronza sarei io?
No, ma non sei un vetro di Murano. Piantala di fare la vittima.
Cosa c'entra adesso la vittima?
Lo sai.
No che non lo so.
Sì che lo sai. Sai che puoi farlo.
Non cambiare discorso.
È come quella volta alla corsa campestre.
Non dire cazzate.
E tu non fare la stronza. Puoi entrare in quella stanza e fare quello che vuoi, dire quello che vuoi. Certo, puoi sempre aspettare che lo faccia qualucuno al posto tuo, se ti piace così. Vedi tu. Ma svegliati, bambolina.
La sera non dormo, devo contare le pecore.
Cazzate, tutte scuse.
Sono una vittima degli eventi.
Piantala.
Potrei spezzarmi.
Potresti.
Vedi? Ah lo sai anche tu allora?
Oppure...
Oppure?
Oppure no.
Oppure potresti fregartene, come hai fatto quando lo hai saputo fare. Potresti semplicemente dire no.
Potrebbe non essere la scelta giusta.
Potrebbe.
Qualcuno s'incazzerà.
Sicuro.
Odio quando la gente s'incazza.
Lo so.
E quindi?
Vedi tu.
Vedi tu??? È tutto quello che sai dirmi?
Mmm...lasciami pensare...sì.
Bè vaffanculo.
Così mi piaci.

5 settembre 2014

Folder.

La notte non dormo, per via di certi pensieri.
Mi sveglio nel cuore del buio e devo leggere per ore, riaddormentandomi quando comincia a schiarire.
Io lo so che è solo un questione di abitudine, di assuefazione al cambiamento, lo so che ce la farò e che mi serve solo tempo per lasciarmi l'Inutile alle spalle.

A me piace quando finisce il caldo e le giornate si accorciano.
Lo so: ora risponderete che il caldo non è mai iniziato, ma la verità è che a me ciò non ha arrecato alcun danno dato che non stavo al mare né in montagna, e a dirla tutta tra poco andrò via per qualche giorno e già danno pioggia.
Non è un dramma: questa non è stata per me l'estate del bikini e del relax, tutto ciò che cerco è un letto diverso in cui dormire, una finestra mai vista da cui affacciarmi, una strada nuova da percorrere mano a mano coi bimbi e magari un gelato, un accento diverso da ascoltare.
Tutto qui, non molto credo.
Mi piace che tra poco ricomincerà la scuola.
[No, aspè, questo non è esatto: io sono fanatica, impaziente, saltellante sul posto, invasata agitatrice di pom-pom da cheerleader -Datemi una S! datemi una C!...- per il solo fatto che dopo 3 mesi ricominci infine sta cazzo di scuola che NON SE NE POTEVA PIù. Ma più più più.]

Poi c'è una cosa.
Nel mio computer io ho una cartella.
In quella cartella io negli ultimi 3 anni ci ho messo un po' di cose, principalmente sogni.
Accadeva che ogni volta che ci passavo accanto col cursore non potessi mai aprirla perché ogni volta Tuttoilresto andava fatto prima, Tuttoilresto era ad alta priorità, Tuttoilresto doveva essere fatto ieri, due mesi fa, 5 anni prima o nel '73, che manco ero nata.
Ecco io adesso sento come una cosa dentro di me: un'impazienza, un brivido d'eccitazione, un pizzicorino attorno al naso, un pruritino tra le dita e soprattutto tra i ricci dei capelli.

Tra me e quella cartella ci sono le notti a rigirarmi nel letto, ci sono 4 giorni al mare, ci sono le foglie che ingialliscono e il cielo smaltato dentro all'autunno, i pomeriggi eterni dell'inverno.
Meno male che sarò qui, nel posto in cui scendendo dalla macchina mi assale il profumo della nepitella.


26 agosto 2014

Una vita ordinata.

Quando ha fine il buio mi alzo, faccio un caffè poco dolce, c'inzuppo le fette integrali, metto in bocca due mandorle e via.
Preparo i bambini, li devo chiamare un sacco di volte, spesso urlo, poi li bacio e li mando fuori con la nonna.
Mi siedo alla scrivania da sola, rispondo alle mail, apro programmi, piazzo in sottofondo i podcast radiofonici del giorno prima e sono le 12.30.
Salgo, mangiamo, pulisco tutto perché quando cucina Nonna Pensaci Tu fa troiai inenarrabili.
Finiscono i cartoni, li metto a letto, se mi va bene dormono entrambi dopo troppi capricci e molte minacce, altrimenti dorme solo lei e lui gioca alle costruzioni.
Io lavoro ancora un po'.
Quando lei si sveglia tiro su un passeggino che sono due assi di metallo e un pezzo di tela scolorita ma che è stato il mio acquisto migliore - 19 euro al negozio dell'usato.
Andiamo nel bosco oppure al parchetto sgangherato in paese, dove troviamo sempre qualche bambino sgangherato come noi. A volte lui si porta uno zainetto e dentro vuole metterci la borraccia da riempire alla fontanella e qualche biscotto.
Oggi alla fontanella però era attaccata una canna che puntava dritto dritto dentro un giardino privato, dove evidentemente qualcuno non si faceva problemi ad attingere all'acqua comunale. Allora un papà ha staccato la canna e l'ha ributtata oltre la siepe, così abbiamo potuto bere e pulire le mani ai bambini.
Quando scende la sera siamo di nuovo a casa e io devo lavarli perché sono sempre sudici, sudati e sotto la doccia l'acqua cola nera. Ma loro sono in trionfo e appagati, perché la terra è motivo di orgoglio e io non posso dargli torto.
Quando il sole è al di là del monte loro guardano la tv mentre io rassetto tutto, gli lavo i denti e comincio a dire spegnète. Devo dirlo un sacco di volte e preparare i bicchieri d'acqua e portarli in bagno a fare l'ultima pisciatina. 
Quando fa buio e si accendono i grilli scelgono una storia a testa e la leggiamo nel lettone, poi cambiamo stanza e nella luce spenta io gli canto Incy Wincy Spider, Non, je ne regrette rien, o qualcosa a caso da Rattle and Hum.

21 agosto 2014

Finché non scorre sangue.

"Perchè state piangendo?"
"Pecché lei mi ha mossicato."
"E perché ti ha morsicato?"
"Checchè lui butto."
"Tu zitta un attimo che sto chiedendo a tuo fratello."
"Pecché io l'ho battonata."
"L'hai bastonata, ecco. E con cosa di grazia?"
"Col mio mattelletto."
"Mmm. E dimmi: è una cosa corretta secondo te?"
"No, ma lei mi aveva 'mmazzato."
"Ti aveva ammazzato?"
"No: mmmazzato. Mi aveva dato le mazzate."
"Gno! Gno! prrrlll!"
"Smettila di spernacchaire tu, e dimmi perché hai preso a mazzate tuo fratello."
"Checchè lui butto. 'a ppada è mmmia."
"Ti ha preso la spada? ma la spada non è tua, è sua. "
"Gno!! è mmmiiiaaaa! PPPRRRRLLL!!"
"Vedi, mamma? vedi??? lei è butta, è peicolosa: làssami, che  adesso l'amasso!"
"Vieni qui, tu non ammazzi nessuno. Venite tutti e due."
"Pprrrl."
"Piantala, Nina."
"PPPRLL."
"Non risponderle."
"PPPRRRLLL!!!!!"
"Insomma la volete piantare? Fate un neurone in due. Non m'interessa cos'è successo, dovete imparare a vedervela tra di voi, ma ognuno con le mani a posto. Parlate, ok? parlate e spiegatevi cercando di non ammazzarvi. Adesso per prima cosa fate la pace e chiedetevi scusa, poi quando vi sarete calmati dividetevi i giocattoli: potete fare un po' per uno, ad esempio. Non voglio vedere scorrere sangue, intesi?"
"okkkèii."
"tì."

Si abbracciano. Si baciano. Si chiamano "caro" e "cara".
Due cretini.
Due cretini contusi e felici.

Mah.

20 agosto 2014

Hic et nunc.

Luglio è stato lavora, corri, che fa piove? ma che, è rimandato il corso in piscina? n'altra volta? ahi come sto male-hui come sto male, mamma mi tieni almeno lei? il prossimo anno un au-pair portoricano, cari miei, non me lo toglie nessuno.
Luglio è stata un'isola temporale di due giorni appena, ma pieni di bambini, propri e altrui, a riempir cestini con mirtilli.
Luglio è stata lei che aspettavo.
Luglio è stato febbre, stanchezza e tanta pioggia.
Luglio con tanta pioggia non è male, se lavori.

Agosto è non so.
Una mazzata sui denti, anzi direi quasi un paio, sentirsi uniti, studiare strategie, dire "è la vita, non importa. Rimbocchiamoci le mani.". Sentire di amarlo anche di più, persino di più.
Agosto è non sono sicura di cosa mi porterà Settembre, né Ottobre, né Novembre  né -santissima Gesualda- il 2015.
Perché Susibita ha affrontato parecchi  stravolgimenti in passato, ma mai - deve ammetterlo- con nonchalance.
Tiene botta, questo sì, tiene botta benissimo grazie a un senso del dovere e a una capacità di ripresa ormai allenata: ma è un 'ansiosa, e gli ansiosi vorrebbero sempre sapere cosa succederà di lì a sei mesi, perché devono potersi preparare prima, devono avere margine di manovra, devono sfracellarsi i coglioni con tipo 24 mesi di anticipo.
Gli ansiosi non sono leggeri: possono sforzarsi d'imparare -arte che Susibita pratica con naturale incapacità ma grande impegno da parecchi anni- a diventarlo, ma quando mettono la testa sul cuscino la sera sanno che dovranno leggere un paio di capitoli in più della saga dei Buddenbrook per stordirsi in maniera sufficiente a prender sonno.

Quello che Susibita sa è che non sarà semplice, ma forse più bello?
Quello che Susibita vuole è tagliare il superfluo, l'inutile, l'ingannevole abitudine, il finto comodo.
Quello che Susibita desidera è non perdere ciò che ama.
Quello che Susibita desidera è perdere ciò che non ama. Che poi non è perdere: è lasciare, che è diverso.
Quello che Susibita vuole è ciò che sa fare meglio e farlo anche meglio, dopo tutto questo.

29 luglio 2014

gli anni passano, signora mia.

Mia madre mi ha detto che si sente stanca, e che la sera fa fatica a fare le scale.
Le ho detto hai 60 anni è normale, lei mi ha detto ne ho 66, tesoro bello, sei-sei.
Io questa cosa che mia madre sta invecchiando non sono ancora pronta a gestirla.
Le vedo le altre nonne, ai parchetti e all'uscita dell'asilo e -credetemi- mia madre non ha nulla a che fare con loro. Loro sono vecchie.
Mia madre è un katerpillar, nonché ancora una discreta gnocca, non fosse che si veste in bermuda, crocs e cappello dell'arcicaccia.
Non ho conosciuto donne fisicamente più forti di mia madre: nel mio immaginario, da sempre, semplicemente non esistono.
Mia madre decespuglia, smonta, trapana, fa il cemento, guida il trattore cingolato. Mia madre fa tutto.
Non è possibile che le scale le riescano pesanti la sera, ma dice lei che è vero e io le devo credere.

Vado a riprendermi Magù, dopo, perché almeno è meno stanca e sola con Nina riesce a fare più cose stancandosi di meno. Mi rendo conto che ho sbagliato tutto quest'estate.

Ho quasi fissato l'intervento per Mr Googhi per farlo castrare.
Non starò a tediarvi sul perché e il per come, ci stavamo pensando da un po' e la nostra dolcissima veterinaria è d'accordo con noi.
Però ora mi sento un po' un verme ogni volta che gli passo accanto.

Ho voglia di andare tra qualche giorno a raccoglier mirtilli coi bambini, ma sta per arrivare il temporale ora e tutto è fermo -anche gli animali, anche gli alberi- e c'è un cucchiaio di luce in fondo alla valle ma troppo lontano e ecco che arrivano i goccioloni e questa sensazione qui dentro, che non tace, e mi dice che ho sbagliato tutto, quest'estate.

24 luglio 2014

Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti.

Io mi ero organizzata, capite?
Avevo una mia mappa mentale e reale di chi sarebbe stato ubicato dove e per quanto nel mese di Luglio, un piano ad alta definizione - oserei dire chirurgica - della distribuzione settimanale delle ore di lavoro, del momento esatto in cui mia madre avrebbe avuto il tracollo e io mi sarei palesata tipo maria redentrice avvolta in un fascio di luce, sollevando lei dall'incombenza dei due rospi, e al contempo me stessa dai sensi di colpa.
Che è andato tutto in vacca neanche ve lo devo dire, immagino.
Quindi al momento mi prenderei a vergate in bocca per non averli iscritti al campo estivo, pagando una cifra persino superiore alla normale retta mensile.
Viviamo alla giornata: abusando della tv per poter lavorare, abusando di mia madre per tenermene almeno uno, abusando di caffè per rimanere sveglia, abusando di farmaci per alleviare l'influenza, abusando di vitamine per ripigliarmi dall'influenza. Insomma abusando.

Abusi a parte, ho ritrovato un vecchio romanzo di mia madre sulla Cina rurale, di Pearl S. Buck, non so se avete presente.
Una storia d'amore, sostanzialmente, ma soprattutto d'incontro e scontro tra un mondo antico, quello della Cina rurale e tradizionalista, in cui ogni gesto è carico di significati e simbologie - con quello moderno portato dall'Occidente, dalla scienza che salva le vite, che libera anime e idee, ma in cui la ieratica e poetica formalità del gesto nel suo dettaglio non ha valore, e pur senza intenzione -semplicemente- non ha senso.
Al che grave dramma e turbamento nella protagonista, presa dalle due forze contrastanti.

Ora esattamente il perché il mio post abbia imboccato questa piega bislacca non ve lo saprei dire, ma vorrei aggiungere che è ricominciata la stagione turistica, e a casa di mia madre hanno ripreso a transitare individui non italofoni, generalmente dotati di sandalo in tela e crema solare, di non meno di due figli, di cappellini da pescatore ma soprattutto di grande entusiasmo per la gastronomia locale.

Mentre lavoro li sento di là che cantano girogirotondo prima in Italiano e poi in Slovacco, che ha un suono che non si capisce una minchia, ma dolce, mi pare. Che mangiano cosce di pollo e cereali dalla scatola alle 5 del pomeriggio. Che giocano a hideandseek? do you want?, più banalmente detto nascondino, contando un po' a cazzo, devo dire.
Poi a un certo punto lui -completamente biòtto (=ignudo)- gira l'angolo seguito dalle due biondine sui 7 anni, si ferma sull'uscio di casa e con un laconico si iu leitar, friends tutto italiota, le abbandona perplesse al proprio destino.
















15 luglio 2014

I brulichii e la spiaggia.

Mentre io sono qui alla scrivania e mi preoccupo, mi agito, m'incazzo, e poi mi scazzo.
Mentre io sono qui che mi faccio prendere in ostaggio da una fattura, da una consegna, da un tutorial, da una mail.
Mentre io me ne sto qui, in balìa dell'Inutile, facendone la mia ragione di vita.

C'è un essere umano piccolissimo, donna, a cui stanno dicendo scusa apriamo la pancia che ti contiene e facciamo un taglietto proprio qui vedi? così ti tiriamo fuori. Non ti agitare non c'è bisogno, è meglio così, fidati.

Ora io vorrei dirti che se dicono fìdati io penso che sia vero, perché so che sei in buone mani.
Solo mi spiace che tu non abbia il tempo di svegliarti e già ti accendono il mondo stroboscopico fuori: tirare via le coperte così, quando una ancora dorme, è proprio una rogna, hai ragione.
Volevo dirti: respira.
Non aver paura, se riesci.
No ok, cagati un po' in mano, io lo farei. Ci mancherebbe.
Però dopo che ti sarai spaventata, respira.
Calma, uufff.
Respira.
Guardati attorno.
Quando ti avvolgono attorno quel pastrano bianco e morbido è finita, sta per arrivare il bello.
E' lì che mi devi rimanere concentrata, capito? Non perdere di vista l'obiettivo.
La vedi quella roba stesa sul letto con lo sguardo da anfetamina scaduta? è tua madre, mia sorella. Fa dei risotti e delle crostate che non te lo dico. Oggi non lo puoi sapere ma prestissimo sì.
Ti dico che ti puoi fidare, è una di quelle che ti tengono la mano quando attraversi la strada, anche se hai 34 anni.
Non ci pensa lei, davvero. Lo fa così, sovrappensiero: sente la tua presenza lì di fianco e cerca la tua mano d'istinto, solo perché qualcosa nella sua testa non è cambiato da quando avevi 6 anni.
Dammi retta, è una a posto. Non te lo direi se non lo sapessi.
Quindi dicevamo: sei nel pastrano, right?
Rotea gli occhi. Brava così, non troppo sennò le piglia un colpo.
Le vedi quelle due cose bianche e tonde? individuale: è facile, non puoi sbagliare.
Ecco, ora seguile.
Lo so, sono belle. Non solo: sono utili, non puoi capire quanto.
Adesso attàccatici. Vai, piccola mia, niente paura. Daje dentro. Così.
Brava.
La senti? La sensazione, dico.
Concentrati e dimmi se non la senti. Sì, dai, lo so che la senti.
Quella che s'è fatto silenzio, vero?
E là fuori fa freddo, e un sacco di cose brulicano e fanno paura, e minacciano di allontanarti da lì, ancora.
Ma tu sei nel silenzio, nella calma, ora. Niente ti urta: sei spossata, ma hai la pace dentro.

Ecco. Fermiamoci.
Perché d'ora in poi, da questo preciso istante in poi, non sarà molto diverso da così per tutto il resto del tempo.
Ci saranno un sacco di brulichii là fuori -credimi- come non ne avrai mai visti in vita tua. Affascinanti, pericolosi, splendidi, innocui, inutili o imperdibili: buoni da mangiare, irresistibili da cogliere, pazzeschi da vivere, cattivi da seguire, meravigliosi da penetrare.
Ora mi auguro che - passata la prima paura - tu voglia lasciarti prendere dai brulichii.
Senza brulichio non c'è divertimento. Neppure ansia a dire il vero, però soprattutto -figlia mia- non c'è passione. E dove vogliamo andare senza passione?
Io non sono sicura di quale sia il senso di questa cosa che t'è cominciata addosso, che ti si è letteralmente aperta sopra la testa.
Però so che c'è il brulichìo e c'è la pace.
C'è il mare elettrico e la sabbia calda.
C'è il vento irresistibile in fuga e c'è l'ombra degli alberi.
Vai, per l'amor del cielo, sul mare elettrico. Non perdertelo per nulla al mondo.
Poi un giorno, quando dovrai leccarti qualche ferita, quando avrai bisogno del silenzio tra te e il mondo, sii capace di concentrarti. Non perdere di vista l'obiettivo. Fai come stamattina, guardati attorno. Cerca la spiaggia, un po' d'ombra sotto un albero.
Saranno i seni di tua madre o le braccia di tuo padre, un giorno sarà un amore, altre volte saranno solo parole lette o scritte,  colori o musica tra i capelli. A volte -persino- saranno un paio di scarpe nuove.
Potrei addirittura essere io, se sapremo ritrovarci, ogni giorno in cui tu cresci e io invecchio: potrei essere un pezzetto di spiaggia. Ti preparerò conchiglie in piccole collane e non molto di più, perché non so fare granché, a dire il vero.
Tu ci giocherai un po', annuserai il mare, tufferai i piedi nella sabbia e la troverai umida, sotto.
Allora ti alzerai, ti guarderai attorno come ora e naturalmente ripartirai.
Con le scarpe nuove, preferibilmente.


p.s. mi ha appena chiamata tuo padre: sei fuori. Ti amo già, sappilo. Ora guardati attorno, e fai come ti ho detto, ragazza.


8 luglio 2014

sul cuscino.

Dormivo.
Cioè mi stavo addormentando, no? dormivo, ma un po' ti ho sentito.
Mi hai sfilato Pennac da sotto la mano, l'hai appoggiato sul comodino.
Ho avvertito il tuo corpo tutto allungato sopra di me, ravanavi sul cellulare per spegnerlo, sennò partono le notifiche di twitter o che, di notte, e tu t'incazzi.
Poi hai fatto click, e ho sentito il buio anche con gli occhi chiusi.
Mentre ti ritiravi dalla tua parte ti sei abbassato, l'ho capito dal fiato leggero sul dorso della mano.
L'hai baciata.

Che fortuna, che ancora non dormivo veramente.


2 luglio 2014

Ibridi.

"Ciao come va?"
"Eeeeeeh? Scusa un attimo: no! ti ho detto di no! scendi di lì!"
"Hem, tutto ok?"
"Sì, sì. Tutto ok. 'Petta eh...come dici amore? che hai fatto? hai visto un insetto brutto brutto che ti faceva paura? Ma no non è un ragno, questo è un cervo volante! vedi che cornine ha sul capino? è molto bello, non ti fa nulla."
"...mmm, mamma?"
" Sì, eccomi, dicevo: qui tutto ok, hanno mangiato, lei ha fatto al cacca nel vasin...eh? che c'è amore? sì: cervo. Un cervo volante. Per via delle corna, sì. No, è buono, non punge.
E quindi insomma sono bravi però ti dirò, non mi mollano un att...eh? no, dì a Nina che non può mangiarlo, no. Quando finisci?"
"Domani, mamma, domani."
"No perché dobbiamo fare la spesa e se siamo in due è meglio e guarda -cooosa? sì, sì amore, ok-Miiii che palle, 'STO CAZZO DI CERVO."
"Mamma, non dire parolacce, che poi ripetono."
"Ma non mi sentono, sono in cucina! Cosa tesoro? Hem, no. Non è un GATTO. È un cervo, un gatto, ma cervo. Sì, hem insomma, quand'è che vieni?"

Il celebre gatto-cervo, come non ricordarlo.

30 giugno 2014

Quella che sta nella stanza e mi guarda.

I bambini sono da mia madre.
Per i prossimi due mesi passeranno lì metà della settimana per consentirmi di lavorare, e prima del fine settimana me li riprenderò e porterò a casa.
Oggi mia madre è caduta con in braccio Nina e per salvarla ha fatto una mossa karateka avvoltolandosi e sbucciandosi gomito e fianchi. La colpa era di Magù e del suo brutto vizio d'infilarsi sempre tra le gambe e pestare i piedi, cosa particolarmente fastidiosa d'estate coi sandali.
Mi chiamano 3 volte al giorno.
Di solito mia madre urla nella cornetta, lui pure ma in sottofondo, e lei si sta lanciando da qualche punto molto alto e molto pericoloso.
O anche: mia madre urla e loro due si pestano a sangue.
O anche: mia madre urla, lui parla da solo nel suo mondo parallelo in cui vivono lui, la lente d'ingrandimento e un qualsivoglia insetto, lei sta arpionando un cane di passaggio e cercando di cavalcarlo.
Insomma io sto proprio tranquilla: serena, ecco.
Però mi piacciono queste loro estati.
Che sono proprio culo e camicia, dormono tutti e tre abbracciati sul copriletto di lino, fanno il pesto col basilico dell'orto, vanno a recuperare i cani in paese, cascano per terra e poi in fila alla cassa comprano caramelle gommose altamente chimiche.

Le maestre mi hanno detto che lui è un timido, che ha l'atteggiamento tipico dei timidi. Che quando si arrabbia trattiene le lacrime e incrocia le braccia. Che all'inizio entrava, si sedeva in un angolo, apriva un libro e spariva -puf- inghiottito nel suo mondo.
Ma che si sta aprendo, piano piano. Che ora entra e saluta, racconta qualcosina di sé e un giorno ha voluto cantare palloncino blu tutto da solo al centro della stanza e allora gli hanno fatto un grande applauso.
Io gli ho detto che è un po' nevrotico,  a casa. Loro mi hanno detto di rispettarlo, di accettarlo.
Mi hanno anche detto di aspettarlo - che mi è sembrato molto bello, come concetto.
Lui mi bacia e mi lecca, dice che sono buonissima e che so di fragola.

Nina cammina tra le gambe dei cavalli e non ha paura di niente.
Nina corre veloce.
A Nina piacciono le macchinine e andare sulle moto, però quando accudisce le sue 3 bambole - che di nome fanno tutte Maria - fa quel movimento lì, con la testa, inclinandola di lato e sussurrando una canzoncina. Quel movimento che a lui non ho mai visto fare e che non so - ecco - a me in quel momento Nina mi commuove.

Io lavoro, faccio l'orto, uso canottiere intime come magliette e attendo fiduciosa che l'armadio provveda da solo al cambio dei panni.
Ho sempre poco tempo, e troppo bisogno di scrivere.
E' che quando scrivo mi sento viva.
Non è che non mi senta viva facendo l'orto, o giocando coi miei figli.
In tantissimi momenti mi sono sentita viva.
Quando due anni fa lei usciva da me, mentre urlavo e pensavo di morire mi sono sentita vivissima, mai così -letteralmente- attaccata alla vita. Ed ero corpo e anima insieme, e debole e impotente e invincibile allo stesso tempo.
Ma questa vita qui che sento, mentre scrivo, è una vita diversa.
E' come una stanza dentro di me in cui c'è una me che lì ci sta sempre, mentre l'altra me di fuori lavora, cucina, culla, fa lavatrici, fa l'amore, si spinzetta allo specchio, piange, zappetta l'orto.
Questa me che invece sta sempre nella stanza in silenzio e mi guarda io la ritrovo quando scrivo, e allora è come quando hai un'amica che vive lontano e non vedi spesso ma se v'incontrate il tempo è come se non fosse mai passato -presente, no?- e non avete bisogno di raccontarvi i massimi sistemi -no, perché già sapete tutto: parlate del più e del meno, prendete un caffè, vi fate confidenze, ridete come sceme. Ridete tanto.
Una di quelle persone che mentre girate il cucchiaino nelle tazzine alzate gli occhi contemporaneamente e poi sorridete.
Perché vi siete riconosciute, siete voi, e siete vive.





24 giugno 2014

Sono tornata e spelo pomodori.

Breve sunto degli ultimi 15 giorni.

- siamo partiti per le vacanze.
- la prima sera mi hanno rubato il cellulare.
- ciò ha fatto sì che non abbia potuto postare piedi abbronzati in ammollo e schiene di bambini impanati ogni 3-4 ore. Siete disperati, immagino.
- hanno ritrovato il mio cellulare, dopo una settimana e a 400 km da dove mi trovavo.
- lui ha preso l'otite, la febbre e l'antibiotico, io sinusite e mal di gola.
- quello piccolo ha fatto amicizia con un seienne di Avellino cui l'eterno mocciolo da troll di Nina causava inesauribile ansia e turbamento:

"Mi scusi, signò, la piccola tiene 'o moccolo."
" Sì lo so."
"E' giallo, e grosso."
"Lo so, un attimo."
"Tiene moccioli molto grandi, 'sta piccolina."
"Dio che ansia, ma non stavi facendo il castello?"
"Eccone un altro, dall'altra narice!"
"Qualcuno me lo porti via."

- quello piccolo è stato oltremodo molesto, capriccioso, villano e lagnoso. I figli degli altri -manco a dirlo- mi sembravano cresciuti a pane e Montessori. Ho meditato e minacciato di riportarlo a casa, toglierli i cartoni serali, toglierli il gelato pomeridiano, toglierli il piatto se non finiva almeno 3 forchettate, toglierli varie ed eventuali.
Francamente, solo a sentire la mia stessa voce che ripeteva sempre le stesse cose, mi sono sfracassata i maroni da sola.

- Nina ha fatto polpette, gran dormite, furoreggiato alla baby dance, mangiato sabbia e temo assaggiato il cadavere di un granchio.

- ho recuperato (culo) il mio cellulare dopo 15 giorni. Dopo 15 minuti ero già connessa. Constatato che non ero guarita.

Nel frattempo il mio orto è diventato una selva, la vite del canada ha invaso il vialetto, i pomodori sono verdi, le lucciole brillano sulla collina, il rampicante sul terrazzo ha fiori a campana color salmone e io sono a casa.

29 maggio 2014

Il momento, quello giusto.

Mia madre non mi ha mai lasciata.
Se mi diceva "ti reggo, non preoccuparti", lei mi reggeva davvero: non ha mai sgarrato una volta, nemmeno una.
Un giorno, quando avevo 4 o 5 anni, ero in piscina.
A un certo punto, nell'entusiasmo del gioco, mi gettai in acqua dimenticandomi di aver tolto i braccioli pochi istanti prima.
Furono secondi lunghissimi, di cui ancora ricordo tutto: le bollicine che salgono, le piastrelle azzurre mentre affondo, le mie gambe muoversi convulsamente, le braccia di mio padre che mi riportano a galla.
Poi il bordo caldo della vasca, l'acqua in bocca e nel naso, il pianto disperato.
I miei genitori dopo qualche tempo mi mandarono a lezione di nuoto, e mi piacque.
Però i primi giorni, ancora insicura, mi aggrappavo a mia madre e le dicevo "però reggimi, tu reggimi" e lei mi reggeva, anche se potevo già andare da sola.
Magari la risposta era "Susi non mi rompere i coglioni: se ti ho detto che non ti mollo, io NON ti mollo. Neanche se mi preghi in turco, hai capito?", ma non mi mollava.
E questa cosa -per me- era una certezza; e sentirgliela dire, un balsamo.
Mia madre non è mai stata della scuola mettile la mano sotto la pancia e poi lasciala andare tanto non se ne accorge e va da sola. 
I bambini non sono scemi. I bambini -soprattutto- credono a ciò che gli dici.
Io le ho creduto, lei non ha mollato: e ha fatto tutta la differenza del mondo.


Poi un giorno in prima elementare volli imparare ad andare in bici senza rotelle.
La bici era di un mio amico e il suo giardino aveva una piccola discesina d'ingresso ombreggiata da quel grande e tozzo baobab su cui giocavamo a fare le scimmiette.
Mia sorella mi dice "ti tengo io, tu pedala."
Io faccio un po' la lagna, metto su un po' di storie ma alla fine cedo.
Salgo. La sento dietro che regge il sedile. Carico il piede sul pedale, spingo. Lei dietro.
Parto a zig-zag, ma lei mi regge.
Smetto di guardarmi i sandali, alzo il viso, carico sul pedale, spingo. Filo dritta.
Carico ancora, non cado, dritta.
Carico, giro il manubrio, guardo in alto, arietta sul viso, non cado, dritta.
Mi volto: lei è 50 m più indietro ferma davanti al cancello, e mi sorride.

Io non lo so quand'è che è più giusto aspettare, quando lasciare.
So che valgono entrambe, a un certo punto, ma in punti diversi.
Forse lo senti, quando un bambino comincia a far finta di credere. Forse te lo fa capire.
Quel momento in cui ascolta più dentro di sé che non le tue labbra che gli parlano.
Quello in cui ha ancora bisogno di credere di non farcela senza di te, ma più che altro fa finta e ci gira attorno.
O forse lo senti tu, dentro di te, che stai facendo finta, che te la stai raccontando.
E lo sai, o non lo sai, o non lo vuoi, o sei rassegnata ad accettarlo ma non ad ammetterlo, che lui sta già spingendo, su quei pedali.
E fila via, dritto, senza cadere.

23 maggio 2014

Di te e di quando abbiamo sei gambe.

Quando di notte sei scappato sul balcone e ci hai chiamati tutti a vedere le lucciole intorno al vaso del basilico.

Quando ti ho chiesto cos'è la bellezza e mi hai risposto "Tu. Pecché sei fotte, e corazzosa." senza spiegarmi il coraggio o la forza di che.

Quando intrattieni conversazioni con la tua ombra, intimandole di seguirti mentre i bambini intorno ti guardano strano.
Perché, effettivamente, tu sei un po' strano, ma comunque questi -oh- machessiguardano.

Quando rispondi male o ti butti per terra, quando fai i capricci sul pavimento del supermercato. Quando ti ho detto per me puoi anche pulirlo tutto, e mi hanno guardata male.
Quando sei tu, decisamente nevrotico, e io te l'allungherei tanto volentieri una manata, ma alla fine ci ripenso.
Quando invece te l'allungo e poi mi sento un'infame.
Quando ci chiediamo scusa e mi dici che la senti che sale -la rabbia- ma non riesci a fermarla e io ti capisco, oh se ti capisco e stiamo lì sul divano in pigiama, abbracciati e un po' malconci, che sembriamo in terapia.

Quando non m'impunto e ti prendo di lato, la butto sull'affettivo e tu lo recepisci- perché sei un tipo parecchio, parecchio affettivo- e allora ti sgonfi, lo vedo che ti rilassi proprio, che la calma ti scende addosso come un balsamo, e capisco che ne siamo fuori e l'ho imbroccata, stavolta è andata e sono stata brava, proprio brava.

Quando gli altri fanno casino intorno a te ma io prendo un libro e improvvisamente ne fai il il tuo perno: la storia il tuo perno, i personaggi, i colori, le parole, tutto.
Quando me le ripresenterai tra qualche giorno, quelle parole - rivisitate: sulle tue labbra, tra i tuoi pensieri, nei discorsi alle ombre o alle chiocciole.

Quando stiamo arrotolati nel letto la mattina e siamo un corpo unico di 3: 3 nasi, 6 gomiti, 6 gambe e 30 dita dei piedi.
Quando stiamo arrotolati così la vita vale tutta, il mondo val la pena di tutto, io non ho paura di niente e potrei far fuori uno dei tuoi draghi giganti come niente fosse e capisco -sento- perché non mi spieghi il coraggio e la forza di che.

14 maggio 2014

Le cose che dicono i bambini.

Le cose che dicono i bambini quando ancora non sanno, o sanno il mondo loro: un mondo assurdo, pazzo, come una fotografia a fortissimo contrasto, o netto e dolce come un bianco e nero.
Un mondo buono come non l'avevo visto mai, prima di loro.

- catturare le luzzole del sole, mentre giochi con una sfera di plastica che riverbera i raggi.

- piantare delle carote maziche e ziganti in un vaso, e aspettare che crescano. In 30 secondi.

- chiamare le cose con nomi diversi, per vedere solo un poco l'effetto che fa.

"Quetta è finocchietta. " 
"No, non è finocchietta, quella è aspargina, asparago selvatico." 
"No: è finocchietta." 
"Guarda puoi anche chiamarla come vuoi tu, non è che sia proibito. Solo che poi la gente non capisce quando parli, perché tu la chiami finocchietta ma ciò che vedono in effetti è aspargina: si chiamano convenzioni." 
"Non dire socchezze, mamma." 
" Ah sì? allora dai, vieni qui, Carletto." 
"?"
" Carletto, vieni. Vieni dalla mamma, su, che stiamo facendo tardi." 
"Non mi chiamo Carletto." 
"Ah no? E come ti chiami, allora?" 
"Mazinga."

- annotare un messaggio per Babbo Natale a Maggio: ho bisogno di un topo, mamma. Di un topo cavaliere. Diglielo tu, a Babbo Natale.

- sognare di avere, da grande, una scuola di nuoto. Per nuotare tutto, tutto il zorno.

- armarsi di lente d'ingrandimento e arrendersi all'incontestabile evidenza che nulla esiste di più seducente, al mondo, di un guscio di lumaca.


13 maggio 2014

the radio star.

L'altra sera ad aerobica è venuta una ragazzina, credo che la madre ogni tanto se la trascini dietro per non lasciarla a casa da sola ad annoiarsi.
Indossava dei jeans skinny su un paio di gambette da fenicottero che puoi avere solo a 13 anni, i piedi dentro un paio di scarpe rosa da ginnastica enormi e una t-shirt nera XL a motivi tribali.
Era pallida, due occhi enormi di chi non sa bene dove stia il suo posto ma dubita in ogni caso possa essere quello in cui si trova, i capelli un po' unti raccolti in una coda.
Una via di mezzo tra una winks e un'emo, praticamente un po' me 20 anni fa.
Oddio, 20 anni fa.
Mi sono detta, questa di me pensa che io sia un vecchia. Proprio non mi vede, mi oltrepassa.
Io a 13 anni la gente di 34 non la vedevo, e se la vedevo la categorizzavo come vecchia.
Avevo una capacità di estraniarmi dal contesto sovrumana.
Manco delle cuffie avevo bisogno: pigiavo un tasto interno "off" e mi eclissavo dal mondo.
Ricordo intere cene dalla nonna così, intere spese trascinando il carrello dietro mia madre, intere mattine in autobus con latine discere aperto sulle ginocchia e la testa appoggiata al vetro appannato.
Pensavo a un sacco di cose, quasi sempre le stesse.
Ai ragazzi, per lo più. Non uno in particolare, avevo pensieri sull'amore in generale dico.
Anche un po' sul sesso.
Qualche personaggio di qualche libro.
La scuola e un qualsivoglia compito di matematica. Dio che ansia, pure ora.
Pensavo a mio padre, moltissimo.
Un giorno capitò una cosa strana, che ora non potrei definire brutta, ma cambiò la vita di tutte noi tre per i successivi dieci anni, portandoci via parecchia luce.
Fu una cosa sciocca, una cosa apparentemente normale, ma mia madre la prese malissimo e io pure peggio, dietro a lei.
Fu come scoperchiare il vaso di Pandora.
A 13 anni indossavo magliette più grandi di me, per non far vedere il seno che cresceva. Avessi saputo che lì si sarebbe fermato mi sarei evitata tutte quelle paturnie.
Per questo, e per i suoi pensieri dentro un'ora di ginnastica, e per i vasi di pandora che prima o poi si scoperchiano per tutti, mi ha fatto tenerezza quella ragazzina.
E per le scarpe enormi, e perché mentre io in un impeto di esaltazione musical-sportiva saltavo canticchiando al ritmo di video kill the radio star lei mi guardava con quella faccia lì, proprio di quella che ma che è 'sta canzone che non l'ho mai sentita prima.